Un trafiletto di poche righe, una città intera in ostaggio per quattro anni: la storia dei balletti verdi che l’Italia ha preferito dimenticare.
Brescia, 5 ottobre 1960. Sul Giornale di Brescia esce un trafiletto asciutto, quasi frettoloso, che annuncia l’apertura di un’indagine bomba negli ambienti omosessuali della città.
«Da parecchio tempo si parlava in città di una vasta operazione intrapresa dagli organi investigativi per bloccare un dilagante circuito del vizio, in cui si trovavano coinvolti uomini di giovane e meno giovane età. Le notizie relative a convegni immorali, a trattenimenti di genere irriferibile, ad adescamenti ed a corruzioni e ricatti sono ripetutamente giunte fino a noi.»
–Il Giornale di Brescia, 5 ottobre 1960

Sono poche righe. Di lì a poco faranno saltare in aria il Paese. Pochi giorni dopo, la stessa Brescia che fino a quel momento aveva preferito non vedere, si ritrova con quasi duecento persone finite sotto inchiesta. La scintilla era stata una denuncia di un padre: il figlio diciassettenne aveva in tasca soldi che non riusciva a giustificare. Il ragazzo aveva confessato di averli guadagnati in cambio di prestazioni sessuali con uomini adulti. Da quel momento ogni interrogatorio ne generò un altro, in una catena che crebbe rapidamente fino a diventare ingestibile.
La morale all’italiana
Non so se sia un vizio tutto italiano, che a gente della nostra ricorda il caso Tortora. O, per stare più vicine a noi, le inchieste di stimati inquisitori che riempiono i giornali ma lasciano vuote le sentenze. Meglio non fare nomi in questo caso, perché certi Torquemada sono anche piuttosto permalosi.

Ad ogni modo, il momento in cui esplode questo particolarissimo scandalo, è molto particolare e merita di essere ricordato. Nel 1960 sono passati meno di tre anni dall’approvazione della Legge Merlin, la norma che nel 1958 aveva chiuso le case chiuse. Una legge più laica che cattolica, voluta soprattutto dalla socialista Lina Merlin e da una parte della sinistra laica che vedeva nelle case regolate dallo Stato una forma di sfruttamento istituzionalizzato. Era stata presentata come una vittoria della morale. Nella pratica, come ognun sa, non lo fu. Spostò il problema sotto il tappeto, sul marciapiede, negli appartamenti. La prostituzione non era scomparsa (vasto programma quello di cancellare con un colpo di penna una delle istituzioni più antiche e di successo dell’umanità). Era solo diventata più precaria, anche più maschile, più visibile nelle strade e nelle periferie. L’Italia del miracolo economico non voleva guardare quella realtà. Preferì cercare un capro espiatorio.
La perfetta città cattolica
Il problema nasceva, forse, nella sinistra moralizzatrice. Ma lo scandalo esplose a Brescia, città cattolica e perbenista. I rotocalchi inventarono subito il nome: Balletti Verdi. “Balletti” era il termine gergale per gli scandali sessuali, “verdi” richiamava il garofano all’occhiello di Oscar Wilde. In poche settimane il caso smise di essere locale. Le Ore, Paese Sera e altri settimanali cominciarono a inzupparci il pane. Ogni giorno spuntava un nuovo particolare, bastava una voce senza fonte. I fatti pare che siano questi: dentro una cascina di Castel Mella, alla periferia della città, si erano tenuti per anni degli incontri privati tra uomini, adulti e consenzienti. Non era un’organizzazione strutturata come una casa chiusa: erano feste tra conoscenti (diciamo pure, ottimi conoscenti), a volte con scambi di denaro. Senza fare del romanticismo di una situazione del genere, era una via di fuga da una città in cui i gusti sessuali erano ancora una macchia sociale. Quando la polizia intervenne, la macchina giudiziaria inghiottì tutto senza troppi distinguo.
Il massacro: tre cadaveri
Le conseguenze arrivarono in fretta. Molti degli inquisiti persero il lavoro. Alcuni furono cacciati di casa. Altri scelsero di sparire, cambiare città, ricominciare da zero altrove. La pubblicazione dei nomi sui giornali trasformò vite normali in bersagli pubblici. Uomini sposati con figli, operai, parrucchieri, piccoli commercianti si trovarono all’improvviso marchiati. La ricostruzione più accurata della vicenda, quella di Stefano Bolognini, che ha raccolto testimonianze dirette decenni dopo, parla di un clima di terrore. Tre persone si tolsero la vita. Una di loro, nota nella piccola comunità omosessuale bresciana come “la Castellana”, fu tra le prime vittime di quel clima. Gli altri due restano nomi senza volto nelle cronache, ma il dato resta: la gogna mediatica e sociale ammazzò persone reali.
Come succede in questi casi, il volume dello scandalo eccitò la mitomania. Il caso assunse dimensioni nazionali quando un giovane cameriere, interrogato perché lavorava presso una famiglia aristocratica romana, cominciò a fare nomi. Nomi importanti: Mike Bongiorno, Dario Fo, Franca Rame, Gino Bramieri, il coreografo Paul Steffen e Bud Thompson. Bingo. La stampa ci si buttò con entusiasmo.

Le prime pagine si riempirono di illazioni e di foto sfocate. Molti di quei personaggi furono interrogati, alcuni querelarono. Alla fine, quasi tutti furono scagionati in tempi brevi. I personaggi più in vista, schizzati di fango, riuscirono tutti a venirne fuori. Ma il danno era già fatto. L’Italia aveva avuto il suo mostro da esibire. Quello che all’epoca si sussurrava, e che le ricostruzioni successive hanno reso più chiaro, è che la vicenda aveva anche un risvolto politico. I buoni vecchi dossieraggi, che oggi vanno anche in prima serata e passano per giornalismo d’inchiesta. Brescia andava alle elezioni comunali e alcuni ambienti di estrema destra videro nello scandalo un’occasione per attaccare la Democrazia Cristiana, accusata di lassismo sui costumi. La stampa comunista usò la storia per colpire i cattolici e insinuare possibili coinvolgimenti di sacerdoti. Il vescovo di Brescia dovette intervenire pubblicamente per smentire. In Parlamento arrivarono proposte di legge per rendere reato l’omosessualità. Nessuna passò, ma il clima di caccia alle streghe era servito. Tra politica politicante, anticlericalismo, omofobia, il mix era stato letale.
Un fuoco di paglia
Il processo si concluse solo nel gennaio del 1964, dopo quasi quattro anni di indagini, piste false e colpi di scena. Dei quasi duecento inquisiti iniziali, solo sedici arrivarono in aula. Quindici furono assolti o amnistiati. L’unico condannato fu il proprietario della cascina di Castel Mella, a quattro anni per favoreggiamento della prostituzione. Il Giornale di Brescia (attenzione, il giornale che aveva scatenato lo scandalo) scrisse senza giri di parole che si era trattato di una montatura. Si spensero le prime pagine. Nella vita delle persone coinvolte la ferita continuò a sanguinare, sotto forma di silenzi e di emarginazione.
Il trafiletto del 5 ottobre 1960 era fatto di poche righe ma suo veleno bastò a uccidere tre persone e continuò a tenere in ostaggio una città per quattro anni.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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