Un dispositivo “brevettato” che avrebbe frantumato le molecole per il bene dell’ambiente e del portafoglio. Dietro la pubblicità si nascondeva tutt’altro
Capita un po’ a tutti di ritrovarsi, improvvisamente (si fa per dire) a passare, da essere il più giovane della compagnia, a diventare il veterano. Ed è in questa veste che una mia giovane amica e collega, più di vent’anni fa, mi propose l’acquisto di un oggetto a suo dire mi-ra-co-lo-so!

“Concessionario”, se si può usare questo termine, era il padre. L’uomo, reduce da vicende lavorative che lo avevano lasciato in braghe di tela, si era riciclato nella vendita di tale oggetto. Sarà che sono nata diffidente, sarà che ero “vissuta” e saggia, ma non mi lasciai blandire. Anzi per dirla tutta, non mi passò neanche per l’anticamera del cervello di spendere 15 milioni (lire) per un tubo.
Il tubo Tucker
All’inizio degli anni Duemila comparve su riviste e in tv un dispositivo elegante, quasi futuristico, da applicare alla caldaia. Il suo nome era Tucker Energy Saving, ma divenne famoso come il “Tubo Tucker”. Secondo la pubblicità dell’epoca, bastava installarlo una volta e sarebbe durato per sempre. Il dispositivo, grazie a speciali impulsi elettrici, era in grado di frantumare le molecole del gas metano (o di altri combustibili), migliorando la combustione. Il risultato promesso era mirabolante (venghino siori venghino): un risparmio sulla bolletta del gas fino al 50%, con drastica riduzione delle emissioni inquinanti e delle polveri incombuste nell’aria. La soluzione a tutti i problemi, anche quelli di ecosostenibilità.
Lo slogan recitava «realizza un sogno. Risparmia sulla bolletta del gas». E ancora: «Lo facciamo per l’ambiente. Lo facciamo per il risparmio energetico. Lo facciamo per farvi sognare». Veniva presentato come una tecnologia brevettata, innovativa e alla portata di tutti: privati, condomini e aziende. Non servivano grandi lavori né costose sostituzioni di caldaia. Bastava quel piccolo tubo, quel dispositivo da applicare all’impianto, per trasformare una spesa fissa e pesante come il riscaldamento in un’occasione di risparmio concreto e, allo stesso tempo, di rispetto per l’ambiente. Eroico. Era un messaggio potente, che univa due desideri molto diffusi all’inizio degli anni Duemila: spendere meno e fare qualcosa di buono per il pianeta.
Cosa c’era dietro un tubo
In quel di Riccione e dintorni, Mirco Eusebi e Ivana Ferrara, titolari di fatto della società Tucker, si inventarono il “Tubo Tucker” o “Tucker Energy Saving”, il fantasmagorico dispositivo. Le domande di brevetto furono depositate nel 2000 alla Camera di Commercio di Firenze e a Washington, ma non si trasformarono mai in un brevetto definitivo. Nonostante ciò, l’azienda promosse il prodotto come “completamente brevettato”. All’acquirente ultimo, quel pezzo di lamiera costava intorno ai 15 milioni di lire.

Il vero guadagno, però, non proveniva dalle vendite, bensì dall’affiliazione. Un sistema di multilevel marketing strutturato come una catena di reclutamento, una catena di Sant’Antonio, insomma. Chi voleva diventare distributore doveva versare oltre 7.000 euro per acquistare il prodotto da rivendere porta a porta. Le adesioni avvenivano durante conferenze informative ed eventi motivazionali, in cui, come documentato da Striscia la Notizia con servizi girati in incognito, si creava un clima di euforia collettiva e forte pressione psicologica per convincere i presenti a entrare nella rete. Frasi tipiche di questi sistemi del tipo “l’occasione è ora”, “posti limitati”, “se non entri stasera perdi l’opportunità” L’obiettivo principale non era vendere il tubo, ma reclutare nuovi affiliati che a loro volta avrebbero reclutato altri. Uscire dalla struttura senza perdite era praticamente impossibile. Come emerso successivamente dalle ricostruzioni investigative, la Tucker risultava sponsor ufficiale della Nazionale Italiana di Calcio nel periodo di massima espansione. La sponsorizzazione, riportata da Striscia la Notizia e da altre fonti, veniva utilizzata per dare autorevolezza al prodotto durante il reclutamento.
Il caso giudiziario
Il 7 novembre 2002 il Garante della Concorrenza e del Mercato dichiarò ingannevole la pubblicità del dispositivo. Le prove fornite dall’azienda (test TÜV Italia, prove effettuate a Belluno dai tecnici Tucker, esperimenti presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Ankara e installazioni su automotrici delle Ferrovie dello Stato) furono giudicate inadeguate sul piano tecnico-scientifico e metodologico. La perizia dell’ENEA rilevò che il dispositivo non era conforme alle normative comunitarie sugli impianti a gas (direttiva 90/396/CEE e successive modifiche) e che non esisteva certificazione adeguata a garantire le prestazioni vantate su rendimenti e riduzione dei consumi. Altre perizie tecniche, tra cui quella prodotta da Ecoflam, attribuirono eventuali miglioramenti alla semplice messa a punto degli impianti da parte dei tecnici installatori, non al dispositivo stesso.
Striscia la Notizia iniziò a occuparsi del caso nel 2002, realizzando servizi con infiltrati alle conferenze di reclutamento e documentando i meccanismi di fidelizzazione della rete. L’inchiesta televisiva spinse molti a denunciare. La Guardia di Finanza eseguì arresti e perquisizioni, bloccando di fatto l’attività commerciale. In totale emersero 1.928 parti lese, di cui 800 si costituirono parti civili nel processo di Rimini. Il 6 gennaio 2009 il Tribunale di Rimini emise la sentenza di primo grado: cinque condanne pesanti per i vertici (Eusebi 11 anni e 4 mesi, Ferrara 10 anni e 10 mesi, tre dirigenti a 9 anni e 4 mesi ciascuno) e decine di assoluzioni per i semplici rivenditori. Le 800 parti civili ottennero ciascuna 1.000 euro di risarcimento provvisionale.
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Furono moltissime le persone che non rividero un centesimo. Gran parte di loro non si costituirono parte civile perché i costi di trasferta e assistenza legale rendevano gravoso proseguire. Come si dice, la spesa non vale l’impresa. Il processo conobbe tre gradi di giudizio. In appello le pene furono ridotte (Eusebi a 6 anni, Ferrara a 5 anni e 7 mesi per l’associazione per delinquere, mentre la truffa risultava già prescritta). Nel 2013 la Corte di Cassazione accolse il ricorso della difesa e dichiarò la prescrizione dei reati dopo circa undici anni di procedimento. Le condanne vennero annullate per estinzione del reato, non per un giudizio di innocenza nel merito. Nonostante la prescrizione penale, lo Stato poté intervenire sul piano patrimoniale. Nel 2017 il Tribunale di Rimini emise un’ordinanza che disponeva la confisca di beni per circa otto milioni di euro riconducibili a Mirco Eusebi e Ivana Ferrara. Tra i beni sequestrati e poi confiscati c’erano una villa a Misano Adriatico, l’immobile sede della società, 13 autovetture di lusso (tra cui due Lamborghini del valore di oltre 300.000 euro l’una), saldi attivi di conti correnti per circa un milione di euro e crediti IVA per oltre tre milioni. L’ordinanza riconobbe che il patrimonio era stato accumulato grazie ai proventi dell’attività criminosa. Tutto allo Stato. Alla fine il tubo Tucker ha davvero cambiato la vita di qualcuno, non come promesso, però.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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