Berlusconi lo odiava, Ricci lo difese, Greggio in crisi dietro le quinte. Drive In non doveva esistere, eppure salvò Italia 1 e rivoluzionò la tv italiana. La battaglia che nessuno racconta.
«No». Silvio Berlusconi guardò Antonio Ricci come si guarda un folle che vuole buttarsi da un burrone con le ali fatte di cartone. O forse come il mio capo guardò me, con il mio primo testo, il mio primo pomeriggio di lavoro. Erano i fantastici anni ‘80, quelli dove tutto sembrava possibile, e delle volte lo era. Un Far West nel quale era facile diventare ricchi ma anche morire professionalmente, colpiti da un colpo dritto in fronte.

Era il 1983, e anche Silvio Berlusconi stava rischiando tutto, forte di idee geniali come la diretta in cassetta, ma non sempre azzeccandoci. Editori più esperti di lui ci avevano appena rimesso le penne con l’avventura costosissima della TV. Italia 1, il suo ultimo acquisto, agonizzava negli ascolti, i debiti erano tanti e a quel punto serviva disperatamente un’idea. Davanti al Silvio nazionale, a testimonianza di un fiuto che nessuno ha mai negato al Cavaliere, sedeva un nuovo talento appena strappato alla Rai. Un creativo colto e dall’aria sveglia, laureato in Storia dell’Arte. La sua idea però era un po’ troppo anche per un corsaro televisivo all’assalto del mercato. A Berlusconi sembrò semplicemente assurda: un varietà senza presentatore, senza ospiti, senza balletti, animato da comici sconosciuti che sparavano raffiche di sketch da quindici secondi in un drive-in immaginario. Berlusconi sognava Dallas, la TV in smoking di Mike Bongiorno, le coreografie, le scenografie sontuose. Ricci gli stava proponendo soltanto il caos. Berluscono, per essere chiaro, ripetè la sua prima risposta.
«No»
Silvio Berlusconi, 1983
Perché Antonio Ricci voleva distruggere la tv
Per capire come la faccenda fosse arrivata fino a quel punto, bisogna capire Antonio Ricci. Nato ad Albenga nel 1950, cresce tra libri e testi teatrali, si laurea in lettere e poi in Storia dell’Arte. A 29 anni è già autore di Fantastico, il programma del sabato sera di Raiuno. Il suo alleato naturale è un comico emergente e quasi conterraneo (per quanto un genovese possa essere conterraneo di un altro ligure).
Insieme firmano due show che ho sempre trovato micidiali, noiosissimi, e anche un po’ razzisti: Te la do io l’America (1980) e Te lo do io il Brasile (1984). Ma quello che ne pensa un me ancora adolescente evidentemente ha poca importanza, perché i programmi funzionano, lanciano Grillo nel firmamento delle star dello spettacolo (dove, ahimè, non si fermerà) e segnalano quell’autore fuori dagli schemi ad un imprenditore altrettanto fuori schemi che sta provando a reimmaginare la televisione. C’è però un problema: Berlusconi è un visionario del business ma un grande conservatore nell’estetica (Montanelli se lo ricorda entrare nel suo ufficio per la prima volta, quando fa la sua prima offerta per “Il Giornale” con il tight e la tuba di Zio Paperone, per capirci). Ricci è tutto l’opposto: non vuole fare varietà classici. Vuole distruggere la televisione per ricostruirla. Nel 1983, quando si presenta da Berlusconi, ha già in mente tutto: meta-televisione, satira feroce, velocità postmoderna, sketch che durano pochi secondi, un bombardamento che lo spettatore italiano non ha mai visto, e che Berlusconi non riesce neppure a immaginare. Berlusconi vuole una TV popolare, con tutti gli ingredienti che sua mamma e le sue zie amano. Una Rai ancora più bella, solo con tanti spot. Ricci con Drive In ha in mente esattamente l’opposto di tutto ciò che sogna Berlusconi per la sua Tv commerciale.
Il grande rifiuto e la resa
Berlusconi vuole «parlare alla pancia del paese», che è sempre stata la sua specialità. Ricci invece gli propone di prenderla in giro, quella pancia, ormai un po’ troppo adiposa e invecchiata.
È uno scontro di culture, di civiltà, di generazione, anche politico se vogliamo. E Berlusconi è quello con il libretto degli assegni in mano. Un libretto che resta ben chiuso, mentre suonano distinti e chiari i suoi no. Berlusconi seduce, come suo costume, tenta di intortare Ricci per fargli fare quello che vuole lui. Ma è Ricci stavolta a dire no e a insistere. Trova alla fine l’argomento giusto, uno a cui Mister TV è sempre stato sensibile: i soldi. Stanno parlando con passione di un canale televisivo praticamente morto, senza spettatori. Lo show che Berlusconi ha in mente costerebbe carissimo, una scommessa azzardata persino per qualcuno che di scommesse azzardate se ne intende. L’ anti-varietà che Ricci ha in mente è invece uno spettacolo low cost: nessuna star, nessuna scenografia da mille e una notte, scene brevi che si producono velocemente. Italia 1 è morta, non c’è occasione migliore per tentare una mossa disperata. Alla fine se ne convince, ma solo a metà, anche Berlusconi. Cede per rassegnazione e Drive In debutta il 4 ottobre 1983, un martedì sera alle 20:30, contro Dallas su Canale 5. E divenne un fenomeno. Diventa subito un fenomeno.
Berlusconi, cinquanta esperti e il telefono
Ma Berlusconi continua a non capire Drive In. Non gli piace, non lo sopporta. Ogni domenica sera si siede davanti alla tv circondato di esperti. Quello che ha risparmiato in produzione rischia di spenderlo in consulenze.
Ognuno dei convitati alla fucilazione settimanale di Drive In è uno specialista: chi del trucco, chi della recitazione, chi di altro. Ogni settimana Berlusconi vuole capire perché quel varietà secondo lui non funziona (e se non funziona secondo lui il problema nelle sue TV è grosso). Alla fine, ogni settimana, telefonava ad Antonio Ricci con una infinita serie di appunti e doglianze. Ma Ricci non lo ascolta, dice sì a qualcosa, a qualcosa no, ma continua a fare tutto esattamente come vuole lui. Nel frattempo il pubblico ha già scelto: otto milioni di spettatori, critici entusiasti. Dopo poche settimane di sfoghi e di frustrazioni interne, Drive In è un fenomeno culturale oltre ogni aspettativa. Di fronte al pubblico, l’unica divinità più potente di se stesso, anche Berlusconi si arrende e Il 31 dicembre 1983, pochi mesi dopo il debutto, Drive In viene trasmesso in simultanea su Canale 5 e Italia 1 per la serata di Capodanno: è il trionfo del “pierino” Ricci. Berlusconi, che sognava un varietà classico, si trova a cavalcare il successo inarrestabile di una vera rivoluzione televisiva. Tra il 1983 e il 1988 il programma vinse quattro Telegatti consecutivi per la migliore trasmissione di varietà.
Il successo logora anche chi ce l’ha
È una rivoluzione gioiosa ma faticosa, fatta di notti insonni e ritmi massacranti. La macchina di Drive In è creativamente demenziale ma deve essere produttivamente perfetta, sincronizzata, per non finire in pezzi. Gli sketch durano pochi secondi, il montaggio è frenetico, tutto è velocissimo, e il cast, come si usava nei magici anni ‘80, lavora fino a notte fonda. Le prove sono infinite, le registrazioni di più, le riunioni notturne estenuanti, si prolungano fino alle quattro del mattino per costruire i personaggi. E poi quando tutto va in onda, Berlusconi chiama per dire che non va bene niente. Il rischio della rottura psicologica è fisica è sempre dietro l’altro, e più d’uno tra i frontman dello show rischia di gettare la spugna. Eppure alla fine nessuno molla, non molla Berlusconi che continua a fornire suggerimenti migliorativi, non molla Ricci, non mollano le star, le ballerine, gli elettricisti, gli autori, non mollano i personaggi di contorno, e nemmeno il paziente Has Fidanken, che diventa il primo cane più famoso di Rin Tin Tin.
Quel concentrato di teste di granito, quel programma che Berlusconi non voleva, che aveva rifiutato e che continua a non capire fino alla fine, è la rivoluzione che timbra gli anni ‘80 e che consegna alle TV private l’immagine di una televisione nuova, fuori dagli schemi e dalle autocensure, scollacciata e disordinata (almeno apparentemente) e sicuramente, come si dice oggi “disruptive”. Una TV necessaria in un’Italia stanca di colletti inamidati. Poi tutto finisce all’improvviso e nel 1988 Ricci, dalle ceneri di Drive IN crea Striscia la Notizia, il tg satirico che ha dominato per decenni il prime time. Forse, 37 anni dopo, ci sarebbe bisogno di un nuovo Ricci, di un nuovo Berlusconi, o quantomeno di un nuovo Has Fidanken. Ci vorrebbe un miracolo, insomma. perché il genio non passa con il latte materno, e nemmeno con i geni e gli imperi paterni. Per rendersene conto basta accendere la TV, il computer o lo smartphone. Gli schermi si moltiplicano, le idee no.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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