Il racconto del “Vampiro di Sacramento”, tra psicosi, cannibalismo e una serie di delitti che hanno scioccato l’America
Parlando di serial killer, tra le pagine di Boomerissimo, abbiamo visto personaggi scaltri e manipolatori, capaci di gestire la loro attività criminale e nello stesso tempo, mantenere una immagine spendibile in società.

In molti casi, come per Bundy o Gacy o Dorothea Puente, gli amici, i conoscenti, mogli e fidanzate hanno fatto fatica a credere all’efferatezza dei loro crimini.
Organizzati e disorganizzati
Personaggi che hanno saputo gestire i loro impulsi tanto da poter commettere omicidi ripetutamente. Non pazzi criminali, ma persone in grado di trovare il modo migliore per perseguire i propri scopi. Assassini organizzati, evidentemente. La distinzione tra organizzati e disorganizzati è stata un passo avanti decisivo nella criminologia moderna e nelle scienze investigative. La definizione fu sviluppata dagli agenti dell’FBI intorno al 1978, dai profiler Robert K. Ressler, John Douglas e Roy Hazelwood, basandosi su interviste approfondite condotte con 36 serial killer e stupratori seriali.

Il termine voleva tradurre in linguaggio criminologico la terminologia psichiatrica contenuta nel DSM-IV. Era un modo per rendere i concetti più comprensibili agli investigatori privi di formazione psicologica specializzata. Il serial killer organizzato è stato definito un trasgressore che pianifica metodicamente i propri crimini, dimostrando un controllo cosciente e premeditato durante l’esecuzione del delitto, lasciando prove forensi minime e adottando consapevolmente strategie per evitare la cattura. Si tratta di una persona priva di empatia, dotata di un forte controllo degli impulsi, intelligenza media o superiore alla media e una personalità narcisistica. Il suo piacere prima di tutto. E’ una persona socialmente competente, in grado di mantenere relazioni stabili. È ordinato, con una vita professionale relativamente stabile, a volte in posizioni di responsabilità. Generalmente è occupato in un lavoro qualificato e mantiene o ha mantenuto relazioni coniugali o romantiche significative. È lucido al momento del delitto, non soffre di allucinazioni, anche se può presentare disturbi della personalità di tipo narcisistico-antisociale. Riferisce di sentirsi calmo e rilassato dopo il crimine. Non presenta una storia significativa di malattia mentale diagnosticata. La scena del crimine di un killer organizzato parla di pianificazione e controllo. La vittima viene scelta deliberatamente in base a criteri specifici. Per ridurne la resistenza usa tecniche di controllo psicologico e fisico. Per raggiungere il suo scopo, seduce, minaccia e solo alla fine arriva alla violenza. Il corpo viene nascosto, trasportato in un luogo remoto, sepolto o smaltito accuratamente. Tutte azioni che rivelano lo sforzo consapevole per non essere scoperto.

Sin qui ordine e pianificazione. Ma c’è chi invece, si affida al caos. Il suo opposto, il serial killer disorganizzato è un trasgressore impulsivo, privo di pianificazione cosciente. Lascia una scena del crimine caotica con tracce forensi diffuse, rivelando la totale assenza di strategie deliberate per evitare la cattura. Spesso è affetto da disturbi psicotici significativi. Facendo uno sforzo di semplificazione, si può affermare che il killer disorganizzato differisce dall’organizzato in termini di funzionamento mentale. Ha un’intelligenza al di sotto della media o bassa. È affetto da una condizione psichiatrica significativa e diagnosticabile. È socialmente inadeguato, ha difficoltà a mantenere relazioni interpersonali. Ha una storia di isolamento sociale, mancanza di contatti romantici significativi, e incapacità sessuale. Raramente ha mantenuto una relazione di coppia stabile. Commette i delitti in stato confusionale, di angoscia e sofferenza. L’atto omicida è commesso durante un momento di massima alterazione psichica, a volte guidato da comandi allucinatori. Ha una storia documentata di ricoveri in istituzioni psichiatriche, assunzione di psicofarmaci o mancanza di trattamento nonostante la gravità dei sintomi. La sua scena del crimine di un killer del genere riflette il caos che ha dentro. Il suo crimine è commesso improvvisamente e in modo violento. Non sceglie le armi, è opportunista, usa oggetti trovati sul Infligge un numero eccessivo di ferite, spesso ben oltre quanto necessario per causare la morte. Tende a dissacrare il corpo post-mortem. Questi atti riflettono lo stato di rabbia incontrollata e la mancanza di inibizione. Non fa alcun tentativo consapevole di evitare di lasciare tracce. Le sue vittime sono casuali, quasi sempre estranei selezionati per opportunità. La vittima può essere chiunque si trovi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Il vampiro di Sacramento
La storia di Richard Trenton Chase, il vampiro di Sacramento, è quella di un killer disorganizzato, di un uomo con una estrema sofferenza psichica, lasciato libero di diventare preda dei suoi deliri. Prima di essere un assassino è il simbolo del fallimento della sanità americana. La scia di vittime che ha lasciato sulla sua strada era evitabile, se solo il suo disagio psichico, riconosciuto peraltro, fosse stato trattato in modo mirato e continuativo. Ma gli Stati Uniti degli anni Settanta non erano un esempio in questo senso e forse neanche oggi.
Richard Trenton Chase nasce in una famiglia difficile. La madre soffriva di problemi mentali non diagnosticati e manifestava comportamenti paranoici. Accusava il marito di drogarla e di tentare di avvelenarla. Durante una gita in campeggio in Oregon, Beatrice accusò il marito di avere una relazione con una donna nascosta nei cespugli. Il padre, Richard Sr., era un alcolista e come padre decisamente autoritario. Oltre agli abusi fisici, il padre urlava contro il figlio ogni volta che commetteva un errore. Fin dalla più tenera età, Richard manifestò tutti e tre i comportamenti della cosiddetta Triade di MacDonald: crudeltà verso gli animali, piromania e enuresi. Iniziò la sua carriera torturando e uccidendo i gatti del vicinato. Uccise così tanti gatti randagi che i vicini notarono la loro improvvisa scomparsa. Intanto le difficoltà economiche si sommavano a quelle emotive e i genitori persero la casa. Nessuno prestava attenzioni ai tanti segnali di disagio che manifestava il ragazzino. Credeva di essere un membro della James-Younger Gang (una banda di fuorilegge del XIX secolo), a volte dormiva nel soggiorno completamente nudo, con il riscaldamento al massimo e le finestre aperte.
Adolescenza, droghe e impotenza
Durante gli anni del liceo, Chase diventò un consumatore abituale di marijuana e LSD. Iniziò una relazione con una compagna di scuola, ma non riuscì ad avere rapporti sessuali con lei. Era impotente, una condizione che lo avrebbe afflitto per tutta la vita.

A diciotto anni, fu visto da uno psichiatra proprio per questa disfunzione. Il medicò ipotizzò la presenza di una malattia mentale, ma il ragazzo non ricevette ulteriori cure. Dopo il diploma, abbandonò gli studi. Per un certo periodo condivise un appartamento con amici, ma non durò. Girava nudo per casa anche in presenza di ospiti e alla fine fu lasciato solo. Privo di mezzi, cominciò a fare la spola tra la casa della madre e quella del padre che nel frattempo avevano divorziato. La tenuta della sua mente vacillava. Credeva che la madre volesse avvelenarlo. Nel corso di una lite la donna tentò di chiamare la polizia, ma Richard le strappò il telefono di mano e la colpì in testa. Dopo questo incidente, Chase andò a vivere con la nonna paterna a Los Angeles. La nonna trovò il nipote a fare la verticale nell’angolo, spiegando che stava cercando di far scorrere il sangue verso la sua testa. Diceva che il suo cuore “si fermava occasionalmente” o che “qualcuno gli aveva rubato l’arteria polmonare”. Teneva arance sulla testa, credendo che la vitamina C sarebbe stata assorbita dal suo cervello attraverso la diffusione. Pensava anche che le ossa del suo cranio si fossero separate e si stessero muovendo, quindi si rasò la testa per poter guardare meglio.
Nel corso di un primo ricovero, l’ospedale diagnosticò a Chase una schizofrenia paranoide acuta, o forse di una psicosi indotta da droghe. Chase fu dimesso grazie anche all’intervento della madre. Per un periodo la sua salute migliorò grazie ai farmaci prescritti dall’ospedale. Fu ricoverato una seconda volta perché si era iniettato sangue di coniglio. Trasferito al Beverly Manor Psychiatric Hospital fu soprannominato “Dracula” a causa della sua fissazione per il sangue. Spezzò il collo a due uccelli e ne bevve il sangue, così come fece con il sangue dei cani da terapia. Dopo essere stato sottoposto ad un massiccio trattamento con farmaci psicotropi, Chase non fu più ritenuto un pericolo per la società e fu rilasciato in custodia alla madre. Il personale dell’ospedale non era affatto d’accordo con questa decisione. Erano certi che Chase fosse “malato e pericoloso”. Senza consultare i medici, la madre gli sospese i farmaci e gli trovò un appartamento. Chase trasformò la casa in un mattatoio, entravano animali di ogni genere e non ne uscivano più.
Gli omicidi
Richard, nonostante la sua malattia, riuscì ad acquistare un fucile calibro .22. La sua prima vittima, Ambrose Griffin, era un ingegnere di 51 anni e padre di due figli, centrato da lunga distanza. Due settimane dopo Chase tentò di entrare nella casa di una donna, ma poiché le sue porte erano chiuse a chiave, se ne andò. Come i vampiri, considerava le porte serrate come un segno che non era il benvenuto, ma le porte aperte erano un invito ad entrare. In un’altra occasione, fu sorpreso in casa da una coppia. Aveva urinato e defecato sul letto e sui vestiti del loro bambino. Il peggio era prossimo.
Dopo un mese, Chase si avvicinò alla casa di David e Teresa Wallin. I due erano sposati da un paio d’anni. Lei aveva trovato da poco un impiego statale, andava in palestra due volte a settimana con le amiche. Aspettava il suo primo figlio, avevano scelto anche il nome, Dane. Si definiva “contagiosamente felice”. Quella mattina stava portando fuori la spazzatura, fu colpita da un primo colpo alla mano, poi fu raggiunta alla guancia e infine in testa. Richard praticò atti di necrofilia, la pugnalò ripetutamente, rimosse alcuni organi per poi riposizionarli all’interno del cadavere. Il vampiro, poi, bevve il suo sangue. Andò via lasciando tutto in vista. Al suo ritorno David non riuscì ad affrontare la scena, scappò urlando. Il detective arrivato sul posto disse che l’espressione terrorizzata sul viso di quell’uomo aveva continuato a perseguitarlo nel corso degli anni.

Dopo neanche una settimana, Richard entrò in casa di Evelyn Miroth. Evelyn era una madre divorziata di trentasei anni con due figli, uno di tredici, Vernon e uno di sei, Jason. Quel giorno faceva da baby sitter al nipotino di neanche due anni. La porta sul retro era aperta, un invito. Chase entrò, trovò Evelyn nel bagno e la uccise con un colpo di testa. All’arrivo di Jason freddò anche lui. Intanto era arrivato un amico di famiglia, sparò anche a lui.

Il rumore svegliò il piccolo di cui Evelyn si stava prendendo cura. Neanche lui fu risparmiato. Nel silenzio conquistato col sangue procedette al suo macabro rituale: necrofilia e cannibalismo. Tracy Grangaard, un’amichetta di Jason, bussò alla porta. Era andata a chiamare il bambino, sarebbero dovuti andare a fare una gita. Chase si spaventò, prese i resti del più piccolo e scappò. Giunto a casa, ne consumò alcune parti. La famiglia di Tracy allertò la polizia. La scena era difficile da sopportare.L’’FBI stilò un profilo dell’assassino: maschio bianco sui vent’anni e malato di mente. Secondo il profilo a causa di questa malattia mentale, l’assassino probabilmente non si prendeva cura di se stesso e avrebbe avuto un aspetto sporco e trasandato.
L’arresto
La polizia diramò un’allerta con una sommaria descrizione dell’omicida, un uomo alto e magro, capelli lunghi, aspetto poco curato e un vistoso parka arancione. Nancy Westfall, ex compagna di scuola di Richard, si ricordò di essere stata avvicinata nel parcheggio del supermercato proprio da Chase vestito in quel modo. Riferì alla polizia che i suoi abiti erano macchiati di sangue e aveva una crosta gialla intorno alla bocca.
La donna si spaventò talmente da chiudersi in auto e fuggire. La polizia allertata da Tracy perquisì l’appartamento dell’indiziato. Tutto in quella casa, pareti, pavimento, soffitto, utensili da cucina erano intrisi di sangue. Furono trovati collari per cani, organi in decomposizione, sangue, tanto sangue. Su un calendario aveva scritto la parola “oggi” sulle date degli omicidi. Altri 44 “oggi” erano scritti sul calendario. Pochi giorni dopo la sua cattura gli psichiatri ebbero un primo colloquio con lui. I suoi pensieri erano erranti e deliranti. In ulteriori interviste Chase ammise la sua colpevolezza, dicendo: “Non ho ucciso nessuno, solo alcune persone”. Riconobbe di aver bisogno di sangue, dicendo di essere andato in diversi posti per procurarsene un po’, ma senza riuscirci. Credeva che la sua mancanza di sangue gli impedisse di vivere una vita normale. Fu giudicato colpevole di sei omicidi di primo grado e la giuria, respingendo l’infermità mentale, lo condannò a morte. A San Quintino gli altri detenuti lo chiamavano “mangiatore di bambini” e lo minacciavano continuamente. Lui per tutta risposta farneticava di avvelenamento da saponetta che trasformava il suo sangue in polvere e di invasione di UFO nazisti. Nel 1980 fu trovato morto nella sua cella. L’autopsia rivelò un’overdose di Sinequan, un farmaco prescritto per trattare la depressione e le allucinazioni. Chase aveva segretamente accumulato le pillole. Accanto al letto c’erano quattro fogli scritti fitti fitti con un codice incomprensibile e uno dei suoi messaggi deliranti. La fine di un incubo per Sacramento e per lui, morto, senza essere mai stato curato.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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