Non è il “caso infinito” senza soluzione: è una cronaca nera con numeri, date e un’escalation rapidissima. Bilancia passa dall’ossessione per l’umiliazione alla decisione di colpire
Il mostro di Firenze è un caso a sé. Deliberatamente scelgo di non parlarne, perché lo considero un pantano. Entri, ti sporchi a furia di rovistare nella melma, ma arrivi a niente.

Non amo le storie crime senza colpevole, mi danno l’inquietudine. Sapere chi è l’assassino, se è stato preso e condannato, mi fa dormire tranquilla. Personalmente posso dire nulla che aggiunga qualcosa alla storia del mostro, tantomeno posso narrarla in modo originale. E’ stato detto tutto e il contrario di tutto, romanzando, in medias res, o in modo asettico. Escludendo colpi di scena tardivi, quella storia è destinata ad avere una sola verità, quella processuale.
Il serial killer più prolifico
Ed è proprio lui, l’assassino delle coppie, il più temuto e ritenuto da molti il più prolifico assassino in terra italica. Sarà per la scelta delle vittime, per le modalità omicidiarie, riteniamo che Pacciani e i suoi compagni di merende o chi per loro, sia stato l’apice dell’orrore. Un orrore che nessuno vuole cancellare o stemperare. Ma non è lui (o loro) che ha mietuto il numero più alto di vittime nel XX secolo, parlando di serial killer. Più in alto ci sono i nostri dittatori.
Colui che più ha ucciso in Italia è Donato Bilancia, l’uomo, che tra il 16 ottobre 1997 e il 21 aprile 1998, in sei mesi appena, tolse la vita a 17 persone, contro le 16 del mostro di Firenze. Donato Bilancia non aveva mai ucciso nessuno prima del 16 ottobre 1997. Per 46 anni aveva condotto una vita borderline fatta di furti, rapine, porto abusivo d’armi e gioco d’azzardo, ma non aveva mai commesso un omicidio. Il passaggio dalla delinquenza comune all’omicidio seriale avvenne in modo improvviso, innescato da una truffa subita, ma alimentato da decenni di traumi irrisolti: l’infanzia umiliante, il suicidio del fratello Michele nel 1987, l’incidente stradale del 1990, la ludopatia distruttiva e un narcisismo patologico incapace di tollerare l’ umiliazione.
Chi era Donato Bilancia
Donato Bilancia era il secondogenito di Rocco e Anna Mazzaturo. Lui era un padre autoritario, mentre la madre era una casalinga sottomessa. Il padre era dipendente dell’INAM e soggetto a frequenti trasferimenti.

Nel 1956, si stabilirono definitivamente a Genova, nel quartiere di San Fruttuoso. Il padre Rocco era l’autorità. Il vecchio padre padrone di una volta che si arrogava il diritto di ridicolizzare il figlio. C’è un dettaglio particolarmente crudo, riportato come ricordo durante le perizie: il padre che lo spoglia da bambino davanti alle cugine per mostrar loro i genitali. Vergogna e danno fissati per sempre nella mente. La madre, passiva e assente emotivamente, era (come tante mamme di quella generazione) molto attenta al benessere materiale dei figli. Però, quando Donato, bambino, bagnava accidentalmente il letto, Anna appendeva le lenzuola alla finestra affinché tutti i vicini vedessero. In una lettera che Bilancia avrebbe scritto allo psichiatra Vittorino Andreoli parlò della vergogna legata all’enuresi, del tentativo infantile di asciugare di notte il letto “col calore del corpo” per evitare la vergogna al mattino.
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Anche a scuola era preso di mira. Meridionale, decise di farsi chiamare Walter per essere meno diverso. L’unico suo faro era il fratello maggiore, Michele. Adolescente entrò nella spirale dei piccoli furti. Negli anni Ottanta si specializzò in appartamenti. Lavorava da solo e usava quello che otteneva per giocare in bische clandestine.
Il punto di non ritorno
Il 19 marzo 1987 fu il giorno che Bilancia non dimenticò mai più, un peso che cadde sulle sue spalle e spezzò la sua psiche. Il fratello maggiore, Michele, era nel mezzo di una separazione dolorosa. La moglie aveva chiesto l’affidamento esclusivo del figlio di quattro anni. Michele fece un’ultima passeggiata con Davide. Arrivarono alla stazione di Genova Pegli. Tutti i padri portano i figli a vedere i treni. Ma Michele si gettò con Davide sui binari.

Toccò proprio a Donato il compito di riconoscere all’obitorio ciò che restava di Michele e Davide. L’unica colpevole di quello scempio era per lui la cognata Ornella. Un odio che da allora estese a tutte le donne. Gli psichiatri, in seguito, identificarono in questo episodio la frattura decisiva nel suo equilibrio psichico. Nel 1990 Donato fu vittima di un grave incidente stradale. Rimase in coma per due giorni. Quello stesso anno fu denunciato per aver minacciato e picchiato violentemente una prostituta, lasciandola per strada. Nel 1993 venne denunciato per molestie sessuali da una commessa. I segni di un crescendo di violenza.
Giocatore compulsivo
Già dagli anni ’80 Bilancia era un giocatore compulsivo. Bische clandestine, i cosiddetti circoli privati e casinò diventarono vita. La sua forma di dipendenza non era quella del “giocatore ragionatore”. Giocava per l’adrenalina, puntava forte, su giochi dove la parte razionale conta poco.

Nel giro Walterino (come si faceva chiamare) si atteneva a una sorta di “etica”, pagava i debiti e non voleva passare per quello che scappa senza saldare. Ma questa “etica” diventò un’altra trappola. In mancanza di denaro “pulito” lo recuperava con furti ed espedienti. Dopo la morte del fratello, il gioco divenne la sua anestesia, ma si caricò anche di risentimento, di vuoto, e di una percezione più persecutoria del mondo. Nel 1997 Bilancia frequentava stabilmente la bisca che lui stesso, in aula, descrisse come “gestita da Giorgio Centanaro e Maurizio Parenti”, aggiungendo che “gli altri si erano coalizzati per giocargli contro”.
Era un periodo che perdeva molto e in quelle sale o forse nel bagno, colse una frase di Maurizio Parenti che lo chiamava “pollo” davanti a Giorgio Centanaro. Centanaro e Parenti (che lui considerava amici) lo avevano raggirato e deriso. L’idea maturò subito: ucciderli. (Continua)
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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