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Vallanzasca, evasione San Vittore

Vallanzasca 1980, fuga da San Vittore: far west a Milano

Tre pistole, sedici evasi, una città sotto assedio. Il 28 aprile 1980 Vallanzasca tenta la fuga da San Vittore. Ma stavolta non c’è nessuno ad aspettarlo: solo piombo e sangue.

Per molti anni, ai tempi delle prime esperienze di lavoro, la zona intorno a San Vittore è stata casa mia. Vedevo le mura e le torri, cupe, dalle finestre, o talvolta da sotto mentre andavo a caccia di un panino. Erano già passati quasi dieci anni dal giorno più caotico e sanguinoso di quel carcere e di quelle strade. Nei bar, negli uffici, qualcuno lo ricordava ancora. Spari, sirene, terrore. Era cominciato tutto il 28 aprile 1980, alle 13:20.  Un momento che tutti continueranno a vivere e rivivere da angolazioni diverse, come un film di Kurasawa. Nel cortile del carcere di San Vittore, sedici detenuti scendono al passeggio con le scarpe da ginnastica. Ma lo sport c’entra poco: Renato Vallanzasca ha solo dato il via all’evasione più violenta e disperata della sua carriera. Qualcuno estrae una pistola, poi un’altra, poi una terza. Armi che non dovrebbero esistere, ma che ci sono, introdotte in carcere da una guardia corrotta. Il piano è semplice sulla carta: prendere ostaggi, aprire i cancelli uno dopo l’altro, uscire in strada, sparire. Dieci minuti frenetici e i fuggitivi sono per strada, liberi, nel centro di Milano. Ma qualcosa va storto quasi subito.

Vallanzasca, evasione San Vittore
Vallanzasca, l’evasione da San Vittore – Boomerissimo.it®

Quando il primo detenuto mette piede fuori dal portone principale di San Vittore, in piazza Vetra, Milano smette di essere una città, persino una città al fondo della crisi e della violenza degli anni ‘70 e diventa un puro e semplice campo di battaglia. Gli spari partono senza un vero perché, da qualcuno di quei 16 uomini armati, a cavallo tra carcere e libertà. L’adrenalina è alle stelle, qualcuno non ce la fa ad aspettare il segnale. Dopo il primo colpo, la città diventa solo caos, sangue, sirene, cadaveri. Un incubo che chi ha vissuto quei giorni non riuscirà mai a dimenticare. Alla fine dell’inferno si conteranno tre morti—due evasi e un brigadiere dei carabinieri—più una decina di feriti. Vallanzasca sopravvive per miracolo a quell’inferno di fuoco, con due colpi di pistola conficcati nella testa. Ma stavolta la libertà non arriva, nemmeno per un secondo.

Le armi che non dovevano esserci

La preparazione di quella fuga era cominciata settimane prima, nelle celle del Primo Raggio. Vallanzasca era tornato a San Vittore nel febbraio 1977, dopo essere stato arrestato a Roma in un covo di via Venusio. Ferito, braccato, con un mitra e quattro bombe a mano. I sette mesi di latitanza seguiti alla fuga dall’Ospedale Bassi—sono la stagione più sanguinosa e drammatica della Banda della Comasina: settanta rapine, quattro sequestri, sette omicidi. Il “Bel René” è passato da criminale semisconosciuto a bandito più ricercato d’Italia, una leggenda nella sua poco invidiabile categoria. Sono mesi di follia criminale quasi orgiastica, ma una volta catturato, il mondo si capovolge. Di nuovo in carcere, ma stavolta niente distrazioni, niente ospedali militati: il regime di sorveglianza è il più duro che si possa applicare a un criminale comune. Eppure Vallanzasca non è un riminale comune: carcere dopo carcere (ne “visiterà” ben trentasei in otto anni), il bandito sa che nessuna prigione è perfetta. Basta trovare la crepa giusta.

Il carcere di San Vittore visto dall’alto – Boomerissimo.it®

In queste cose, il modus operandi di Vallanzasca ha le sue costanti. La crepa che cerca ancora una volta, proprio come a Dergano, è ancora una volta una guardia corrotta. Vallanzasca studia l’organigramma con cura e ne individua una che conosce da tempo. Gli ha parlato, conosce i suoi punti deboli. Offre una cifra che oggi equivale a decine di migliaia di euro. Ci azzecca e la guardia accetta: pezzo dopo pezzo, tre pistole entrano a San Vittore. Una calibro 7,65, una 9 millimetri, e una terza di cui Vallanzasca, intervistato molti anni dopo, non ricorda più nemmeno il modello. Oltre alle pistole, i tredici aspiranti evasi possono contare anche su alcuni coltelli a serramanico, da distribuire a chi non potrà contare su armi da fuoco. La crepa è aperta e funziona, ma il problema organizzativo della fuga comincia ad emergere sin dalle prime battute della preparazione. San Vittore, nel 1980, è una specie di Università della malavita, oltre che un master del terrorismo. Sono bande, correnti, gruppi che non è prudente tenere all’oscuro ma è anche difficilissimo mettere insieme. Tra gente che non si può ignorare, complici, amici, la conta comincia a diventare come quella degli inviti ad un matrimonio: più la tagli e più si allunga, fino a finire fuori controllo. Oltre a Vallanzasca e ai suoi uomini della Banda della Comasina—Antonio Colia detto “Pinella”, Daniele Lattanzio— sono della partita Corrado Alunni, leader di Prima Linea, l’organizzazione armata che aveva seminato il terrore a Milano tra il ’77 e il ’79.

Una battaglia in città – Boomerissimo.it®

C’è Emanuele Attimonelli, dei Nuclei Armati Proletari. Completano il quadro neofascisti e rapinatori comuni: un parlamentino del crimine e del terrore. Tutti vogliono uscire e così Vallanzasca, finisce per trovarsi a capo di un’armata brancaleone di sedici disperati a caccia della libertà

“Eravamo in troppi. E quando sei in troppi, qualcuno fa sempre una cazzata.”

–Renato Vallanzasca

Piazza Vetra: la sparatoria

Il 28 aprile 1980 è un lunedì. Un classico lunedì milanese, umido e grigio.Alle 13:20, durante l’ora d’aria, i sedici detenuti si radunano nel cortile dei passeggi. Gli sguardi si incrociano e Vallanzasca dà il via. Le pistole spuntano dalle tasche, i coltelli escono da sotto le magliette. Il primo ostaggio è il brigadiere Romano Saccoccio: Vallanzasca gli punta la pistola alla schiena, lo porta al primo cancello, lo costringe ad aprire. Poi vengono il secondo, il terzo. Tutto sembra andare secondo il piano mentre il resto dei partecipanti alla fuga segue in fila, tenendo fermi altri agenti, immobilizzati, terrorizzati. Tutto sembra funzionare secondo il progetto. La crepa è spalancata, davanti c’è Milano che aspetta. Eppure qualcosa si rompe quasi subito. Appena usciti dal portone principale, in piazza Vetra, i tredici non fanno a tempo ad assaporare i primi attimi di libertà che tutto intorno a loro si trasforma in un inferno. Di fronte al carcere ci sono due auto dei carabinieri. Un arrivo inaspettato: la scorta di un magistrato che quel giorno ha deciso di venire in visita, forse per interrogare qualcuno. Fuori dalle auto, tre carabinieri aspettano, uno è ancora al volante. Capiscono subito che qualcosa non quadra e quando vedono tredici detenuti armati che escono dal portano, i militari mettono mano alle loro pistole. Qualcuno—e non si è mai capito chi—spara il primo colpo. È cominciato il Far West di San Vittore .

Renato Vallanzasca con Rossano Cochis – Boomerissimo.it®

Mario Carluccio, il braccio destro di Vallanzasca, è un uomo abituato a non uscire mai di casa senza il suo fucile, ma quel giorno è quasi nudo. Ha solo un coltello, ma quando vide un carabiniere che punta l’arma contro il suo capo gli corre incontro urlando.

“Sbirro! Stavi cercando me? Sono qui, girati, sbirro!”

–Mario Carluccio

Il brigadiere Giovanni Ripani si gira e si trova faccia a faccia con il bandito. Solo sei metri li separano. Partono cinque o sei colpi, uno dopo l’altro. Carluccio cadde a faccia in avanti, sul prato dei giardinetti: un proiettile gli ha spezzato il cuore. Anche Ripani ondeggia, colpito al petto dai colpi di un’altra pistola. Crollò a terra. Morirà in ospedale qualche ora più tardi. In mezzo alla prima sparatoria Corrado Alunni corre sul marciapiede opposto, fugge, ma è inseguito dai colpi che partono dal muro di cinta. Ha in mano un secondo pugnale tenta di passare tra due auto posteggiate. Nel caos di Milano le auto sono posteggiate troppo vicine, Alunni si incastra tentando di passare, perde tempo, viene colpito allo stomaco e stramazza a terra accanto a una Fiat 125 blu coperta da un telone, in un lago di sangue. Vallanzasca lo raggiunge, cerca di trascinarlo via: “Alzati, Corrado, dai che ce la facciamo”. Alunni, contorcendosi dal dolore, si arrende: “Vai, non ce la faccio. Scappa e buona fortuna”. Vallanzasca si rialza, riprende a correre, ma proprio in quel momento arriva la prima mazzata. Un colpo di pistola lo raggiunge alla fronte, all’attaccatura dei bei capelli che ne hanno fatto un personaggio da copertina. Barcolla, sbatte contro il muro, lotta col dolore e con le forze che se ne fanno. Ma non è la prima volta che viene ferito, è ancora convinto di farcela. Durerà poco. Il secondo colpo, sparato dalle mura del carcere, rimbalza su muro e gli si conficca nella nuca.Vallanzasca crolla sull’asfalto come un sacco vuoto.

Salvato due volte

Vallanzasca è immobile, il viso coperto di sangue. Non può muoversi, solo gli occhi riescono ancora ad esplorare quello che c’è intorno. Sembra morto, ma non ha ancora perso conoscenza e soprattutto, non si è ancora arreso del tutto. Ma il richiamo alla realtà arriva brusco con una scarpata violenta all’osso sacro. Poi una voce: “E questo bastardo di Vallanzasca. Ora la finirai per sempre di rompere i coglioni”. Sente distintamente il rumore del carrello della pistola che mette il colpo in canna. È finita, qualcuno sta per giustiziarlo. Poi un’altra voce: “Fermi! Non vedete che è morto?”. Sdraiato faccia a terra, senza più nessuna possibilità di reagire, il bandito è in mezzo a una discussione surreale, una lite tra colleghi. C’è chi si vuole vendicare della scia di morte che Vallanzasca ha lasciato tra le forze dell’ordine. Ma un carabiniere arma il mitra, lo punta contro i colleghi, li costringe ad allinearsi al muro. “Devo la pelle a un ragazzo in divisa”, ha  raccontato Vallanzasca anni dopo. La voce di quel nemico che lo salvato gli resterà nelle orecchie per sempre. Arrivano i barellieri, lo caricano sull’ambulanza, e solo a quel punto dalla sua mano cade la pistola. La teneva ancora stretta, e nessuno se n’era accorto. Un barelliere la calcia lontano, teme che se salta fuori adesso, nella confusione e nel panico, gli agenti sparino. Solo quando la pistola è a distanza di sicurezza l’infermiere chiama gli agenti: “Guardate, là c’è una pistola”. Vallanzasca è salvo per la seconda volta in pochi minuti. Dopo pochi minuti, l’ambulanza raggiunge il Policlinico di via Francesco Sforza. Sono le due del pomeriggio, Vallanzasca viene ricucito con 170 punti di sutura e miracolosamente sopravvive. Carluccio, Alunni e Ripani no. Degli altri evasi, cinque riescono a far perdere le tracce. Antonio Colia si arrenderà dopo quaranta minuti di assedio, asserragliato in un palazzo di fronte al carcere. Gli altri restano in libertà qualche ora in più: saranno catturati uno dopo l’altro nei giorni successivi.

Vallanzasca, Serra e il Rolex
Renato Vallanzasca e Achille Serra, 1972 – Boomerissimo.it

A mettere fine alla caccia all’uomo, ancora una volta, fu Achille Serra, il commissario capo che aveva già arrestato Vallanzasca molte volte, e che si è visto sfidare da un orologio. Stavolta però non c’è nessuna caccia, solo un massacro in pieno centro, in una Milano che per qualche minuto si è trasformata in Beirut.

L’Italia del 1980

Quel 28 aprile 1980 non fu decisamente un giorno qualunque, anche per gli standard di una città stremata dal crimine e dal terrorismo. Sono gli anni che seguono il sequestro di Aldo Moro, anni di guerra e di caccia, non solo a Milano ma in tutta Italia.Quattro giorni prima, a Genova finisce in sparatoria l’irruzione dei carabinieri nel covo delle Brigate Rosse di via Fracchia: quattro terroristi morti, tra cui Riccardo Dura, capo della colonna genovese. Ad agosto, esplode la stazione di Bologna: 85 morti, 200 feriti. Il terremoto dell’Irpinia chiude quell’anno maledetto con altre 2.914 vittime. L’evasione di Vallanzasca è una tragedia ormai di seconda visione, il colpo di coda del crimine vecchio stile in una stagione di bombe, di attentati, di stragi politiche. È una violenza quasi antica quella che risorge all’improvviso, che esplode in  città. Da dietro le finestre, dal bancone di bar, risuonano sirene, spari, macchine in fuga. Un passato che ritorna ma che per chi l’ha vissuto, anche per pochi minuti, non è mai veramente passato.

Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®

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