Renato Vallanzasca è un simbolo della Milano degli anni ‘70, della sua malavita e anche delle sue auto. Molti anni dopo, in un provvisorio momento di “libertà”, ebbe occasione di provare la Uno Turbo. E di rimanerne impressionato.
Molte sono le auto che Renato Vallanzasca ha guidato o posseduto durante la sua carriera criminale.

Aveva cominciato con un carelot, nei suoi anni di bambino. Uno di quei trabiccoli di legno e cuscinetti a sfera. Nel tentativo di prendere velocità a rimorchio di un tram, per poco non ci rimette la pelle.
Negli anni ‘70, Vallanzasca, cresciuto nella Ligera decide di affrancarsi e di creare una banda tutta sua, quella della Comasina. È in questa nuova formazione che uscirà dalla piccola cronaca dei furtarelli e delle rapine per entrare pienamente nel mirino del questore Achille Serra, che ha il compito ingrato di cercare di stroncare un crimine che a Milano sta raggiungendo proporzioni da Chicago anni ‘20.
La banda di Vallanzasca entra nell’elite del crimine con la famosa rapina di San Valentino del 1972. Protagoniste, come vediamo dai verbali del processo, che Boomerissimo ha potuto visionare presenziando alla mostra “Sotto Assalto”, che raccoglieva molti materiali originali della Milano Criminale di quegli anni, sono due automobili e un furgone portavalori.
Il furgone trasporta gli stipendi degli impiegati dell’Esselunga di Viale Monterosa. La Banda della Comasina lo ferma incastrandolo con una Fiat 1100 e fugge a bordo di una non meglio precisata Alfa Romeo.
L’inseguimento si snoda per tutta Milano, e vede alla fine prevalere, perlomeno momentaneamente, la banda del “bel René”.
Una storia di auto, ma che difficilmente ha avuto Vallanzasca alla guida. Un pilota, per sua stessa ammissione, maldestro e poco capace.
“Non sono mai stato un drago come pilota”
–Renato Vallanzasca.
Le auto di una carriera fuorilegge
Non è la prima auto che lega Vallanzasca a un episodio criminale, e non sarà l’ultima.

Una delle prime note è anche una delle più improbabili: una 600 multipla. Auto da tassisti anni ‘60 e che farà fortuna come mezzo di trasporto amato dalle suore e dalle congregazioni religiose (una delle mie prime macchine fu distrutta da ferma, parcheggiata, proprio da una 600 multipla carica di suore).
La 600 multipla che vede Vallanzasca portagonista è invece un taxi, uno di quelli nero verdi che forse qualche vero boomer ricorda ancora. È parcheggiato, e Vallanzasca adocchia al suo interno il contenitore con l’incasso. Fuggirà a piedi, senza rischiare pericolose galoppate al volante.
Ben più nota è la 132 blu, che viene coinvolta in un tragico scontro a fuoco al casello di Dalmine nel 1977. Muoiono due poliziotti, un membro della banda, e alla base del conflitto c’è ancora una volta la guida maldestra. La 132 viene notata per la velocità folle a cui procede sulla Milano Venezia, per i cambi di corsia. E quando esce al casello, ad aspettarla c’è una pattuglia della Stradale. La tragedia che ne segue l’abbiamo raccontata qui.
Dopo la sparatoria la banda fugge rubando una 128 bianca e lasciando una famiglia terrorizzata a bordo strada. Verranno quasi tutti arrestati sull’autostrada del sole a bordo di una Range Rover, mentre cercano di raggiungere Vallanzasca, ferito, che è già riparato a Roma, e qui verrà arrestato.

Una storia automobilistica gentile, diversa si svolge invece un anno prima, durante la latitanza. Siamo alla Comasina, dove Vallanzasca si nasconde ma non troppo. Occhiali a specchio, sigaretta in bocca, guida la sua BMW, quando un bambino, emulo delle avventure di ET, decolla con la sua biciclettina da un trampolino di legno e gli atterra sul tetto. I danni sono gravi, la paura dei presenti è ai massimi, appena vedono aprire la portiera e uscire dalla macchina il famoso latitante. Ma Vallanzasca si limita ad offrire un gelato al bambino, controlla i danni e se la fila sgommando. Quella volta senza ulteriori incidenti.
L’incontro con la Uno Turbo
Vallanzasca non è insomma mai stato un gran pilota, e lo sa. Dieci anni di prigione, dopo l’arresto per lo scontro a fuoco di Dalmine non hanno migliorato le sue qualità.
È il 1987 quando evade dall’oblò di un traghetto che dovrebbe trasportarlo a Nuoro. È di nuovo libero, ma in un mondo piuttosto diverso da quello che aveva conosciuto prima dell’arresto. C’è l’aria, la libertà, ci sono le donne, ci sono un sacco di macchine nuove per la strada. E c’è un amico che decide di fargli provare la più pepata di tutte.
“Dopo anni che non salivo su qualcosa che non fosse un blindato mi fece provare quella scatoletta infernale della Uno Turbo”
– Renato Vallanzasca
Quando Vallanzasca era entrato in carcere, molti anni prima, i turbo erano una rarità. Il criminale dalla guida maldestra si sente arrivato in un altro mondo, che un po’ mette paura, ma un po’ lo incuriosisce.
L’amico lo conosce, la Uno Turbo è sua. Non è molto convinto di lasciarla nelle mani del René. Insiste per guidarla lui, cerca di convincerlo che è meglio così.
Ma Vallanzasca non sente ragioni. Vuole dimostrare a tutti i costi che un “breve soggiorno a spese dello stato” non lo ha rimbecillito del tutto. Non sente ragioni, e non è uno che convenga contraddire troppo. Si siede al volante, con l’amico preoccupato a fianco.
“Mollo la frizione per sentire la sgommata: azzz…
un altro po’ e mi ritrovavo sprofondato nel sedile fino ai gomiti. Sarà stato che avevo perso l’abitudine, ma neppure con Ferrari, Lamborghini e Maserati mi ricordavo un rinculo tanto poderoso”.
–Renato Vallanzasca
Insomma, la Fiat con quella scatoletta infernale ha fatto un buon lavoro. Ha la cattiveria che poche auto dell’epoca possiedono. Verrà soprannominata “la bara su ruote” solo perché a guidarla sono spesso ragazzotti poco più capaci di Vallanzasca. Mentre per guidare la Uno Turbo senza danni occorre una buona dose di “manico”.
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Vallanzasca non farà in tempo a svilupparlo. Viene arrestato di nuovo solo 21 giorni dopo.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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