Sono stati il re del crimine e il suo concorrente, erede, nemico e forse (molto forse) amico. La storia di Francis Turatello e Renato Vallanzasca è quella di un rapporto davvero molto complicato.
La nostra incomprensione iniziale era dovuta dal fatto che lo stavo cercando per capire certi suoi atteggiamenti.. Lui rifiutandosi sempre aveva scaturito in me quella voglia di far vedere di che pasta fossi fatto , ma l’ho sempre stimato.
–Renato Vallanzasca
Chi, come noi, ha avuto l’occasione di crescere realmente nella Milano degli anni ‘70, generalmente rifugge dalla nostalgia zuccherosa per un’epoca in cui tutti eravamo più semplici, un po’ più poveri, ma felici.

La città era grigia, spenta, l’arredo urbano era rappresentato da strati di asfalto non sempre ben rappezzato. L’aria era pesante, in ogni senso. Si respirava male. E anche un bambino capiva che era meglio stare attenti a dove si camminava, come, e a che ora. La vita notturna, forse, fioriva nei night club (scenario importante di questa storia). Si poteva osare andare al cinema. Ma già una sera al ristorante era un’avventura che rischiava di finire in rapine e omicidi.
In quella città in cui siamo cresciuti si picchiava, si sparava, inseguiti dalla polizia, si spacciava, si moriva, si rapiva a ritmi che avevano poco da invidiare alla Chicago degli anni ‘20. In quel decennio i sequestri di persona furono 150 e gli omicidi circa 150 all’anno, solo a Milano. Sarebbe bene ricordarselo, quando si parla, oggi, di città pericolose.
Vallanzasca e Turatello, i re della Milano nera
Quella Milano ha due re: Renato Vallanzasca e Francis Turatello, entrambi vengono dal quartiere di Lambrate, anche se Turatello è un milanese acquisito, nato in Veneto da una giovane sarta e da un padre ignoto, che qualcuno sostiene essere il boss italoamericano Frank “tre dita” Coppola.

Uno, Turatello, è di qualche anno più vecchio dell’altro: è nato nel 1944 con sei anni di vantaggio su Vallanzasca che è ancora un novizio del crimine quando la banda di Turatello spadroneggia già in città, dominando la prostituzione e le bische grazie al suo esercito prevalentemente di origine catanese. Ci sono poi le rapine: una particolarmente spettacolare verrà organizzata in trasferta, a Roma, in collaborazione con la gang dei marsigliesi che risponde ad Albert Bergamelli. Ma Turatello affianca alla tradizionale attività della mala milanese una vera e propria startup criminale: il sequestro di persona. Del successo di questa nuova attività abbiamo già accennato in apertura.
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Turatello è il monarca del crimine. Non è un emissario di Cosa Nostra, della camorra o della ‘ndrangheta. Per le sue attività intrattiene rapporti con tutte le organizzazioni criminali, ma il territorio è suo, e non ha nessuna intenzione di lasciarne il controllo né alle possenti organizzazioni “forestiere” (a cui risponde solo lo spaccio di droga) né al giovane principe ereditario, Renato Vallanzasca.
Vallanzasca è un giovanotto che arriva sulla scena del crimine con qualche anno di ritardo rispetto “Faccia d’Angelo”. Nato a Lambrate, transitato dal riformatorio, educato dalla “ligera”, la tradizionale mala milanese, riparte dal Giambellino con una organizzazione sua, la Banda della Comasina. È un bauscia, un ganassa, uno sbruffone, sin da giovanissimo portato alle azioni spettacolari. Non ha nessuna intenzione di rientrare nel mosaico criminale architettato da Turatello, con lui stesso al centro e gli altri a occuparsi di faccende minori.

È uno scontro quasi generazionale, in cui fratello maggiore e minore si scontreranno in una guerra senza quartiere tra loro, ed entrambi contro le forze dell’ordine. Si spara e si muore nell’hinterland, in centro e in periferia. In Piazza Duomo, in Cordusio, in Via Larga.
L’arresto di entrambi e la pace (forse)
Turatello viene arrestato nel 1977 proprio in Piazza Cordusio. Nello stesso anno Vallanzasca, evaso nel 1976 dopo quattro anni di carcere turbolento, viene arrestato per la seconda volta, e chiude la sua seconda stagione criminale. I due si ritrovano in carcere insieme ed è tempo di bilanci, forse (ma molto forse) di amicizia e di pace.
Dei due, quello più in difficoltà è Turatello, che ha lasciato all’esterno un impero che viene attaccato e sgretolato pezzo a pezzo dalla “concorrenza” di mafia e camorra, che non ha più intenzione di rinunciare a nulla.
La sua compagna, i membri della sua banda vengono assassinati uno dopo l’altro a Milano. In un ristorante di Moncucco ne vengono uccisi otto in una sola sera, a colpi di pistola. Turatello in carcere si barcamena tra le organizzazioni criminali che erano un tempo alleate, si getta persino nell’impresa di tentare la liberazione di Aldo Moro, contattando le BR all’interno del carcere.
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Si riavvicina anche a Vallanzasca, l’altro grande cane sciolto. Sono insieme, senza padrini, senza eserciti che non siano i loro. Forse diventano persino amici. Sicuramente si sforzano di sembrarlo, tanto che Turatello diventa testimone di nozze di Vallanzasca, per le nozze con Giuliana Brusa, celebrate nel carcere di Rebibbia, nel 1979.
Il mistero dell’omicidio di Turatello
Nell’agosto del 1981, nel carcere di massima sicurezza di Badu e’ Carros finisce la parabola di Francis Turatello. Ucciso e sbudellato in carcere da emissari della camorra di Cutolo e una specie di all stars delle organizzazioni criminali. Il suo omicidio a coltellate è particolarmente violento ed efferato con dettagli di splatter sanguionoso a metà tra cronaca e fantasia.

Tutto, riguardo alla morte di Turatello è oscuro. Tutte le organizzazioni criminali più in voga, mafia, camorre, brigate rosse, se ne addossano la responsabilità a vicenda, in una specie di sequel di “Omicidio sull’Orient Express” (dove i responsabili sono, in realtà tutti, in un mirabile concerto di teatro e moventi).
Esiste persino l’ipotesi che dietro l’omicidio di Turatello ci sia il suo nuovo amico, Renatino Vallanzasca, che non gli perdona di proteggere un transfuga della sua banda. Vallanzasca lo ha sempre negato, va detto. È uno che a questo punto della vita, quasi tutta trascorsa in carcere e senza nessuna prospettiva di sconti e clemenza, ha veramente poco da perdere. Si potrebbe fare anche lo sforzo di credergli, su questo punto.
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Ma le relazioni complicate, come dice la parola stessa, non sono semplici. Per chi assiste ai loro sviluppi è del tutto illusorio pensare di averci capito, finalmente, qualcosa.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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