Renato Vallanzasca è stato un ragazzo difficile, di una famiglia difficile di una Milano difficile. I suoi primi “crimini” strappano un sorriso. Eppure già allora c’era molto poco da ridere.
L’abbiamo già scritto sulle pagine di Boomerissimo, ma è sempre bene ripeterlo. Possiamo avere nostalgia della nostra infanzia e della nostra prima giovinezza, ma non abbiamo nostalgia del mondo in cui vivevamo. Non c’era nulla di bello nelle macchine senza aria condizionata, nei motorini senza casco, in città in cui si sparava, si rapinava, si moriva ai giardinetti con la siringa nel braccio.

Eravamo bambini. Giocavamo col SuperTele mezzo sgonfio. Sparavamo i bussolotti con la cerbottana. Era bello. Ma la cosa finisce lì.
Renato Vallanzasca ha un bel po’ di anni più di me. Gli è sempre rimasta addosso un’aria da eterno ragazzino, ma è nato nel 1950. Abbiamo quasi una generazione di distanza. Ci sono cose in cui la Milano in cui sono cresciuto e quella sua si assomigliano, in altre sono irrimediabilmente lontane.
Una distanza quasi siderale è rappresentata dal quartiere in cui è cresciuto questo bambino, figlio illegittimo, amore e dannazione di una madre, che scoprì presto di avere un figlio scapestrato e incontenibile.
Gioventù di un ragazzo di strada
Il piccolo Renato cresce in una famiglia alquanto scombinata. Si discuterà per sempre quanto delle buone e delle cattive attitudini che un ragazza (o una ragazza) manifesteranno crescendo derivi da un codice innato, dal materiale umano creato dalle incomprensibili combinazioni del DNA, e quanto dalle condizioni sociali, dall’educazione, dall’ambiente in cui nasce il bambino.

Vallanzasca sembra fatto apposta per mettere d’accordo le due scuole di pensiero. Se da un lato le sue attitudini ribelli e il suo carattere indomabile sono evidenti e tutte sue, l’ambiente in cui cresce non è certo fatto per calmierarle.
Vallanzasca ha sostanzialmente un padre e due mamme, quella vera e la prima moglie di suo padre Osvaldo. Il piccolo Renato cresce in due quartieri popolari, terreno di coltura della migliore malavita milanese. Prima a Lambrate con Marie, la sua mamma naturale, poi al Giambellino, con la “zia” Rosa. Questi due quartieri saranno la sua prima scuola e poi i suoi studi avanzati di piccolo delinquente. È qui che comincia a frequentare la malavita milanese tradizionale, la cosiddetta “ligera”, percorrendo tutti i gradi di una carriera poco invidiabile, ma nel suo genere perfetta.
Comincia dai furti di figurine, si gradua con il “carelot”.
Ah, il carelot, che nostalgia…
Il carelot è uno di quegli oggetti che quando appare sui gruppi e sulle pagine dedicati a noi, che siamo sulla strada da qualche annetto, scatena immediatamente sospiri e nostalgia.

Ah che meraviglia il “carelot” (così almeno si chiamava a Milano, ogni città e ogni provincia gli hanno sicuramente un nome differente). Per quanto non sia più di primo pelo, devo dire che a me, l’apparizione di questo mezzo rudimentale non prcura nessuna emozione. Si trattava di una tavola con quattro ruote fatte di cuscinetti a sfera fuori uso, recuperati da qualche officina, con l’aiuto di amici meccanici compiacenti. Non mi procura emozioni perché io non l’ho mai visto nei miei paraggi. Forse perché vivevo in un tranquillo quartiere residenziale, non nel magma del Giambellino. Forse perché ai mitici “miei tempi” noi usavamo i pattini a rotelle, più tardi gli skateboard, se proprio dovevamo fare qualche danno.
Quel carrello primitivo era più roba dei nostri padri. Il mezzo, pericoloso e rudimentale, si diceva fosse protagonista di corse giù per le discese e pare potesse persino curvare grazie al fatto che i cuscinetti anteriori (potevano essere due per i mezzi più completi oppure uno solo per quelli realizzati in economia) erano montati su un asse comandata da un manubrio, a sua volta un’altra asse. I segreti costruttivi mi sono sempre rimasti ignoti ma il principio era chiaro: si trattava di un mezzo su cui i ragazzini un po’ più vecchi di me si intrattenevano in quel passatempo che ha sempre appassionato tutti i ragazzini di ogni tempo e di ogni età: rischiare la pelle. I mezzi cambiano, il fine è sempre stato quello.
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Il carelot, come i motorini truccati, o persino una bicicletta gettata giù per una rampa, era perfettamente adatto allo scopo di spiaccicarti e farti molto male. La cosa è ricordata con grande struggimento da un ormai maturo Vallanzasca che ricostruisce quei primi passi, ancora innocenti di ragazzo difficile, nell’autobiografia-intervista “I fiori del male”.
L’hobby di rischiare la pelle
Dopo essersi sciolto, come un boomer qualunque, al ricordo di quel “fantastico” mezzo, Vallanzasca ne ricorda l’uso che lui e i suoi amichetti del Giambellino. Un uso, per così dire, avanzato”.
Se i nostri genitori e zii si lanciavano perlopiù giù da dossi o discese, su per le quali il carelot andava trasportato con fatica, Vallanzasca e i suoi amici avevano trovato il moto di utilizzare una imprevista forza motrice, quella dei tram.
Presumibilmente all’oscuro del tranviere, che attendeva di partire dal capolinea di Piazza Tirana i ragazzi legavano il carelot al rostro posteriore del tram. Alla partenza del mezzo, mentre passeggeri forse ignari trovavano posto e si facevano timbrare i biglietti dal bigliettaio, che a quei tempi aveva ancora il suo banchetto alla fine della vettura, i ragazzi legati sui loro mezzi trascinati dal tram cominciavano il loro rodeo.
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Si poteva volare già allo strappo del motore elettrico ma se tutto andava bene la corsa poteva pericolosamente continuare tra binari e lastre di pietra anche per qualche centinaio di metri. A quel punto avveniva l’inevitabile, la strada curvava bruscamente, il tram la seguiva assicurato alle rotaie, il carelot veniva spinto dalla forza centrifuga verso l’esterno della curva, dove si trovava una fila di pali della luce. L’obiettivo era schiantarcisi contro nel modo più spettacolare possibile.

“Era importante riuscire a tendere la corda per creare l’effetto fionda all’impatto con il palo, facendosi così catapultare più lontano possibile», ha raccontato Vallanzasca, che di quei primati di lancio pare ne abbia conquistato più d’uno.
Il suo giorno più indimenticabile? Quello in cui riuscì a dominare il bronco a rotelle, e invece che sfruttare “l’effetto fionda” rimase in scia al tram, arrivando a velocità da Formula 1 verso i semafori di Piazza Napoli.
“I mezzi che avevo di fronte rischiavano di rallentarmi. Così non trovai di meglio che infilarmi sotto la pancia di un camion. Quando l’autista mi vide sbucare da sotto le ruote si spaventò a tal punto che perse il controllo ed entrò dentro le vetrate del verduraio, all’incrocio con Viale Carlo Troya”.
Renato Vallanzasca, I fiori del male
Era il primo danno serio creato dal piccolo Renato. Un’azione pericolosissima e sconsiderata, nella quale però nessuno ci rimise la pelle. Il seguito della sua carriera, quando dai carelot sarebbe passato alle macchine veloci, e dai furti di figurine a quelli nelle banche, ha invece lasciato una scia di orrore e di sangue dalla quale, a decenni di distanza, non abbiamo ancora finito di riprenderci.
Antonio Pintér – Copyright Bomerissimo.it


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