Quando c’era il Tenente Colombo di mezzo, non era facile farla franca. Fu proprio lui a scoprire il talento di un giovane regista che nessuno conosceva ancora, ma che avrebbe presto fatto molta strada: Steven Spielberg.
La freschezza e la spontaneità di Colombo sembrano fatti apposta per dare l’illusione di uno show televisivo nato quasi da sé, con facilità. L’ idea di invertire la narrazione del giallo, il detective modesto e sgarrupato, che sembra incapace di prendere in mano la situazione, in mezzo ai crimini e agli intrighi di un’alta società potente, avida e perversa. Tutto questo, oggi che i suoi 69 episodi sono stati consegnati alla storia della televisione può apparire quasi scontato.

Colombo ha invece avuto una gestazione lunga, complessa, durata per ben otto anni. I suoi ideatori, Levinson e Link lo portarono per la prima volta in televisione nel 1960, con un monoepisodio all’interno di una antologia del giallo. Si erano ispirati a Dostojevskij e avevano tratto lo spunto della prima storia da una raccolta di racconti di Hitchcock. Ma Colombo si chiamava ancora Fisher e il suo interprete Burt Freed era decisamente diverso da quello che avremmo conosciuto nove anni dopo, interpretato da Peter Falk. Nel frattempo Colombo era cresciuto approdando a teatro, e di nuovo in televisione con un altro episodio secco, cambiando di nuovo interpreti e affinando la sua impostazione.

Nel 1968 Levinson e Link erano finalmente pronti a tentare il grande passo della serie televisiva. Tutto quello di cui avevano bisogno era un regista profondamente inadatto alla televisione, perché quello che volevano era un nuovo tipo di telefilm. Un telefilm che sembrasse un film. Un appuntamento settimanale con l’emozione cinematografica, ma in televisione.
Steven Spielberg, il fallito giusto
Steven Spielberg è diventato Steven Spielberg passando di fallimento in fallimento, e proprio grazie ai suoi fallimenti si trovò almeno un paio di volte a essere la persona giusta al posto giusto, per fare il film che nessun regista di successo sarebbe stato così pazzo da fare.

Ci sono anche sogni che Spielberg non è mai riuscito a realizzare, come abbiamo raccontato in questo articolo. Ma nel 1968 Spielberg aveva ancora poco più di vent’anni. Circolava già per gli studios ed era un ragazzo temuto: il tipo del secchione con la voglia di strafare. Era riuscito a ottenere di dirigere un episodio di serie allora piuttosto famose come Marcus Welby e Difesa a Oltranza (in originale, Owen Marshall Counselor at Law). Ma nessuno lo richiamava mai dopo il primo episodio.
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Il ragazzo non aveva senso della misura e del suo ruolo, troppo ansioso di sfondare tendeva a trasformare qualunque cosa gli venisse messa in mano in un pezzo di cinema tutto suo, inventava soluzioni, portava uno stile che con la serie non c’entrava niente. Terminato l’episodio, si osservavano con costernazione i risultati, Spielberg veniva salutato con una stretta di mano e nessuno lo voleva più vedere. Per le menti di Colombo era il personaggio ideale.
Colombo, la serie che non c’era
Facendo il grande passo verso la serie, Levinson e Link erano perfettamente consapevoli che tutti i primi prematuri vagiti di Colombo che li avevano occupati per ben otto anni non era ancora quello che avevano in mente.

La serie non c’era. Ma una volta che fosse nata avrebbe dovuto essere qualcosa di profondamente diverso da tutto quello che c’era prima.
Era il momento di girare il pilota. E quel giovane eccessivo, entusiasta, che costava poco e non sapeva stare al suo posto era interessante. Quello sconosciuto Steven Spielberg, un errore televisivo dopo l’altro aveva dimostrato di essere il personaggio giusto per loro.
E lo fu davvero. La scena di apertura del primissimo episodio di Colombo, Un Giallo da Manuale è una maratona di oltre due minuti, prima dei titoli di testa. In quei due minuti c’è già anticipata tutta la lotta tra il romanziere giallo, autore di un delitto vero, e il piccolo detective che lo sconfiggerà. Ma c’è anche la lotta disperata di un regista che muore dalla voglia di fare del cinema e che in quei due, inusuali e lunghissimi minuti, ha concentrato tutto quello che ha studiato ed è in grado di raccontare. I maestri del cinema mandati a memoria proiezione dopo proiezione. E tutto quello che era stato prodotto in preparazione del “vero” Colombo, anno dopo anno, per quanto ancora immaturo e insoddisfacente fosse.
Spielberg, da quel ragazzino secchione che era studiò tutto, mandò a memoria tutto e produsse quei primi due minuti e quel primo episodio che avrebbero fondato il linguaggio di Colombo. La messa in onda fu un successo clamoroso che fece balzare Colombo in testa agli indici di gradimento.
Ancora una volta, un episodio solo
Finalmente un episodio girato da Spielberg aveva avuto successo. Per la prima volta i produttori che lo avevano assunto in prova lo pregarono di continuare.
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Stavolta fu Spielberg a dire di no. Aveva finalmente girato i suoi primi due minuti di vero cinema, e adesso voleva continuare. Ci sarebbero voluti un altro po’ di inciampi e fallimenti per trasformare quel ragazzino senza senso della misura, nel monumento al cinema che conosciamo.
Ma lui era già sicuro che ci sarebbe arrivato.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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