Prima di diventare leggenda, Vallanzasca era solo un ragazzo del Giambellino con un’ossessione: tornare libero. E per farlo, trasformò il proprio corpo in un laboratorio di veleni. Milano, 1976
Per noi milanesi, che della città abbiamo vissuto una certa stagione, Renato Vallanzasca è qualcosa di diverso dal cattivo dei film e delle serie, alcune pure belle, che l’hanno raccontato.

Per chi ha vissuto quella città grigia d’asfalto, ancora poco toccata dalle magie dell’arredo urbano, il “bel René” è il sentimento delle volte un po’ inquietante di un passato meno roseo di quello che a volte la memoria cerca di regalarci. Una città pericolosa, in modo anche meno comprensibile di quello della violenza politica e del terrorismo. Ma forse per qualcun altro, anche una città dove girano soldi, la vita può cambiare da un momento all’altro e la legge è solo un impedimento noioso alla realizzazione dei propri sogni. Un impedimento, però, dal quale talvolta si può evadere. Renato Vallanzasca l’ha fatto molte volte, e la prima volta era ancora poco più di un ragazzo.
La prima evasione di Renato Vallanzasca
Milano, 25 luglio 1976. Sono le cinque del mattino quando un uomo esce dal portone principale dell’Ospedale Agostino Bassi di via Livigno, a Dergano. Cammina tranquillo, come se niente fosse. Nessuno gli sta correndo dietro. È solo un’alba milanese come tante altre, per gli altri: il rumore del primo tram, l’odore di caffè dei bar che alzano le serrande.

Per lui però è una mattina diversa: attraversa la strada, raggiunge la fermata del filobus, sale su quello diretto alla Stazione Centrale. Da lì, un taxi. E poi la libertà. Quell’uomo è Renato Vallanzasca e ha appena compiuto la sua prima grande evasione da adulto. Non con le armi, non con gli ostaggi, non con la violenza che pure conosce bene. Ma con pazienza e quel pizzico di follia che lo renderà un personaggio da film. Si è autoavvelenato per settimane fino a farsi scoppiare il fegato. Vallanzasca, a soli ventisei anni ha già capito che il modo migliore per uscire da un carcere non è bucare muri o segare le sbarre. È farsi aprire la porta. La storia è cominciata mesi prima, nella cella 23 del Primo Raggio di San Vittore. Vallanzasca è dentro dal febbraio 1972, quando la Squadra Mobile lo arresta insieme al fratello Roberto per la rapina di San Valentino: l’assalto al portavalori dell’Esselunga in via Monte Rosa. Un colpo da manuale, o quasi, finito in una sparatoria per le strade di Milano e concluso con sei anni di condanna. Sono molti per tutti ma quasi inimmaginabili per uno che ha già tentato di evadere da Campobasso, Varese, Lecce. Vallanzasca la galera la conosce bene, fin da bambino, e decide che non solo non è posto per lui, ma che non è il caso di aspettare la fine della pena. Per uscire, però, occorre un’idea. Renato non ha un commando esterno che possa portarlo fuori, è quasi un cane sciolto, con poca organizzazione. Deve fare da solo e capisce che la strada per la libertà passa dall’infermeria del carvere. Decide di ammalarsi davvero. L’idea è quasi geniale: distruggere il proprio corpo quel tanto che basta per costringere il sistema carcerario a spostarlo in un ospedale. E una volta lì, lontano dalle mura e dalle porte blindate, trovare il modo di sparire.
Il metodo che sceglie è degno di un sadico esperimento scientifico: per settimane, si inietta nelle vene la propria urina, nella speranza di contrarre un’infezione abbastanza grave da danneggiare il fegato. Non funziona. Passa allora alle uova marce: le lascia al sole sulla finestra della cella fino a quando non diventano verdi e maleodoranti, poi le frigge nel burro e le ingoia avvolte in sottilette di formaggio, per vincere il ribrezzo. Niente da fare: il fegato è giovane e incassa le bombe batteriche senza battere ciglio. Passa a un metodo ancora più estremo: inalare il gas delle bombolette del fornelletto da cella, un veleno che sballa le transaminasi e che, su un organismo già provato, può risultare fatale.
“Andai avanti per venti giorni. Controllavo ossessivamente il colore del bulbo oculare allo specchio. Niente. Poi, una mattina, mi svegliai per andare al bagno. Passando davanti allo specchio, sobbalzai. Ero itterico. Al posto degli occhi mi ritrovavo due fanali gialli.”
–Renato Vallanzasca (da “Il fiore del male”)
L’epatite era finalmente arrivata e con lei, il sospirato biglietto di sola andata per l’Ospedale Bassi.
Il Bassi: un lazzaretto per criminali
L’Ospedale Agostino Bassi è uno di quei luoghi che Milano nasconde tra le sue pieghe, lontano dalla vista dei più. Nato nel 1896 come lazzaretto per le epidemie, si trova a Dergano, lontano dalle luci della metropoli ma non più in campagna.

È una di quelle periferie rugginose e sghembe senza più una vera identità. Un posto di confine che da anni è diventato il reparto per malattie infettive dei detenuti milanesi. Un limbo della città che è anche un limbo tra la cella e la corsia, e talvolta la tomba. I carcerati malati e malfermi languono, nessuno li considera pericolosi. Vengono sorvegliati con meno rigore di San Vittore, giusto quel minimo che dovrebbe scoraggiare i tentativi di fuga. Quantomeno in teoria. Quando Vallanzasca arriva al Bassi, nel luglio del 1976, il suo piano è già pronto e sa che deve solo cercare la guardia giusta. Una personalità vulnerabile, con debiti, che ha bisogno di soldi. Nelle brume di quel posto di confine, trova anche quella. “Non fu difficile”, dirà Vallanzasca. “Una guardia che conoscevo da tempo. Le offrii tre milioni di lire. Una cifra importante, all’epoca.” Era più o meno lo stipendio annuale di un operaio. L’agente accetta di aprire la porta. E sarà l’affare peggiore della sua vita, perché quei tre milioni, Vallanzasca non glieli darà mai.
La chiave nella suola
Vallanzasca esce dalla porta e sa che deve sparire in fretta, prima che qualcuno si accorga del letto vuoto. Viaggia sui mezzi, come un operaio qualunque fino alla Stazione Centrale, poi prende un taxi che lo porta solo pochi isolati più in là.

Si toglie una scarpa, estrae due chiavi nascoste nella suola: una del portone, una dell’appartamento. È una “casa sicura” che i suoi compari di avventure hanno preparato per lui, con tutto quello che può servire a un bandito in fuga: vestiti puliti, soldi. E ovviamente armi, perché non si sa mai. In quel luglio del 1976, è solo un giovane evaso. Non è ancora il “bel René” che nel giro di pochi anni farà. Non è decisamente il volto da copertina che diventerà l’immagine di una metropoli violenta, che assomiglia a Chicago. È solo un ragazzo del Giambellino, ma con un curriculum criminale già impressionante: nato nel 1950, cresciuto tra le case popolari di via Porpora, passato con naturalezza dal Beccaria (il riformatorio minorile) a San Vittore. È il giovane leader di una compagine ambiziosa, la Banda della Comasina. Un gruppo affamato di soldi e di status criminale, che finirà per controllare interi quartieri della periferia nord milanese, imporre posti di blocco e rapinare persino gli agenti in divisa. La rapina di San Valentino del 1972 è il suo debutto nell’alta società del crimine: attacca un furgone portavolari dell’Esselunga, fa il pieno di soldi, sfugge a una caccia all’uomo per le strade di Milano. Ma la banda finirà per tradirsi con le auto sportive, i vestiti firmati, lo sfarzo ostentato. Dopo pochi giorni, la Mobile li arresta al completo. Ma la sua prigionia, almeno per il momento, finisce al Bassi. La sua guerra è pronta a ricominciare.
Duecento giorni di terrore
I duecento giorni di libertà di quel giovane bandito sono l’apice della sua carriera criminale. Una spirale ininterrotta di crimini e di sangue. Dal 25 luglio 1976 al al 15 febbraio 1977—quando viene arrestato di nuovo a Roma in un covo di via Venusio, ferito, braccato, con un mitra e quattro bombe a mano—Renato Vallanzasca metterà a segno settanta rapine, quattro sequestri di persona (tra cui quello di Emanuela Trapani, per un riscatto di un miliardo di lire), sette omicidi. Duecento giorni di terrore che trasformeranno un bandito di periferia in un’ossessione nazionale. Ma c’è tempo, per tornare in carcere. In quella mattina di luglio, mentre sfila dalla scarpa le sue chiavi, Vallanzasca ha solo un pensiero: “Sono libero”. E un sapore amaro in bocca, quello dell’epatite che lo ha fatto uscire, almeno per il momento, da dietro le sbarre.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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