x

Il meglio, il peggio, il curioso degli anni 80 (e oltre)

Sostieni Boomerissimo con una donazione e sottoscrivi la nostra newletter per non perderti nemmeno un aggiornamento


TUTTI GLI ARTICOLI
Boom age / News/ PODCAST / Sport / Style / TV e spettacolo /
Vallanzasca fuga dall'oblò

Vallanzasca 1987, la fuga dall’oblò: peggio di un gatto

Un oblò. Una cabina sbagliata. Cinque carabinieri alla prima traduzione. Il 18 luglio 1987, Renato Vallanzasca evade per la terza volta. E questa volta lo fa nel modo più assurdo, con il portafoglio vuoto e i piedi che sanguinano.

Ho avuto la fortuna o la sfortuna di vivere gli anni ‘80 di una Milano grigia, asfaltata, ma che a me piaceva. Aveva la poesia di una città ancora industriale, il brivido di un posto pericoloso, in un senso un po’ diverso da quanto lo sia oggi. Una città in cui si sparava e si uccideva molto, in cui era un rischio andare in giro con in tasca il giornale sbagliato.

Vallanzasca figa dall'oblò
Vallanzasca fuga dall’oblò – Boomerissimo.it®

Poi improvvisamente venne una stagione diversa. L’Università, il militare al sud, che fare nella vita. La política. Della tua città, dei suoi camion, delle sue rapine ci si dimenticò un po’ tutti, anche perché terroristi e banditi erano ormai dietro le spalle. Eravamo già nella Milano da Bere di Craxi, anche se io da bere, da studente spiantato, avevo davvero poco. Eppure anche in quella città dell’edonismo reaganiano (cifr. Roberto d’Agostino) ad un certo punto cominciarono a suonare di nuovo le trombe di guerra. Era scappato Vallanzasca. Di nuovo. E fummo tutti di nuovo a leggere delle avventure del Bel René, ora di nuovo in mezzo a noi. O solo lui sapeva dove. 

Dalla lettura dei giornali, che ricominciai ad aprire alle pagine di cronaca, c’è un dettaglio che mi è rimasto impresso. Non nei primi giorni di panico e di caos, ma dopo, quando la polvere si posò e tutto tornò a posto, almeno per il momento, e scoprimmo cos’era successo davvero. Non era una questione di pistole, né di bombe. Era la storia di un paio di scarpe. Delle Tod’s leggere, quelle da guida, da fighetto, che ho sempre detestato ma che Vallanzasca col suo gusto alquanto particolare amava, e si era portato appresso dalla galera di Cuneo. Erano quelle le scarpe che aveva ai piedi quando saltò fuori dall’oblò del traghetto che da Genova doveva trasportarlo in Sardegna. Erano quelle le scarpette che, una volta fuori, gli avrebbero fatto un male boia per tutta la notte sulle traversine della ferrovia. Il “bel René” era saltato da una nave ancora ferma nel porto, si era arrampicato sugli Appennini al buio, aveva attraversato la galleria del Turchino a piedi come un contrabbandiere dell’Ottocento, si era buttato in un torrente di montagna in piena estate, e alla fine era riuscito ad arrivare a Milano. Il tutto con indosso scarpe da autostrada. Una storia da Papillon, che forse mi è rimasta impressa perché anche mio padre, una trentina di anni prima, era saltato in un fiume ed era scappato dall’Ungheria con le scarpe che aveva ai piedi. Due scarpe decisamente più belle del paio di Tod’s di Vallanzasca, ma non molto più adatte all’impresa. 

Dieci anni

Per capire quel 18 luglio 1987, bisogna partire da dieci anni prima. Da quel 25 luglio 1976 in cui Vallanzasca era uscito dall’Ospedale Bassi di Dergano, aveva preso il filobus e per duecento giorni aveva tenuto in ostaggio la città. Poi di nuovo dentro, carcere duro, “braccetti della morte”, e tutto il circuito infernale degli speciali voluto dal generale Dalla Chiesa per piegare la ribellione terroristica e criminale di quegli anni di sangue. Novara, Ascoli Piceno, Cuneo. Strutture di massima sicurezza pensate per isolare i detenuti più pericolosi d’Italia, quelli che avevano dimostrato che ogni galera aveva una crepa. Vallanzasca ne aveva trovate due, di crepe, nella sua carriera. La seconda sarà quella di San Vittore che abbiamo raccontato in questo articolo. Nel luglio dell’87, Vallanzasca ha trentasette anni ed è in carcere da un decennio filato. Il mondo, fuori, è cambiato senza che lui potesse accorgersene. Lo sa benissimo. Quello che non è cambiato è lui, sempre alla caccia alla giornata buona, quella che cambierà per sempre tutto. Il 25 luglio è una di quelle giornate e comincia sotto il segno di un addio, in questo caso al ciclismo. 

Vallanzasca fuga dall'oblò
Francesco Moser (Wikimedia Commons) – Boomerissimo.it®

18 luglio 1987: il giorno in cui Francesco Moser si congeda dal professionismo su un circuito della zona di Cuneo. Carabinieri e polizia sono mobilitati: chi per servizio, chi semplicemente perché non vuole perdere la cerimonia. Il risultato è gli uomini disponibili per lgli spostamenti dei detenuti sono pochissimi. Il carcere di Cuneo sta chiudendo per lavori di ristrutturazione, i detenuti devono essere trasferiti. Per Vallanzasca è stata individuata una nuova destinazione, una delle più toste, il carcere di Nuoro. Per arrivarci, dovrà passare da Genova e traghettare, come un turista “accompagnato”, in un’estate che è già al suo culmine. I carabinieri veterani, quelli che sanno come si gestisce un ergastolano, quel giorno hanno altro da fare. Vengono raccattati cinque ragazzotti freschi di accademia — il brigadiere Gianluigi Garello, vent’anni, il vicebrigadiere Antonio D’Amico, ventotto anni, e altri tre appuntati tra i diciotto e i ventitré — tutti alla loro prima traduzione in assoluto, convocati dalle stazioni dei paesi più vicini. Una follia, come racconterà anche Vallanzasca, per cui quell’evasione non fu un piano, ma un dono caduto dal cielo (e dalla bici di Francesco Moser).

“Tutti poi si ingegnarono a fantasticare su chissà quali coperture e piani alla Diabolik. La verità è una sola. Quell’evasione fu un regalo. Un regalo del destino.”

—Renato Vallanzasca, Il fiore del male

La traduzione comincia bene. I cinque carabinieri trattano Vallanzasca con un rispetto quasi imbarazzante — uno gli dà addirittura del “lei”, un altro lo chiama “Signore” e il bandito deve correggerlo: “il Signore è stato messo in croce un po’ di tempo fa, meglio il tu”. I cinque ragazzotti  non hanno mai visto uno come lui. Non conoscono le battaglie, la morte per mano dei banditi. Sono gentili, impacciati, pieni di premure. Non hanno la minima idea di cosa stiano facendo.

Il traghetto Flaminia

A metà pomeriggio il furgone si infila nella pancia del traghetto Flaminia, attraccato al molo di Genova con partenza prevista per le 19.30. La zona riservata alle traduzioni è un ambiente composto da un corpo di guardia centrale, due cabine e due bagni separati. La cabina dei carabinieri è piccola, con un letto a castello e un oblò. Decisamente più spaziosa la cella dei detenuti con quattro o cinque letti e le pareti di solido acciaio. Le due porte avrebbero dovuto avere una targhetta ciascuna: “Carabinieri” e “Detenuti”. Ma qualcosa si mette di mezzo: la targhetta dei carabinieri quel giorno non c’è, e mentre la scritta “detenuti” rimane nascosta dietro il battente aperto. Quello che succede dopo è talmente assurdo che lo stesso Vallanzasca fa fatica a crederci. Uno dei carabinieri entra nella cabina più piccola, quella con l’oblò, e si lamenta ad alta voce dello spazio. Il collega lo corregge: “sei un cog*ione, la nostra è quella grande”. I due prendono posto nella cabina sbagliata e mandano Vallanzasca nella cabina con l’oblò.

Vallanzasca fuga dall'oblò
Vallanzasca arrestato nel 1977 – Boomerissimo.it®

René, che per certe cose è sveglio, non perde un secondo. Senza alzare la voce, con nonchalance, mormora che sì, ragazzi, la vostra è quella grande, e con le sue cose sottobraccio fa per entrare nella cabina piccola. Il vicebrigadiere lo ferma: prima devo perquisire. Perquisizione scrupolosa: esamina gli attaccapanni di ferro e i giubbotti di salvataggio, persino lo specchio. Poi scosta la tendina sull’oblò e non ci trova nulla di male. Uno dei colleghi, alle sue spalle, sussurra sottovoce, rassicurante: “Da lì non passa neppure un gatto”. Non hanno mai visto un oblò. Non sanno che la sezione esterna, quella che dà sul ponte, è svasata — più larga dell’apertura interna. E che dall’interno, con un po’ di grasso e di disperazione, può provare a passarci anche un uomo. Vallanzasca entra in cabina, la porta si chiude alle sue spalle. Sente la voce del brigadiere che raccomanda ai colleghi: “se chiede di uscire, non aprite, voglio esserci io. Anzi, le chiavi le porto con me”. Hanno pensato a tutto, mentre Vallanzasca sorride e allenta le farfalle che serrano l’oblò.

“Frutti di mare, sarebbero il massimo”

C’è ancora un problema: due carabinieri si sono piazzati sul ponte, proprio di fronte all’oblò, e ammirano le fanciulle mezze nude sul molo. Ci vuole un’idea. ed è così che Vallanzasca comincia a bussare sulla porta a pugni: carabinieri, carabinieri! I due si precipitano dentro. Ora sono tutti e quattro al di là della sua porta. La recita può cominciare.

“Sentite, ragazzi, sono a pezzi. Non dormo da tre giorni. Mi è venuto un abbiocco tremendo e vorrei farmi una dormitina. Se non vi dispiace, gradirei che chi di voi torna per ultimo dal ristorante prenda qualcosa anche per me. Se fossero frutti di mare sarebbe il massimo.”

Il carabiniere più giovane risponde premuroso: “stai tranquillo, se qualcuno fa casino gli spacco le corna”. Buon riposo. Intanto, la sedia è già posizionata sotto l’oblò. Vallanzasca apre, con fatica passa dal pertugio, ma poi è fuori. Atterra su una matassa di gomene e si trova in piedi sul ponte. Non ha avuto modo di aggiustarsi il look ma si rende conto di avere quello adatto: è vestito praticamente come un marinaio — maglietta amaranto, jeans. Il traffico sul molo è intenso, la nave sta caricando le macchine. Trotterellando, scende ai ponti inferiori e si mette a gesticolare come tutti gli altri: avanti, avanti, a destra, a destra. Guadagna la poppa. Scende sul molo. Si volta. Saluta il Flaminia con grandi gesti delle braccia e poi lentamente, senza correre, si allontana. Il suo vantaggio, scoprirà al processo, è di circa quaranta minuti.

Gli Appennini a piedi

Non ha una lira. Non ha la sua agenda con i numeri di telefono. Ha solo sigarette e accendino e le Tod’s da guida. Esclude subito l’idea di restare a Genova: è fuori dal mondo da dieci anni, non sa più come funziona la libertà, non si fida di nessuna delle strade più ovvie per un evaso — autostop, macchina rubata, camion. Sa che tutte porteranno molto presto a un posto di blocco. Decide che la montagna è l’unica via sicura, si sente ispirato dai discorsi con Graziano Mesina e gli altri banditi sardi incontrati negli anni di circuito speciale. Se lo fanno i sardi sulle loro montagne, lo posso fare anch’io sull’Appennino.

Vallanzasca fuga dall'oblò
Tod’s da guida, anni ’80 – Boomerissimo.it®

Cammina per una notte e buona parte del giorno dopo. Si rotola in un prato gridando a squarciagola: libero, sono libero. L’unico problema sono quelle solette quasi inesistenti delle Tod’s, che sui binari della ferrovia gli fanno un male boia. I piedi cominciano a sanguinare, ma non si toglie le scarpe perché sa che non riuscirebbe più a rimetterle. Arriva all’imboccatura della galleria del Turchino, una delle più lunghe dell’Appennino ligure. Del resto non può fare molto altro che andare avanti. E allora entra senza sapere quando finirà, armato solo di una mazza da ferroviere raccolta lungo il tragitto, che gli serve per orientarsi come un cieco nel buio totale. Quando emerge dall’altra parte, è una creatura nera di fuliggine e grassa di locomotiva. Si butta in un torrente di montagna, a luglio, e quasi si congela. Ma si rialza, riprende a camminare. Gli elicotteri volano sopra la sua testa, sa benissimo che stanno cercando lui. E allora si nasconde tra la vegetazione. Trova il tempo di abbuffarsi di ciliegie selvatiche,  e anche di prendersi un bel mal di pancia. Solo nel pomeriggio è fuori dagli Appennini. Vede la pianura. Vigevano. E poi laggiù, Milano, in lontananza. È di nuovo a casa.

La cassiera, la ragazzina, le rose

Vallanzasca non è un ingenuo. Mezza Italia lo cerca, e allora lui si carica in spalla alcuni coni stradali di plastica, quelli dell’Anas, ed entra al primo autogrill della pianura come un operaio. Alla cassiera racconta che i colleghi si sono allontanati col mezzo portandosi via giacca e portafoglio. La ragazza gli dà gettoni e una bibita ghiacciata. Prova a telefonare a Milano: dieci anni di carcere pesano come macigni. La metà dei numeri che ricorda non esiste più, risponde gente sconosciuta, i telefoni sono spenti. Un incubo. Rinuncia. La cassiera, premurosa, trova un passaggio fino a Vigevano per quell’operaio disperso. Da lì sale su un treno affollato di ragazzini diretti a Milano. È senza biglietto, seduto per terra nel corridoio per dare sollievo ai piedi e essere meno visibile.

Vallanzasca, la fuga più assurda – Boomerissimo.it®

Eppure qualcuno lo nota lo stesso. È una ragazzina di quattordici, quindici anni, lo nota. Lui non si tira indietro: iniziano a comunicare a cenni, poi a parlare. Vallanzasca recita la parte del cantante rock, poi del marito tradito con la moglie gelosa. Inventa di tutto e di più e anche se lei non ci crede del tutto, gli presta lo stesso lo zainetto, gli dà un paio di occhiali, raccoglie trentamila lire tra i suoi amici sul treno. Lui è uno che ci sa fare, ma è lo stesso stupito di tante premure e le promette una sorpresa. Il treno si ferma a Lambrate e si salutano. Alcuni giorni dopo, Vallanzasca le manda centouno rose rosse tramite Interflora. Solo a quel punto la ragazzina capirà con chi ha avuto a che fare. 

Via Porpora, il coltello da macellaio

Quella notte, conciato com’è, con i piedi a pezzi e gli abiti da ergastolano, i capelli di chi non ha visto uno specchio né un pettine da anni, Vallanzasca prende un taxi e va in via Porpora. Dove può andare, se non a casa dei suoi genitori? Gli apre la madre, che quasi si prende un infarto. Il padre è più tranquillo: si mette subito ai fornelli e prepara quattro involtini caldi. Viene riempita la vasca da bagno, si prepara una medicazione ai piedi. Poi papà tira fuori i risparmi — due milioni di lire — e quando Vallanzasca dice che sono troppi, cerca di convincerlo lo stesso. Manca il tocco finale, qualcosa per difendersi: un coltello da macellaio.

“E che me ne faccio?”

“Almeno hai qualcosa per difenderti. Perché lo sai, vero, che se ti prendono, questa volta ti ammazzano?”

Vallanzasca racconta di aver riso. Quell’uomo che sarebbe morto novantaseienne senza aver mai preso una multa, gli sta allungando un coltello da macellaio, per difendersi non si sa come, e da che cosa.

Ventuno giorni

La libertà del luglio 1987 dura ventuno giorni. Vallanzasca vaga per Milano, ruba la patente di un giornalista di Radio Popolare, dove il bandito si presenta per mantenere una promessa di intervista. Per qualche settimana Vallanzasca diventa Fabio Poletti, con regolare documento rubato in tasca. Dorme su un vagone fermo allo scalo Farini, come l’ultimo dei senzatetto. Gira per la sua Milano, una città che sente ancora sua ma che nel frattempo è diventata altra cosa. Non conosce più nemmeno le macchine, e rimane sbalordito dalla Uno Turbo che un “collega” gli fa provare. Non è abituato a roba così. È spaesato, Il 7 agosto 1987 verrà arrestato a Grado, in Friuli. La corsa, a piedi, in taxi, in macchina, sul vagone fermo, è finita.

Quell’Italia dell’87 è lontana anni luce dalla stagione di sangue che ha contribuito a creare. La P38 è finita, il terrorismo è in agonia, Milano è una città piena di lustrini e di moda. Vallanzasca è ancora Vallanzasca, un’istituzione del crimine, ma il mondo intorno a lui si è trasformato mentre lui era sepolto vivo. La sua ultima grande evasione romantica è quella di un bandito di un’epoca che non tornerà mai più. O almeno così abbiamo il diritto di sperare.

Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®

Rispondi

Comments (

0

)

Translate »

Scopri di più da Boomerissimo

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere