Quando i reduci della guerra civile italiana diventano criminali. La storia vera della Banda Casaroli tra politica violenza e sogni insanguinati.
Il cinema e la letteratura sono pieni di traumi da ritorno a casa, dalle trincee della guerra. Forse ancora più traumatico è il ritorno da una guerra civile, in cui i crimini diventano personali, coinvolgono luoghi e persone che delle volte si sono conosciute nella vita “normale”. L’ideologia, la disperazione, il senso di pericolo producono mescolanze assurde, il coraggio, la codardia a volte diventano indistinguibili. C’è chi dimentica e cerca di far dimenticare come abbiamo raccontato nel caso di un celebre premio Nobel italiano. E per quanto la “memoria” non sempre molto storica cerchi di dipingere campi uniformi di buoni e di cattivi, la realtà è quasi sempre più complessa e i giovani armati che tornano a casa spesso si sono trovati a combattere da una parte o dall’altra solo per caso.

Poche storie sono più esemplari di questa confusione di quella della Banda Casaroli, un gruppo criminale che per un brevissimo arco di tempo fu punto di incontro di tre storie completamente diverse che avevano in comune solo la guerra civile, combattuta da lati diversi, e un ritorno che per tutti si era concluso in carcere, facendo esplodere sogni di grandezza e voglia di riscatto.
Fuori dal carcere
A Bologna, nell’autunno 1950 tre giovanescono dal carcere di San Giovanni al Monte si ritrovano sulla strada. La vita alle loro spalle è già devastata ma a testimonianza che la cultura non è sempre la cura a tutti i mali, la loro testa è piena dei libri letti in carcere, delle poesie di D’Annunzio e della filosofia di Nietzsche. Sono appena liberi e sognano di vivere sopra le regole dell’uomo comune. La fede politica è già dimenticata, il nuovo ideale è fatto di denaro, donne, macchine veloci, dei film di gangster che Hollywood gli ha portato. a filosofeggiare sulla vita, sul destino e sull’idea di diventare superuomini. Da questo impasto di ideologia, fantasie criminali, cultura e filosofia nascerà un esperimento criminale durato appena tre mesi, dal 3 ottobre al 16 dicembre 1950, ma talmente potente da lasciare un segno indelebile nella memoria collettiva italiana.
I Tre Filosofi del Crimine
Paolo Casaroli, bolognese classe 1925, figlio di un fabbro, aveva imparato da ragazzo il mestiere di ceramista a Faenza. Nel 1944, ancora adolescente, si arruola volontario nella Decima Mas di Junio Valerio Borghese, l’unità d’élite della Repubblica Sociale Italiana. Finita la guerra, il carcere arriva per una tentata estorsione. Uscirà nel 1950. È durante il soggiorno nelle patrie galere che diventa intellettuale, il concetto di superuomo è la sua bussola morale. I compagni di cella ricordano, non si sa quanto affetto, le sue declamazioni di versi dannunziani. Romano Ranuzzi, detto “Romano il Bello”, nato a Bologna nel 1927, è il suo l’opposto ideologico. Azzimato, riccioluto, sempre curato, durante la guerra è passato da un tentato arruolamento nelle milizie fasciste, da cui viene respinto per età troppo avanzata. Passa allora al lato opposto: la settima GAP bolognese, ma finita la Resistenza non riesce a separarsi dal suo mitra. Rapina una banca in via Duca d’Aosta a Bologna, tenta la fuga in tram (un espediente che diventerà una costante della banda, ma per il momento lo porta dritto in carcere). Lui legge Sartre e Lombroso, filosofia esistenzialista di sinistra e criminologia ottocentesca.

Daniele Farris, è un altro classe 1927, ed è il terzo vertice di questo curioso triangolo ideologico. Figlio illegittimo di una cuoca bolognese e di un immigrato sardo, si arruola nella Brigata Nera Mobile “Attilio Pappalardo” di Bologna, una formazione paramilitare fascista talmente violenta da essere sciolta personalmente da Mussolini il 28 gennaio 1945, su richiesta dei nazisti. È una di quelle formazioni al limite tra delinquenza politica e comune di cui abbiamo parlato anche in questo articolo.Liberati dal carcere, i tre rifiutano l’idea della noiosa vita delle persone normali, che disprezzano. Il loro sogno sono gli “eroi” dark americani che vedono al cinema. È una generazione di giovani armati, rotti alla violenza, incapaci di reinserirsi nella società civile. Reclutano altri giovani come loro: Giovanni De Lucca, un già esperto criminale del rione Cirenaica, e Lorenzo Ansaloni, ex brigatista nero e abile autista. Hanno un progetto assurdo ma lucido: trasformare Bologna nella Chicago italiana.La decisione arriva nel modo più “logico” per una formazione del genere: Casaroli racconterà anni dopo a Enzo Biagi di aver lanciato in aria una scatola di fiammiferi insieme agli altri: testa o croce, destino.

“Se veniva testa, continuavamo a cercare un impiego; invece era croce…e allora avanti con le banche”.
–Paolo Casaroli
Due mesi, quattro rapine
Martedì 3 ottobre 1950 – la Banda Casaroli debutta a Binasco (Milano), assaltando una succursale della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde. Casaroli e Ranuzzi legano il direttore e due impiegati, arraffano circa 600.000 lire. È il”battesimo” campagnolo e ben poco glorioso. dei superuomini del crimini. Urge rifarsi. Lunedì 9 ottobre 1950 i quattro cominciano a fare sul serio. A Genova, nella filiale del Banco di Roma di Ca’ de Pitta, la banda svuota la cassaforte e fa un bottino straordinario per l’epoca: 6 milioni di lire. L’autista Ansaloni, ex brigata nera, si rivela eccellente: riesce a passare tutti i posti di blocco della polizia per rientrare a Bologna da solo, mentre i complici prendono il treno. È l’inizio della “bella vita” che hanno sognato: soldi, lusso, macchine potenti come la Fiat 1400, l’auto simbolo del boom economico non ancora nato, ma che si comincia a intravedere. L’auto diventerà un altro simbolo della banda, e ne determinerà la fine. Giovedì 23 novembre 1950 a Torino, assaltano l’agenzia 8 della Cassa di Risparmio in via Stradella. Mentre Ansaloni attende con il motore acceso e De Lucca fa il palo, Casaroli, Ranuzzi e Farris entrano sparando. Bottino: circa 900.000 lire. Non male, ma si perdono alcuni milioni custoditi altrove. Venerdì 15 dicembre 1950 è il giorno dell’ultima rapina, quella fatale. Scendono a Roma, in viale Trastevere, per rapinare l’agenzia n. 3 del Banco di Sicilia ma qualcosa va storto: l’impiegato Gabriele Angelucci reagisce, e Casaroli ordina di sparare. È il caos, una fuga violenta e disordinata ancora una volta su una Fiat 1400, questa volta noleggiata. La polizia la rintraccia e la ritrova a Bologna, con il chilometraggio esatto del tragitto Roma andata e ritorno. È la fine.
16 Dicembre 1950: Il Giorno di sangue
Il giorno dopo la rapina, dopo aver trovato la Fiat 1400. Gli agenti Giuseppe Tesoro e Giancarlo Tonelli si recano all’abitazione di Casaroli in via San Petronio Vecchio a Bologna per un controllo. Tonelli viene fatto entrare, trova Casaroli insieme a Ranuzzi. I due non lo convincono e li invita a seguirlo in questura. Romano Ranuzzi reagisce d’impulso: colpisce Tonelli con un pugno, lo disarma e corre verso l’uscita insieme a Casaroli. L’agente Tesoro, che attendeva all’esterno, non fa in tempo a intervenire e viene ucciso sul posto con un colpo di pistola.
È l’Inizio di una fuga folle per le strade di Bologna. Casaroli e Ranuzzi rubano auto, sparano a chiunque si metta sulla loro strada. Il tassista Antonio Morselli viene ucciso. L’ex brigadiere dei Carabinieri Mario Chiari, semplice passante, cade sotto i loro colpi. Il tram torna nella loro storia: i due si impossessano di una vettura piena di passeggeri e lo usano come mezzo di fuga, mentre la polizia li insegue e spara. Ranuzzi viene colpito all’inguine e si spara un colpo alla tempia, piuttosto che finire in carcere. Casaroli tenta la fuga su un’altra auto, che non vuole saperne di mettersi in moto, viene ferito e cade al suolo. Per Bologna si sparge la notizia, piuttosto prematura, della sua morte. Una morte mai avvenuta, ma che causa un secondo suicidio: Daniele Farris, seduto in un cinema a guardare un film di gangster si spara un colpo al cuore, lasciando un biglietto in cui esprime il rimorso per non essere stato con gli amici nella loro ultima impresa. Cinema, fantasia e realtà si uniscono, e non sarà l’ultima volta di questa storia.
Casaroli torna al cinema
Ricoverato in ospedale, Paolo Casaroli sopravvive. Durante il processo, cominciato nel 1952, il gangster della “Decima” tiene un atteggiamento spavaldo, aggressivo e indifferente alla condanna all’ergastolo, che condivide con Ansaloni e De Lucca, gli unici superstiti.

Ma il carcere questa volta lo cambierà profondamente. Niente più D’Annunzio e Nietzsche: dietro le sbarre di Porto Azzurro scopre la pittura, e se ne innamora completamente. Quando, nel 1962, la sua carriera criminale diventa un film, il regista Florestano Vancini va a trovarlo insieme a Renato Salvatori, che dovrà interpretarlo sullo schermo. Trovano un uomo distaccato, indifferente, a cui il cinema non interessa più, nemmeno quello di cui sarà protagonista lui. Non è nemmeno pentito, ma gli interessa solo parlare dei suoi quadri. La sua vita da gangster è finita,. Viene liberato all’inizio di marzo del 1979, dopo 28 anni di carcere, con la condizionale. Tornato in libertà, si stabilisce a Marzabotto, si dedica anima e corpo alla pittura, arriva anche ad esporre a Bologna. È un uomo diverso, normale, che si sposa e arriva anche ad avere un figlio nel 1980, in età non più tenerissima. Dove non sono arrivate le pallottole dei nemici, dei partigiani, della polizia, arriva il suo cuore malato. Muore nella notte di Capodanno tra il 1992 e il 1993. È ormai un uomo comune, anche nella morte. Quel destino a cui, prima o poi, quasi tutti finiscono per rassegnarsi. Sperabilmente, senza essere transitati dal mitra.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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