L’umorismo contro la verità storica: il processo che rivelò il passato repubblichino di Dario Fo e la lezione di Robin Williams
L’umorismo è un arma potente, ma non invicibile. Purtroppo esistono vicende storiche che nessuna commedia riuscirà a rendere in modo credibile, come ha scoperto a sue spese anche un gigante come Jerry Lewis.

È una realtà amara di cui era consapevole un altro gigante, che ci ha lasciato una battuta che non si può definire profetica, soltanto perché è stata pronunciata molti decenni dopo la tragedia di cui i fatti che stiamo per raccontare sono solo una minuscola, per quanto significativa, scheggia.
“Signor Williams, perché pensa che in Germania manchi il senso dell’umorismo?”
–Robin Williams alla TV tedesca
“Ha mai pensato che avete ucciso tutte le persone divertenti?”
Robin Williams alla TV tedesca – Boomerissimo.it
Quando Robin Williams pronunciò questa battuta, si trovava seduto negli studi di una trasmissione televisiva tedesca, e con il suo abituale candore condensò in poche parole una verità devastante: l’umorismo muore quando una società smette di confrontarsi onestamente con il proprio passato.La Germania, di cui l’immortale Mork era ospite, aveva fatto i conti con la Shoah attraverso decenni di dolorosa introspezione, ma quella battuta rivelava una ferita ancora aperta, e che nessuna battuta potrà mai sanare. L’Italia ha preso una strada diversa. Ha preferito l’oblio alle verità scomode. E una piccola grande vicenda, di un altro monumento della satira e della commedia, lo racconta con rara precisione. È la storia di Dario Fo e di un passato che si voleva cancellare, ma proprio per questo riemerse, in modo devastante. Un caso che rappresenta in modo teatrale proprio questa rimozione collettiva: un uomo che ha costruito la propria arte sull’ironia dissacrante e “impegnata”, che è diventato un eroe della sinistra, ma che si è trovato disarmato di fronte alla propria verità storica. Una verità così imbarazzante che neppure il genio comico riuscì mai a trasformarla in spettacolo.
Il processo che cambiò tutto
La vicenda inizia nel 1977 con quello che doveva essere un semplice caso di diffamazione. Il piccolo giornale “Il Nord” pubblica un articolo che definisce Dario Fo “repubblichino e rastrellatore”. L’attore, all’apice della carriera e ormai icona della sinistra italiana, commette l’errore che gli costerà carissimo: querela per diffamazione concedendo “ampia facoltà di prova” ai suoi accusatori.

Ma le cose, come spesso succede a teatro, prendono una piega imprevista. Quello che Fo immaginava come un processo-farsa per zittire i detrattori si trasforma in un’indagine spietata durata oltre un anno. Il tribunale di Varese diventa il palcoscenico dove l’uomo che aveva ridicolizzato ogni forma di potere si trova a fare leve proprio sul proprio potere culturale e mediatico, ma viene smascherato dalla forza poco umoristica dei documenti. La ricostruzione dei fatti emerge pezzo dopo pezzo: nel gennaio 1944, diciottenne, Dario Fo si arruola volontariamente nei paracadutisti della Repubblica Sociale Italiana. Non per fame, non per costrizione, ma – come ammetterà solo decenni dopo al Corriere della Sera – “per ragioni più pratiche: cercare di imboscarmi, portare a casa la pelle”. Viene inquadrato nel Battaglione Azzurro di Tradate, unità d’élite, se così si può dire, di un esercito repubblichino allo sbando, che invece che essere impegnato in eroiche vicende belliche, opera nei rastrellamenti antipartigiani. Le prove sono schiaccianti: fotografie in divisa, documenti militari, e perfino un disegno dello stesso Fo che ritrae i suoi camerati repubblichini con le anime dei partigiani uccisi che escono dalle canne dei mitra.
Il confronto con l’eroe
Ma il colpo di grazia deve ancora arrivare e giunge da una direzione del tutto imprevista: Giacinto Lazzarini, il vero comandante partigiano del Varesotto che nella biografia autorizzata di Chiara Valentini, Dario Fo aveva fatto descrivere come “l’idolo della vita”.

Fo viene messo alle strette dalle evidenze fotografiche e in un ultimo colpo di teatro si inventa una storia rocambolesca. Era sì arruolato tra i repubblichini, ma come infiltrato dei partigiani, e cita perfino i nomi dei due ragazzi della Resistenza che lo avrebbero “incaricato” del delicato doppio gioco. Ma Lazzarini, il comandante partigiano, il suo eroe, lo demolisce con precisione chirurgica.
“Io avevo in formazione due Albertoli, due cugini, Giampiero e Giacomo”, testimonia il comandante partigiano. “Caddero entrambi eroicamente alla Gera di Voldomino […] Forse Fo potrà spiegare come faceva ad essere d’accordo con uno dei due Albertoli di lasciare Tradate nel gennaio 1945, quando erano entrambi caduti quattro mesi prima”
Giacinto Lazzarini, comandante partigiano
La domanda finale di Lazzarini risuona come una beffa: “Se Dario Fo si arruolò nei paracadutisti repubblichini per consiglio di un capo partigiano, perché non lo ha detto subito, all’indomani della Liberazione? Sarebbe stato un titolo d’onore, per lui”.
Carlo Maria Milani, ex sergente maggiore istruttore paracadutista, chiude il cerchio: “L’allievo paracadutista Dario Fo era con me durante un rastrellamento nella Val Cannobina per la conquista dell’Ossola, il suo compito era di armiere porta bombe”. Una decina di ex-camerati confermano. Fo, all’angolo, tenta una difesa disperata: denunciare per falsa testimonianza sia Milani che Lazzarini – l’eroe partigiano che aveva definito il suo idolo. Un gesto temerario, e assai poco divertente, che lascia basiti anche i cronisti dell’epoca.
La sentenza che non perdona
Il 15 febbraio 1979 il Tribunale di Varese emette una sentenza storica. Dopo aver esaminato documenti e testimoni, i giudici sono lapidari:

”È certo che Fo ha vestito la divisa del paracadutista repubblichino nelle file del Battaglione Azzurro di Tradate. Lo ha riconosciuto lui stesso – e non poteva non farlo, trattandosi di circostanza confortata da numerosi riscontri probatori documentali e testimoniali” Ma è la conclusione quella che segna per sempre il destino processuale di Fo: “La milizia repubblichina di Fo in un battaglione che di sicuro ha effettuato qualche rastrellamento, lo rende in certo qual modo moralmente corresponsabile di tutte le attività e di ogni scelta operata da quella scuola nella quale egli, per libera elezione, aveva deciso di entrare”. La sentenza stabilisce una verità scomodissima per qualcuno che ami la parte del leader antifascista, ma che sul suo passato fascista non aveva mai pensato di fare chiarezza, anzi.
“È legittima dunque per Dario Fo non solo la definizione di repubblichino, ma anche quella di rastrellatore”.
Sentenza del Tribunale di Varese
Fo non farà mai appello. Milani sarà assolto dall’accusa di falsa testimonianza con sentenza definitiva nel 1980 “perché il fatto non sussiste”. Ovviamente.
L’ironia amara della Storia
Torniamo alla battuta di Robin Williams. Il grande comico americano aveva lasciato baluginare verità profonda: senza guardare in faccia la propria storia, non è possibile nessuna forma di umorismo. La commedia è del resto la più spietata di tutte le forme drammatiche. È una auto-autopsia, senza anestesia, come impara a sue spese chi cerca di farla.
Fo rappresenta il percorso opposto: ha costruito la sua arte sull’oblio selettivo e sulla mistificazione del passato. Dove Williams vedeva nel dolore della storia e nella capacità di prendere in piena faccia i suoi schiaffi, la condizione necessaria (e comunque non sufficiente) dell’umorismo autentico, Fo ha fatto della rimozione il fondamento della propria narrativa artistica. La sua successiva carriera di intellettuale di sinistra – dalla difesa degli assassini di Primavalle al sostegno per il “Soccorso Rosso Militante” – assume così i contorni di una gigantesca operazione di rimescolamento senza mai confrontarsi con se stesso. Come se l’impegno politico potesse cancellare i rastrellamenti, come se l’arte potesse assolvere dalle scelte di una vita. C’era un grande buco di verità e di onestà nella figura pubblica di Dario Fo e di conseguenza nella sua arte, che della politica voleva essere una proiezione.
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Alla fine è riuscito comunque a vincerci un Nobel. Ma, diciamoci la verità, a voi ha mai fatto ridere Dario Fo? A me no, e forse oggi abbiamo capito perché.
Antonio Pintér – Boomerissimo.it®


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