Come molti comici, Jerry Lewis aveva un lato tragico. Cercare di farne un film è stato un errore che gli è costato carissimo.
Per uno come me, che negli anni 80 stava scoprendo il mondo, Jerry Lewis è stato prima, il protagonista di Re Per Una Notte. Una figura tormentata e oscura, dentro un film geniale di Martin Scorsese del 1983. Io l’ho conosciuto così, e vedendolo recitare non ho mai avuto dubbi che potesse essere un interprete drammatico. Eppure Lewis era sparito dalle scene per quasi dieci anni. E forse proprio per il catastrofico fallimento del suo primo tentativo di fare il grande passaggio che prima o poi ogni comico tenta.

Proprio a causa della quasi totale sparizione dalle scene, quand’era ancora giovane, pochi sono consapevoli dell’arte cinematografica del Lewis più “disimpegnato”. Quel picchiatello, quel ritardato di cui oggi sarebbe ancora più difficile ridere, approdò alla regia per necessità pratiche con Ragazzo Tuttofare. Molti si sganasciavano sgangheratamente guardando i suoi film. Ma qualcuno, nelle grandi e ampollose riviste francesi di cinema, quelle che spesso i big di Hollywood leggono, per capire se stanno facendo bene, cominciò a scoprire in Lewis un “regista totale”, un domatore di macchine spettacolari che non aveva nulla da invidiare a Charlie Chaplin.
La tragedia di Jerry Lewis forse comincia così: leggendo un ritaglio in francese e decidendo di diventare Charlie Chaplin.
The Day the Clown Cried
Il passaggio al dramma è una tentazione quasi invincibile per un comico, specialmente un comico di comiche, o slapstick, come Lewis. Nel 1970 Lewis veniva da una striscia di successi clamorosi che ne avevano fatto un uomo ricco, ma anche un artista stanco di ripetere se stesso e di stare ai margini dell’Olimpo del Cinema.

Nessuno aveva ancora fatto un film importante sulla Shoah nel 1970. C’era giusto in giro nell’aria una sceneggiatura che molti comici, ebrei e no, avevano esaminato, ma alla fine lasciato cadere, temendo di scottarsi le mani. È una sceneggiatura molto problematica sin dalle premesse della stesura originale. Ma lo sforzo di farla propria da parte di Jerry Lewis l’avrebbe trasformata in un vero e proprio incubo, e in un disastro finanziario da cui il comico non si riprese più.
Perché non chiama Laurence Olivier? Voglio dire, per lui è facile soffocarsi a morte recitando Amleto. Io faccio solo commedia. Mr. Wachsberger, lei mi chiede se sono preparato a portare bambini indifesi in una camera a gas? Come posso tirarmene fuori?
— Jerry Lewis
L’idea, in poche parole, è questa. Un antipatico clown tedesco in crisi creativa si sfoga con la bottiglia e viene spedito in un campo di internamento, per ubriachezza molesta. Qui incontra i deportati ebrei. Ritrova il senso al suo essere clown, intrattenendoli e cercando di alleggerire la loro permanenza, specialmente quella dei bambini. Ma la cosa irrita le autorità naziste, che deportano tutti ad Auschwitz. Nel campo ora di sterminio, il clown viene incaricato di tenere buoni i bambini mentre vengono portati alle “docce”. Schiacciato dal peso della situazione, il clown accompagna i bambini dentro la doccia, e muore con loro.
Già scrivere queste poche righe è pesante e torce lo stomaco. Era sicuramente un’impresa quasi impossibile, dalla pericolosità artistica estrema, quella che Lewis decise di correre. Lo sentiva come una missione, il suo contributo a far comprendere al mondo la tragedia della Shoah. Forse lo sentiva anche come un contributo alla propria autoconsacrazione. Finalmente un film che l’Academy non avrebbe potuto ignorare.
La catastrofe produttiva e artistica
Lewis accettò di girare il film in Svezia, convinto dal produttore Nat Wachsberger, che avrebbe dovuto coprire le spese dell’impresa. E soprattutto, sosteneva di avere i diritti del copione, scritto da Joan O’Brien e Charles Denton.
Lewis si preparò meticolosamente a quell’opera che doveva segnare il cambiamento decisivo della sua carriera. Visitò Auschwitz e Dachau, smagrì fino a sembrare un prigioniero.
La sentiva come l’impresa della sua vita ma sin dai primi passi tutto si disfò: sembrava una commedia delle sue. Il produttore, non aveva più soldi. Soprattutto non aveva i diritti del copione, scaduti mentre si cercava la star adatta per interpretarlo. Nel frattempo, Lewis aveva ritoccato il testo cercando di renderlo più suo, e inserendo una dose di commedia che gli autori rifiutarono di accettare.
Lewis stava girando senza soldi, un copione che non gli apparteneva, e di cui gli autori erano inferociti. Cominciò a pagare di tasca sua, sapendo che stava rischiando il tutto per tutto. Alla sua età non sarebbe mai più riuscito a rifare la fortuna che stava spendendo.
Andò avanti lo stesso, nonostante tutti sul set, protagonisti svedesi inclusi, sentissero che qualcosa di molto grosso non stava funzionando. Arrivò, assegno dopo assegno, caparbiamente, fino a un montaggio quasi finale. Poi si arrese.
La catastrofe produttiva e artistica
The Day The Clown Cried è forse il film “disperso” più atteso della storia del cinema. Lewis l’ha mostrato solo a pochi amici fidati, prima di chiuderlo in cassaforte e decidere che nessuno potrà vederlo mai. Secondo alcune fonti l’accordo stipulato con la Libreria del Congresso, a cui è stata consegnata l’unica copia esistente, prevede lo stop totale almeno fino al 2025.
Noi di Boomerissimo, per scrivere questo articolo delicatissimo abbiamo voluto leggere, crediamo, tutto quello che è stato pubblicato sulla vicenda. E raccomandiamo di farlo anche a voi, per esempio leggendo questo. Parliamo della catastrofe di un uomo che si accavalla a una tragedia dell’umanità, meglio lasciar perdere i giudizi in libertà.
Proprio per questo, tra tutti i pareri critici che abbiamo letto, diffidiamo di quelli esageratamente intellettualistici, che cercano di dimostrare la loro verità con meccanismi dialettici con i quali, alla fine dei conti, si può dimostrare tutto. Molti hanno visto il film, e l’hanno trovato un errore catastrofico. Un film che nonostante le ottime intenzioni finisce per prenderti allo stomaco nel modo sbagliato. È un film che causa rigetto spontaneo in cui lo vede, non si può accettare. Per primo non l’ha accettato Jerry Lewis, che in quell’opera ha seppellito la sua fortuna e la sua carriera. Per chi gli chiedeva come fosse quel film, Lewis aveva solo un commento, lapidario.
“It’s bad, bad, bad”
–Jerry Lewis
Lewis non si fece sconti. Era diventato un “regista totale” per gli intellettuali francesi, si bruciò nel tentativo di dimostrarlo.
Eppure a qualcuno è piaciuto
Il mestiere del comico è prendere rischi estremi. La commedia vera nasce solo dai nostri traumi, dalle nostre paure vere. Altrimenti resta solo roba tipo “Vacanze di Natale”. Jerry Lewis rischiò tutto e perse tutto. Si era spinto in territorio sconosciuto, ma il risultato, invece che essere glorioso, fu imbarazzante. O almeno così lo giudicò lo stesso Lewis.
Tra chi ha visto il film siamo riusciti a trovare un solo personaggio che l’abbia trovato non solo accettabile, ma addirittura un capolavoro, qualcosa di cui l’umanità aveva bisogno. Manco a dirlo, è stato un critico francese. Potete leggerlo qui.
E non sappiamo quale sia la causa di tanta dissonanza. Forse quel vezzo tutto francese di distinguersi sempre, di non piegarsi mai al parere di una maggioranza, per quanto ragionevole e incontrovertibile possa sembrare. La lettura del parere critico è illuminante, per scoprire come le logiche dei dibattiti teologici, poi diventati ideologici, possano sempre “dimostrare” che l’oratore ha ragione.
Ma Jerry Lewis era un comico. Si affidava alla pancia, non alle fumisterie verbali. Quando la gente non ride, hai perso. Se si alza dalla poltrona e scappa dal teatro, peggio ancora.
Lui sapeva perché aveva perso. Forse un giorno avremo il privilegio di scoprirlo anche noi.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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