L’associazione viene spontanea, ma la politica la lasciamo a chi è bravo e ne capisce. Ma le comiche, quelle vere, quelle da risata grassa e sana, sono altre.
Il sabato non è sempre stato un giorno off. C’è stato un periodo in cui il sabato era davvero “del villaggio” col suo carico di aspettative per la domenica.

Che poi in realtà la domenica si faceva poco. In casa della sottoscritta c’era il rito delle abluzioni “serie” per tutta la famiglia, quelle in cui la mamma “detective” ti ispezionava da capo a piedi, controllava le orecchie e, alla fine, soddisfatta dell’opera compiuta, ti faceva sparire in una nuvola di borotalco e via, pronti per uscire. I pii andavano a messa, i laici facevano la passeggiata, discutevano con amici, parenti e affini e tornavano poi a casa per il pranzo domenicale. Dopo pranzo, cominciava già il lunedì.
Saturday lunch fever
Al sabato, ultimo giorno della settimana scolastica, si aggiungeva, per la scrivente, un ulteriore piacere.

Veniva il papà a prendermi a scuola, con il suo carico di affetto e qui mi fermo, perché le cose melense non mi piacciono. Bello il sabato per tanti avvenimenti, ma odiato per uno in particolare. Il sabato era il giorno del brodo. Rigorosamente di carne e fatto con tutti i crismi, osso, micaosso, verdure varie e tanto tanto liquido… Pastina… Odiati risoni che avevano l’inconveniente di attrarsi l’uno con l’altro cementandosi in un agglomerato disgustoso. E non c’era verso di mangiare altro al sabato. In più queste isole di langerhans galleggiavano in un liquido che aveva raggiunto temperature non misurabili.
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Ma la televisione mi veniva incontro. All’una e mezza, proprio nel bel mentre della mia battaglia navale con i risoni cominciava Oggi le comiche.
Oggi le comiche
Si trattava di un programma antologico, andato in onda per scarsi dieci anni, dal 1968 al 1977 in cui venivano riproposti vecchissimi spezzoni comici del cinema muto degli anni 20 e 30. Era presentato da Renzo Palmer. Il pezzo forte, quello che aspettavamo tutti, erano le comiche con Stanlio e Ollio (ricordo perfettamente quella in cui continuano a salutare tutti mettendosi in macchina “Arrivedorci, arriverdorci), che erano tra i pochi ad essere sonori, doppiati ovviamente. Come tutti sanno, colui che dava la voce a Oliver Hardy era un fantastico Alberto Sordi. Tutti a fare il tifo per Stanlio vessato da Ollio, anche se in realtà, alla fine a prenderle era soprattutto Ollio.
Ma c’era anche la maschera di Buster Keaton, che non rideva mai, o Harold Lloyd che finiva sempre appeso in equilibrio precario da qualche parte, chi non è mai finito a penzolare dalla lancetta di un orologio posto su qualche palazzo? C’era Ridolini (Larry Semon) con la faccia dipinta di bianco e i pantaloni con la vita ascellare e non poteva mancare Charlie Chaplin.
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Ridevamo come pazzi, senza sapere di veder scorrere in bianco e nero veri e propri capolavori del cinema. Ci si dimentica che nella maggior parte dei casi questi artisti del cinema muto erano attori, registi, autori e produttori di loro stessi. Molti di loro non hanno passato lo scoglio del sonoro e sono presto caduti in disgrazia. Ma non per noi che aspettavamo il sabato per vederli in tv.
Antonietta Terraglia


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