C’è stato un momento, nella guerra del Vietnam, in cui un soldato decise che l’unico nemico da fermare erano i suoi commilitoni
Le guerre non sono mai giuste, qualcuno direbbe che, a volte sono inevitabili, perché non viviamo in un mondo perfetto.

I motivi per cui iniziano non sono mai del tutto chiari, o perlomeno, ce ne sono altri non dichiarati che si scoprono solo con il tempo. Una tra le più assurde e sanguinose è stata quella del Vietnam.
La storia della guerra in Vietnam
Le radici della guerra del Vietnam affondano nella resistenza anticoloniale contro il dominio francese. Durante la Seconda guerra mondiale, il Giappone occupò l’Indocina francese, ma quando le forze dell’Asse furono sconfitte, si creò la possibilità della libertà. Il 2 settembre 1945, Ho Chi Minh proclamò l’indipendenza della Repubblica Democratica del Vietnam, citando la Dichiarazione d’Indipendenza americana: “Tutti gli uomini sono creati uguali. Sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, tra cui la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità”.

La Francia, tuttavia, non aveva alcuna intenzione di mollare. Tentarono di rioccupare il Vietnam, scatenando una guerra di liberazione che si protrasse fino al 1954. Gli Accordi di Ginevra del 21 luglio 1954 sancirono la fine del dominio coloniale francese e la divisione del Vietnam lungo il 17° parallelo. La divisione avrebbe dovuto essere provvisoria, le elezioni nazionali erano previste per il 1956, ma non si tennero mai. Gli USA temevano una vittoria schiacciante di Ho Chi Minh. Gli Stati Uniti si erano avviluppati intorno alla “teoria del domino” elaborata da Eisenhower. Secondo l’allora presidente se il Vietnam fosse caduto sotto controllo comunista, altre nazioni del Sud-Est asiatico sarebbero cadute a loro volta, come le tessere del domino. Questa teoria divenne il pilastro della politica estera americana in Asia per oltre un decennio. Eisenhower fornì sostegno economico e militare al regime sudvietnamita di Ngo Dinh Diem, considerato l’unico baluardo contro l’espansione comunista nella regione. John F. Kennedy intensificò l’impegno americano in quella regione. Incrementò il numero dei “consiglieri” militari americani da poche centinaia a oltre 16.000 nel 1963, trasformando quello che era stato un supporto logistico in un coinvolgimento militare diretto. Nel novembre del 1963, il presidente sudvietnamita Diem fu assassinato in un colpo di stato militare. Tre settimane dopo, Kennedy stesso fu assassinato a Dallas. Lyndon B. Johnson trasformò il conflitto vietnamita in una guerra su vasta scala. Sfruttando il presunto attacco nordvietnamita a navi americane nel Golfo del Tonchino nell’agosto 1964, Johnson ottenne dal Congresso la “Risoluzione del Golfo del Tonchino”, che gli conferiva pieni poteri per condurre operazioni militari. Diede così inizio all’operazione Rolling Thunder, una massiccia campagna di bombardamenti del Vietnam del Nord. Il numero di bombe sganciate sul paese durante questa sola operazione superò il totale delle bombe utilizzate durante l’intera Seconda guerra mondiale. Nel 1965, Johnson autorizzò l’invio delle prime truppe da combattimento, fino a raggiungere gli oltre 500.000 soldati.

Il generale Westmoreland elaborò una strategia basata sulla guerra di logoramento. Voleva infliggere così tante perdite al nemico da costringerlo alla resa. Nulla di più sbagliato in quel territorio. I Vietcong usavano tattiche di guerriglia, evitando scontri in campo aperto e utilizzando una rete di tunnel e rifugi che vanificava la superiorità tecnologica americana. Il punto di svolta della guerra fu l’Offensiva del Tet, lanciata nella notte tra il 30 e il 31 gennaio 1968. Ottantamila combattenti nordvietnamiti e Vietcong sferrarono attacchi simultanei su oltre cento città e basi militari nel Vietnam del Sud, inclusa l’Ambasciata americana a Saigon. Se dal punto di vista meramente militare fu per loro una sconfitta, si tramutò una colossale vittoria psicologica e propagandistica. L’offensiva dimostrò che, nonostante le continue rassicurazioni del presidente Johnson sull’essere vicini alla vittoria definitiva, il nemico aveva la capacità di colpire ovunque e in qualsiasi momento. Le immagini della battaglia all’interno dell’Ambasciata americana, trasmesse in diretta televisiva nelle case americane, distrussero la narrazione ufficiale del conflitto. L’opinione pubblica si rivoltò contro la guerra. Poche settimane dopo, Johnson annunciò che non si sarebbe ricandidato alle elezioni e ordinò una cessazione parziale dei bombardamenti, iniziando colloqui di pace a Parigi.
Richard Nixon vinse le elezioni presidenziali promettendo di porre fine alla guerra. Gli Accordi di Pace di Parigi, firmati nel gennaio 1973, sancirono il ritiro completo delle truppe americane. Il costo umano fu spaventoso. Sul fronte americano, furono uccisi tra i 58.000-58.220 soldati e oltre 304.000 rimasero feriti. Ma le cifre vietnamite sono di un ordine di grandezza superiore: circa 1.400.000 combattenti nordvietnamiti e Vietcong trovarono la morte, per non contare gli oltre 2.000.000 di civili uccisi. Il paese rimase devastato. Il 10% della superficie del Vietnam fu defoliato con armi chimiche, migliaia di chilometri quadrati di foreste furono distrutti, l’agricoltura fu compromessa, e l’infrastruttura civile ridotta in macerie.
My Lai
La mattina del 16 marzo 1968, circa cento soldati della Compagnia Charlie, 1° Battaglione, 20° Reggimento Fanteria, 11ª Brigata della 23ª Divisione di Fanteria, furono elitrasportati nel villaggio di Mỹ Lai con una missione “search and destroy”. Le informazioni dell’intelligence militare indicavano la presenza del 48° Battaglione Vietcong, una delle unità più efficienti della guerriglia comunista. In realtà, il villaggio era abitato solo da contadini inermi, donne, bambini, anziani. Il comando dell’operazione era affidato al capitano Ernest Medina, mentre il tenente William Calley guidava il primo plotone. Nei giorni precedenti, la Compagnia Charlie aveva subito pesanti perdite a causa di mine e imboscate senza mai riuscire a ingaggiare il nemico in campo aperto. La frustrazione, unita a ordini ambigui, creò le condizioni per la tragedia.
Ciò che accadde fu un massacro senza se e senza ma. I soldati radunarono i civili in gruppi, li spinsero in fossati di irrigazione e li fucilarono a distanza ravvicinata. Il soldato Paul Meadlo testimoniò in seguito di aver svuotato “quattro o cinque caricatori”. Le testimonianze raccolsero prove di stupri, torture e mutilazioni. I soldati uccisero anche il bestiame, distrussero i raccolti e incendiarono le abitazioni. L’entità esatta delle vittime non fu accertato. Si parlò di un numero compreso tra i 347 e 504 civili, tra cui 17 donne incinte e 210 bambini sotto i 13 anni di età.
Hugh Thompson: l’eroe di My Lai
Hugh Clowers Thompson Jr. era nato ad Atlanta e cresciuto in una famiglia di solidi valori american style. Nel 1966 si arruolò nell’esercito e dopo l’addestramento come pilota di elicotteri fu inviato in Vietnam. Era quindi un militare di carriera, non un coscritto. Era un pilota tanto eccezionale quanto aggressivo. La sua missione consisteva nel volare a bassissima quota, per attirare il fuoco nemico e individuarne le posizioni. Il suo equipaggio era composto dal crew chief Glenn Andreotta, 20 anni, di origini italiane, e dal mitragliere Lawrence “Larry” Colburn, appena diciottenne. La mattina del 16 marzo, Thompson e il suo equipaggio erano in missione di supporto. Nei primi sorvoli non incontrarono fuoco nemico. Ma ad un certo punto Thompson notò qualcosa di anomalo: corpi ovunque, molti bambini piccoli. Pensò fossero vittime di bombardamenti, non immaginava la verità.

Thompson e il suo equipaggio iniziarono a marcare con fumogeni verdi i feriti che vedevano a terra, segnalandoli via radio affinché ricevessero soccorso medico. Ma quando tornarono a sorvolare le stesse posizioni, i feriti che avevano marcato erano stati uccisi. Thompson vide una giovane donna vietnamita ferita a terra. Mentre osservava da quota di stazionamento, il capitano Ernest Medina si avvicinò alla donna, la toccò con il piede per verificare che fosse ancora viva e le sparò. Thompson capì con orrore che erano i soldati americani, non il nemico, ad aver ordito il massacro. Dall’alto vide un fossato pieno di corpi. Trasmise via radio un messaggio: “Mi sembra che qui sotto si stia compiendo un’enorme quantità di uccisioni inutili. C’è qualcosa che non va. Ci sono corpi dappertutto. C’è un fossato pieno di corpi. C’è qualcosa di terribilmente sbagliato qui”.
Allora notò un gruppo di civili vietnamiti fatto di donne, bambini e anziani che si erano rintanati in un bunker. Un plotone americano avanzava verso di loro. Thompson decise da che parte stare. Atterrò tra i soldati e i civili inermi, spense il motore e scese. Si avvicinò al sergente David Mitchell e chiese se poteva fornire assistenza medica ai civili. Mitchell rispose cinicamente che “l’unica assistenza” di cui avevano bisogno era “una granata a mano”. Thompson diede ordini precisi al suo equipaggio: “Questa gente sta per morire. Non permetterò che accada. Dobbiamo fare qualcosa. Siete con me?” Andreotta e Colburn non esitarono un istante. Thompson disse loro di puntare le mitragliatrici M-60 contro i loro commilitoni e di aprire il fuoco se questi avessero tentato di avvicinarsi ai civili. Poi, convinse i terrorizzati vietnamiti a uscire dal rifugio e li scortò personalmente fino ad altri elicotteri che li trasportarono in salvo.
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Tornando verso il fossato, Andreotta notò qualcosa muoversi tra i morti. Si calò nella fossa piena di cadaveri e trovò un bambino di circa cinque o sei anni, Do Ba, illeso ma coperto dal sangue delle vittime. Thompson riferì ai suoi superiori ciò che aveva visto. Il tenente colonnello Frank Barker ordinò infine il cessate il fuoco. Il massacro era durato quattro ore.
L’insabbiamento
Per oltre un anno, l’esercito americano riuscì a nascondere il massacro. Le motivazioni ufficiali per le decorazioni assegnate a Thompson e al suo equipaggio furono falsificate, descrivendo un eroico salvataggio di civili sotto il fuoco nemico. Thompson, disgustato, gettò via la sua Distinguished Flying Cross. La verità emerse grazie a Ronald Ridenhour, un soldato americano che raccolse testimonianze dettagliate dai commilitoni che avevano partecipato o assistito al massacro. Il soldato scrisse una lettera di denuncia circostanziata al Congresso degli Stati Uniti, al Pentagono e a trenta membri del Parlamento, chiedendo un’indagine approfondita. Nel novembre 1969 il giornalista investigativo Seymour Hersh pubblicò la prima inchiesta dettagliata sul massacro, che fece esplodere lo scandalo a livello internazionale. Hersh riuscì a ottenere le fotografie scattate dal fotografo militare Ronald Haeberle durante l’orrida azione, che furono pubblicate dalla rivista Life. La Casa Bianca ammise il massacro il giorno successivo alla pubblicazione dell’articolo di Hersh.
L’inchiesta ufficiale condotta dal generale William Peers produsse un rapporto di oltre 20.000 pagine, ma alla fine solo il tenente William Calley fu condannato. Gli venne dato l’ergastolo con i lavori forzati. Il presidente Nixon intervenne, commutando la pena agli arresti domiciliari. Calley scontò in totale appena tre anni e mezzo. Il capitano Ernest Medina fu assolto così come il colonnello Henderson, il più alto in grado.
L’ostracismo
Mentre Calley riceveva solidarietà dall’opinione pubblica americana, Hugh Thompson e il suo equipaggio furono attaccati come traditori. Il deputato Mendel Rivers (democratico del South Carolina) dichiarò che Thompson era l’unico soldato a My Lai che meritava di essere punito e tentò di farlo sottoporre a corte marziale per aver puntato le armi contro i suoi stessi commilitoni. Thompson ricevette minacce di morte per anni. L’equipaggio continuò a svolgere missioni di ricognizione in Vietnam senza copertura. Il pilota fu abbattuto otto volte, nell’ultimo incidente, si ferí gravemente nell’atterraggio di emergenza e fu evacuato in un ospedale in Giappone, ponendo fine al suo servizio in Vietnam nel 1968. Glenn Andreotta, il crew chief che aveva salvato il piccolo dal fossato fu ucciso in azione appena tre settimane dopo My Lai. Tornato negli Stati Uniti, Thompson divenne istruttore di volo a Fort Rucker, Alabama. Si ritirò dall’esercito nel 1983 con il grado di maggiore. Per trent’anni, il suo gesto eroico rimase nell’ombra, avvolto nel silenzio di un esercito che preferiva dimenticare.
Solo il 6 marzo 1998, esattamente trent’anni dopo il massacro, l’esercito assegnò finalmente a Thompson, Colburn e Andreotta la Soldier’s Medal per “eroismo non coinvolgente conflitto diretto con il nemico”. Nello stesso anno, Thompson e Colburn tornarono in Vietnam per l’anniversario dell’eccidio di My Lai, incontrando alcuni dei sopravvissuti. Tra questi, Do Ba, il bambino estratto dal fossato, che aveva conservato ricordi vividi dei suoi salvatori. Una delle donne sopravvissute pose a Thompson una domanda che lo perseguitò fino alla fine: “Perché non sono tornati con te quelli che commisero questi atti?”. Hugh Thompson morì di cancro il 6 gennaio 2006 al Veterans Affairs Medical Center di Pineville, Louisiana, all’età di 62 anni. Larry Colburn era al suo capezzale.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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