Tra miti sfatati e verità documentate, la storia di quando Arthur Fonzarelli dovette intervenire nella realtà. Non serviva un prete, serviva il giubbotto di pelle di Happy Days
Non so se sia un mio tratto personale, ma tendo a fidarmi poco. Poco delle persone, poco di quello che mi viene detto. Cerco riscontri, sempre. Mai creduto a Babbo Natale, al principe azzurro (che è gay), al colpo di fortuna.

In verità ho anche scoperto abbastanza presto, che non è sempre vero che se lavori tanto arrivi dove volevi arrivare. Ci sono tante variabili. Forse da piccola ho creduto che sarebbe arrivato John Wayne a salvare il finale del film. Non nutro fiducia nelle celebrità, a qualsiasi titolo lo siano. Poi con l’età, la maturità ed una rinnovata sfiducia nell’umanità, tendo sempre più a ritirarmi nel mio antro.
Celebrità salvifiche
In virtù di ciò capisco poco coloro che anelano a conoscere i propri beniamini. Se va bene, ti salutano per un attimo di pubblicità, se va male si rischia di restare delusi. Troppo bassi, troppo alti, magari hanno un odore o un alito sgradevole o, molto più semplicemente, non corrispondono all’idea che ci siamo fatti.

Men che meno, in un momento di solitudine o disperazione, di quelli neri, in cui non riesci a vedere oltre il momento presente e hai talmente tanto dolore dentro da sperare che tutto finisca, chiederei l’intervento di un personaggio famoso. Ma io sono io, un orso marsicano e il mondo è bello perché è avariato. L’episodio più famoso e documentato in assoluto, di celebrità in forma salvifica accadde nel gennaio del 1981. A Los Angeles, in cima ad un edificio al 5410 di Wilshire Boulevard, un ragazzo di 21 anni, tale “Joe”, minacciava di buttarsi dal nono piano. Howard Bingham, manager di Muhammad Ali vide la scena e chiamò il pugile. Ali arrivò guidando la sua Rolls-Royce, salì e si sporse da una finestra per parlare al ragazzo. La conversazione durò circa 20 minuti. Le foto dell’epoca mostrano Ali che abbraccia il ragazzo e lo porta in salvo. Pare che il pugile disse al ragazzo: “Tu sei mio fratello. Ti voglio bene e non ti mentirei. Devi ascoltarmi. Voglio che vieni a casa con me, ti faccio conoscere dei miei amici” Dopo il salvataggio, Ali lo accompagnò personalmente all’ospedale dei veterani di Brentwood.

In terra italica, il ruolo dell’eroe è toccato a Pippo Baudo, in quel di Sanremo, nel 1995. Pino Pagano, allora 39enne, salì sulla balaustra della galleria del Teatro Ariston minacciando di buttarsi, disperato, disse, per aver perso il lavoro. Pippo Baudo interruppe lo spettacolo, salì in galleria e riuscì a convincerlo a scendere, abbracciandolo davanti a 16 milioni di spettatori italiani. Santo subito. Anni dopo, Pagano stesso ha rivelato che era tutto orchestrato. Ha confessato: “Volevo diventare famoso, un personaggio, magari scrivere un libro e cambiare la mia vita”. L’episodio era stato precedentemente simulato dalla Torre Eiffel a Parigi. Baudo non prese bene la rivelazione e non volle mai più rivedere l’aspirante suicida.
Fonzie, pensaci tu
Boomerissimo non crede ai miti urbani e alle leggende metropolitane. I fatti sono la nostra religione. Così quando ci è capitato tra le mani la storia di Henry Winkler che salva un ragazzino dal cornicione di un palazzo in Illinois durante l’epopea di Happy Days, abbiamo fatto quello che sempre facciamo: abbiamo controllato. È tutto vero.

Nel 1974 Henry Winkler stava provando sul set della Paramount, negli studi di Los Angeles, recitando le scene di Fonzie. Era sul punto di diventare un’icona televisiva quando ricevette una telefonata. Una voce al telefono gli disse che a centinaia di miglia di distanza, in Illinois, c’era un ragazzino di 17 anni su un cornicione che minacciava di uccidersi. Il sergente Joe Brown della polizia, lo informava che il ragazzino, che avrebbe voluto fare l’attore, John era il suo nome, avrebbe parlato solo con lui, anzi con Fonzie. Non con un prete, non con uno psicologo, non con sua madre, con Arthur Fonzarelli, il biker di una Milwaukee inventata. Poteva rifiutarsi? Forse sì, ma avrebbe tradito il personaggio. Si inventò qualcosa. Winkler disse al ragazzo: “Dimmi, tu hai una collezione di dischi?” John disse di sì. Allora Winkler, con una dose di logica assurda e geniale, gli chiese: “Bene. Prima di saltare, me li lasceresti in eredità? Me li intesti?” Winkler stava cercando di salvare una vita raccontando la prima cavolata che gli era venuta in mente, gli aveva fatto una domanda che costringeva il ragazzo a pensare a qualcosa di diverso dal cornicione e al vuoto che aveva davanti. Poi Winkler continuò: “Senti John, io avevo 27 anni quando ho iniziato con Fonzie. Tu ne hai 17. Hai ancora 10 anni di tempo per fare quello che sogni. Non è molto? Perché non scendi dal cornicione e ne parliamo?” John scese dal cornicione.
Ti piace Boomerissimo? Sostienilo con un click a questo link
Winkler non ha mai saputo se il ragazzo ce l’ha fatta negli anni successivi. Non lo ha mai incontrato di persona. L’unica cosa che sa è che quei dischi non sono mai arrivati. Nel 2019, quasi 45 anni dopo, Winkler ha raccontato questa storia a Jimmy Kimmel. Ha fatto sorridere Kimmel, ha fatto piangere gli ascoltatori. Forse, da da qualche parte, John lo ha guardato e ha sorriso. A volte, il più figo della televisione, lo è davvero.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


Rispondi