Nascosta per decenni, la fabbrica della morte fu comprata dagli USA per pochi yen
Nel marzo 1945 nella piana gelata di Harbin scese un ragazzo minuto, di soli quattordici anni, Hideo Shimizu.

Era stato arruolato, al termine della scuola, come allievo tecnico. Fu poi assegnato al distretto di Pingfang, in quella parte della Cina occupata dai giapponesi e inviato al dipartimento di istruzione del quartier generale. Niente a quel primo ingresso poteva fargli immaginare cosa lo aspettava.
L’Unità 731 e l’unico sopravvissuto
Hideo Shimizu è l’unico ex membro dell’Unità 731 ancora vivo. A 95 anni è lucido e disposto a parlare. Il suo racconto è uno dei pochi fili che collegano il presente all’orrore sistematico compiuto dall’esercito imperiale giapponese tra il 1936 e il 1945 in Manciuria.
L’Unità 731 nacque ufficialmente nel 1936 sotto il comando del medico-generale Shirō Ishii, microbiologo dell’Università Imperiale di Kyoto. Già nel 1932, dopo l’invasione della Manciuria. Ishii convinse i superiori che le armi biologiche erano “l’arma del futuro”. Avevano numerosi vantaggi, erano economiche, silenziose e, soprattutto, devastanti. Il quartier generale fu costruito a Pingfang, 20 chilometri a sud di Harbin, nella Cina occupata. Un complesso di oltre 150 edifici, camuffato da “Dipartimento di Prevenzione Epidemie e Fornitura Acqua dell’Esercito Kwantung”. Era comprensivo di tutto: prigioni speciali (blocchi 7 e 8), camere di dissezione, incubatori per insetti vettori, pista aerea, crematorio. In totale, otto divisioni operative. La Divisione 1 si occupava di ricerca batteriologica su peste, antrace, colera, tifo, tularemia (febbre dei conigli). La Divisione 2 produceva in massa agenti patogeni e insetti. Altre divisioni gestivano test sul campo, armi chimiche, vivisezioni. Un vero antro del dolore.
C’erano anche unità satellite: la 100 a Changchun, la 1644 a Nanchino, la 8604 a Canton. Oltre 3.000 scienziati e tecnici lavoravano solo a Pingfang. Producevano mensilmente fino a 300 kg di patogeni della peste, oltre 500 kg di antrace, 900 kg di tifo e 1.000 kg di colera.
Le vittime
I destinati agli esperimenti erano chiamati ”maruta”, tronchi, esseri privati della loro natura umana. Non avevano più nome, solo un numero. Venivano selezionati e consegnati dalla Kempeitai.
Non esisteva una selezione scientifica o razziale raffinata come nei campi nazisti. La Kempeitai, la brutale polizia militare dell’Esercito imperiale giapponese, una sorta di Gestapo del Sol Levante si occupava di trovare le cavie, i maruta. Eseguiva retate, arresti arbitrari, rastrellamenti per presunte attività sospette, simpatie comuniste, banditismo. Arrestavano civili cinesi, coreani, russi emigrati, mongoli, a volte criminali comuni dalle carceri. Anche donne, bambini, anziani, donne incinte. Furgoni neri portavano i prigionieri direttamente al complesso. Una volta dentro, firmavano una “ricevuta” come se si trattasse di merce. Nessuno dei maruta uscì vivo dai laboratori.
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Gli esperimenti erano sistematici e documentati con precisione scientifica. Infettavano deliberatamente le cavie con iniezioni, aerosol tramite ingestione di patogeni. Vivisezioni senza anestesia su vivi per studiare gli organi infetti prima che la decomposizione alterasse i risultati. Test di congelamento con arti immersi in acqua gelida o esposti al gelo a -40 °C per studiare gangrena e amputazioni. Camere ipobariche, armi chimiche, esplosivi, fame, sete, ustioni. Donne incinte infettate per osservare la trasmissione al feto. I medici annotavano tutto su rapporti clinici dettagliati. Stime conservative parlano di almeno 3.000 morti diretti nei laboratori di Pingfang tra il 1940 e il 1945. Con le unità satellite, la cifra sale a 10.000.

L’Unità 731 non era solo un laboratorio sperimentale. Condusse una vera e propria guerra biologica sul campo. Dal 1939 al 1942 sganciarono bombe di ceramica piene di pulci infette da peste, ratti e grano contaminato su città cinesi. Contaminarono acqua e cibo con colera e tifo in diverse province. Le stime di morti civili tra i cinesi parlano di 580.000 vittime includendo epidemie indirette. Alcuni attacchi colpirono anche soldati giapponesi.Shimizu non capì subito che era entrato a far parte del laboratorio dell’orrore. I suoi compiti, a causa della giovane età, erano limitati. Cominciò ad avere sospetti quando gli fu chiesto esplicitamente di non parlare con nessuno di quanto vedeva e succedeva nell’Unità. Aprì gli occhi quando il suo supervisore lo accompagnò in un tour al secondo piano. Qui vide il risultato delle “ricerche”, pezzi e organi di persone in formalina, tra cui una donna incinta con il feto esposto. L’uomo, a distanza di ottant’anni, ricorda l’acre odore dell’agente chimico e la consapevolezza della morte.
La fine
Nell’agosto 1945, con l’Armata Rossa che avanzava, Ishii ordinò la distruzione totale delle prove. I prigionieri furono uccisi, gli edifici fatti saltare, i cadaveri inceneriti e i documenti occultati. Shimizu ebbe l’ordine di raccogliere ossa umane e seppellirle. Ishii e i vertici fuggirono in Giappone. Una vicenda che ha molto a che vedere con la fuga dei nazisti. Una distruzione sistematica che è paragonabile, per metodo e intento, alla distruzione delle prove nel campo di Auschwitz-Birkenau tra novembre 1944 e gennaio 1945, quando i nazisti cercarono di cancellare le tracce dei loro crimini prima dell’arrivo dell’Armata Rossa.
I nazisti fecero esplodere con la dinamite i crematori II, III, IV e V e le camere a gas di Birkenau (Himmler aveva già dato l’ordine di smantellare le installazioni di sterminio nel novembre 1944). Allo stesso modo Ishii ordinò di far saltare in aria i laboratori, le prigioni e gli edifici di Pingfang. A Birkenau i nazisti uccisero o abbandonarono al freddo e alla fame centinaia di prigionieri troppo deboli per le “marce della morte”. Nell’Unità 731 vennero eliminati tutti i maruta rimasti. I tedeschi bruciarono corpi in fosse comuni all’aperto o nei forni ancora funzionanti per eliminare le prove. A Pingfang i giapponesi cremarono i corpi e seppellirono le ossa. Ad Auschwitz vennero bruciati archivi, registri medici e rapporti sugli esperimenti. Ishii e i suoi fecero lo stesso. I comandanti nazisti (Höß, Mengele e altri) fuggirono verso ovest. Ishii e i vertici dell’Unità 731 fuggirono in Giappone, portando con sé i dati più importanti. L’intento, cancellare le prove di crimini di massa per sfuggire alla giustizia, è identico. Entrambi i regimi totalitari, di fronte alla sconfitta, hanno reagito nello stesso modo: distruggere le fabbriche della morte per nascondere ciò che avevano fatto.
Il dopoguerra
Al termine della guerra, esaurito il ruolo di salvatori, gli Stati Uniti erano interessati ai dati sulla guerra biologica per competere con l’URSS. La guerra fredda era già iniziata. Documenti declassificati dagli Archivi Nazionali USA (1999-2006) mostrano che il generale Charles Willoughby, capo dell’intelligence sotto MacArthur, negoziò direttamente con Ishii. Nel 1947-1948 concessero immunità totale da processi per crimini di guerra. In cambio, ricevettero migliaia di pagine di dati, campioni e rapporti. I giapponesi ricevettero anche un compenso in yen (di fatto molto più conveniente per gli USA) per fornire i documenti. I dati finirono a Fort Detrick, il centro americano per la guerra biologica. Nessuno dei responsabili fu processato al Tribunale di Tokyo. Il contrasto con quanto accadde in Europa è netto. A Norimberga i medici nazisti furono processati e condannati per crimini analoghi. A Tokyo, invece, silenzio assoluto sull’Unità 731.

Parziale giustizia fu fatta solo dai sovietici. Nel dicembre del 1949 organizzarono il Processo di Khabarovsk in cui dodici ex membri dell’Armata del Kwantung furono giudicati dal Tribunale Militare sovietico. Tra loro il Generale Yamada Otozō (comandante in capo), il Tenente Generale Kajitsuka Ryuji e il Maggiore Generale Kawashima Kiyoshi. Tutti si dichiararono colpevoli. Le confessioni riempirono 18 volumi. Kawashima ammise: «Detachment 731 experimented widely in the action of all lethal bacteria on human beings. For these purposes we used imprisoned Chinese patriots and Russians whom the Japanese counterespionage service had condemned to extinction”. Confessò che ogni anno ne arrivavano circa 500 e che nessuno si salvò da quel campo di morte. Yamada confermò: «Detachment 731 was directly subordinated to me […] I permitted them, and thereby virtually sanctioned the violent killing of Chinese, Russians and Manchurians».

Le condanne andarono da 2 a 25 anni di lavori forzati in Siberia. Nessuno ebbe la pena di morte. Tutti furono liberati entro il 1956 e rimpatriati in Giappone. Il processo fu pubblico e produsse un volume ufficiale in inglese ancora consultabile. Gli americani lo liquidarono come “propaganda comunista”. Solo decenni dopo, con la declassificazione dei documenti USA, si è avuta la conferma che le accuse di Khabarovsk erano fondate. Il confronto tra i tre grandi processi post-bellici è illuminante. A Norimberga 23 medici nazisti furono processati per esperimenti disumani. Ci furono 7 condanne a morte e furono sanciti principi etici universali. A Tokyo 28 leader giapponesi furono giudicati, ma l’Unità 731 fu completamente ignorata. A Khabarovsk 12 imputati confessarono i crimini biologici, ma le pene furono leggere. La giustizia fu parziale ovunque, ma solo i sovietici affrontarono esplicitamente la guerra batteriologica.
Hideo Shimizu, a 95 anni, ha visitato il luogo per chiedere scusa alle vittime. Ishii morì di cancro nel 1959, libero. Molti suoi collaboratori continuarono carriere in università e industrie farmaceutiche giapponesi. I dati biologici americani rimasero secretati fino agli anni Ottanta e Duemila. L’Unità 731 fu un programma di Stato, approvato dall’Imperatore Hirohito, finanziato e protetto. Gli americani scelsero la scienza al posto della giustizia. I sovietici scelsero la propaganda. Il mondo, per decenni, scelse il silenzio.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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