Jackie Stewart ha vinto tre mondiali di Formula 1 e non ha mai imparato a leggere bene. Non è un paradosso: è la storia di come un cervello “diverso” possa diventare la cosa più preziosa che hai, se solo qualcuno smette di chiamarti stupido.
La maestra lo guarda. Jackie restituisce lo sguardo, imbarazzato. In mezzo, sul banco, c’è un libro aperto. Quel ragazzo si chiama Jackie, Jackie Stewart. Intorno a lui, cinquantaquattro bambini stanno aspettando. È difficile, è imbarazzato, non sa bene cosa perché sulla pagina c’è solo una massa di segni che non stanno fermi, che si spostano, si scambiano di posto, e soprattutto non dicono niente. Qualcuno ride. La maestra dice una cosa che lui non dimenticherà mai: Jackie Stewart, sei stupido. Dumb. Thick.

È solo un ragazzo di undici anni e non sa ancora perché le lettere gli scappano. Non lo saprà per altri trent’anni. Sa solo che ogni mattina, prima di entrare in classe, gli viene il mal di pancia. Se avete sofferto, in forma leggera o pesante, di dislessia, sapete cosa prova quel bambino.
Il ragazzo stupido di Dumbarton
Dumbarton è in Scozia, e siamo negli anni cinquanta. Un momento molto lontano da quello in cui ogni difficoltà di qualsiasi bambino deve essere affrontata, risolta, e se non ci si riesce il fallimento è tutto della scuola. Se riesci hai la sufficienza, se non riesci, sei un asino. Bocciato. Semplice e immediato. A dire il vero molto spesso anche giusto, ma non sempre. Jackie non è pigro ed è tutt’altro che stupido: è il figlio del benzinaio. Il suo fratello maggiore, Jimmy, è un piccolo campioncino della scuola, con tutto il peso e gli ammonimenti che questo può comportare a carico di Jackie, che invece proprio non ce la fa. Tutti pensano quello che pensa la maestre: è stupido. O se va bene un lazzarone. La sua famiglia non è per niente povera. Essere benzinaio nella Scozia degli anni ‘50 assicura un certo agio economico. Non quanto possedere un castello, ma ti piazza tra la gente che in paese ha qualcosa di suo, e guadagna. Eppure, anche se i soldi non sono un problema, non siamo ancora nel tempo in cui si va dal medico per capire perché un bambino non riesce a leggere. Si va a scuola, si impara, e se non impari ti becchi un votaccio e tanti saluti. Nessuno si chiede più di tanto perché Jackie continui ad accumularne. La risposta è ovvia: non studia abbastanza.

Lascia la scuola a quindici anni senza avere mai ottenuto nessun titolo e va a lavorare alla pompa di benzina del padre. Smonta motori e li rimonta meglio di chiunque altro. Nei motori non ci sono lettere da leggere, e lui comincia a sentire che quello è il suo mondo. Poi ci sono gli svaghi, come il campo di tiro al piattello. Lì è addirittura un campione. Quando allinea il mirino, il mondo si ferma. Non ci sono pagine, non c’è nessuno che aspetta che lui riesca a leggere da quella marea di ghirigori incomprensibili. C’è solo un piattello che vola e ci sono i centesimi di secondo e i millimetri che si devono mettere d’accordo perché i pallini arrivini contro il bersaglio, al punto giusto, nel momento giusto. È un magnetismo, una sincronia, che a Jackie esce naturale. In questo nessuno è bravo come lui: vince la prima gara, poi un’altra, diventa campione scozzese, rappresenta la Gran Bretagna. Non è più stupido, è il migliore. E ancora non sa che la ragione è la stessa. Quella capacità di leggere il movimento e anticiparlo senza il filtro delle parole, è una specie di superpotere. Il suo superpotere.
Centottantasette curve a memoria
Il salto alle corse arriva quasi per caso, come spesso accade alle cose che cambiano una vita. Seduto al volante, ritrova il feeling del piattello, ma moltipicato per mille. In più ci sono i motori che urlano, l’imprevisto, la reazione a tutto quello che succede, senza nessun preavviso, intorno. Il suo superpotere diventa un’arma quasi impossibile da battere,. Ma non è solo istinto. È anche dedizione: prima di ogni gara cammina il circuito da solo, curva per curva. Assorbe tutto, e permette all’istinto di fissare tutto in memoria, senza che lui debba mettere nulla sulla carta (cosa, del resto, di cui non sarebbe capace). Impara a fidarsi dei sensi e della sua memoria muscolare, l’unica lingua in cui non ha mai sbagliato un colpo. E i sensi, a differenza delle lettere, non gli mentono mai.

I tecnici hanno un nome per questo dono: lo chiamano mechanical sympathy. Si tratta della capacità di sentire la macchina come un prolungamento del corpo, di sapere tutto quello che succede dentro un motore, senza essere un ingegnere. Quando Jackie dice “la macchina fa questo”, i meccanici capiscono esattamente cosa intende, perché la macchina è lui. È un talento raro e nasce, senza che lui lo sappia ancora, dalla stessa testa che non riesce a tenere ferme le lettere. Nell’agosto 1973, al Nürburgring, in quello che i piloti chiamano l’Inferno Verde, Stewart compirà il suo capolavoro. Ventitré chilometri e mezzo, centottantasette curve, un circuito che Jackie conosce a memoria, che ha sotto la pelle, perché non ha altra scelta. Parte in pole, guida quattordici giri con la precisione di un laser, taglia il traguardo con un secondo e sei di vantaggio su François Cevert, il compagno di squadra. È la sua ventisettesima vittoria in Formula 1, l’ultima. Poche settimane dopo si ritira, campione del mondo per la terza volta. Oggi, se gli chiedete ancora di quel circuito, è ancora capace di elencare ogni curva, ogni marcia, ogni punto di frenata. Eppure, ancora oggi, non sa l’alfabeto oltre la P.
La mano tesa mentre stava annegando
La diagnosi, la radiografia del suo superpotere è arrivata solo nel 1980, quando Jackie aveva quarantuno anni e stava accompagnando il figlio Mark a fare un test. Un test è per la dislessia, per un bambino che a scuola combina poco e niente. Mentre i medici parlano del bambino, lui capisce che stanno parlando anche di lui — di quel bambino di undici anni, di cinquantaquattro compagni che aspettano. Gli sembra di sentire la maestra che dice dumb e thick. Racconterà Stewart che, improvvisamente, è come se qualcuno gli stesse tendendo una mano mentre sta annegando. È pieno di titoli, di riconoscimenti, ora sa anche di non essere stupido. È solo dislessico, come suo figlio.
Scopre anche che è ereditaria. E su questo si mette a lavorare con la stessa ostinazione con cui, un passo alla volta, ha imposto alla Formula 1 cinture di sicurezza, caschi integrali, le barriere ai bordi della pista, medico presente in circuito. Ha cambiato uno sport in cui i piloti morivano quasi ogni mese e nessuno sembrava trovarlo particolarmente strano. Lo deridevano, lo chiamavano rompiscatole. Lui insisteva e alla fine ha vinto lui. Molti dei suoi colleghi gli devono la vita, per gli incidenti che non ci sono stati. Sono vivi grazie a lui e non lo sapranno mai. La dislessia non è un deficit di intelligenza — questo ormai lo sappiamo tutti. Forse lo sappiamo anche troppo, tanto che in certi casi passa come dislessia anche qualcosa che la mia maestra avrebbe chiamato, prendendoci in pieno, lazzaronite. Ma quando la dislessia c’è davvero è solo un modo diverso di elaborare le informazioni scritte, che spesso convive con capacità visuo-spaziali fuori dal normale, con memoria visiva eccezionale, con una lettura amplificata del mondo fisico, che non passa dal cervello e dalla codifica in lettere e parole. Per Jackie Stewart la dislessia è stata un tormento, un’umiliazione, e anche un arma segreta: centottantasette curve testa, metro per metro, senza un appunto scritto. Per molti è stata ed è rimasta solo un tormento, ma Jackie Stewart ha avuto la fortuna di trovare il piattello, poi la macchina, poi Helen — la moglie che cronometrava i giri ai box, e gli leggeva quello che occorreva sapere. Questo è stato Jackie Stewart, un pilota che non sapeva leggere l’alfabeto, ma leggeva la macchina meglio di chiunque altro. Asino a scuola, laureato tre volte campione del mondo di uno sport dove la tua maestra è dietro ogni curva, e può fare qualcosa di molto peggio che bocciarti.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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