Pilota sanguigno, che ha sempre rischiato il tutto per tutto, Mansell aveva paura solo di una cosa: essere fregato dalla sua scuderia.
C’è stato un tempo in cui la Formula 1 non era ancora una gara tra robot. Quel tempo ha consegnato alla memoria molti simboli e molti re. Difficile fare una classifica che abbia un minimo di senso.

Ci sono stati geni del calcolo come Niki Lauda, oppure piloti tutti cuore, spericolati e avventurosi, capaci di infiammare i tifosi, forse un po’ meno di portare a casa il risultato.
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Uno che è stato capace di essere tutto insieme è il baffuto e geniale Nigel Mansell. Pilota di velocità mostruosa, che con i suoi sorpassi al limite dell’umano ha scritto pagine di Formula 1 forse ineguagliabili. Pilota che ha saputo accumulare vittorie di Gran Premio e pole position come pochissimi altri. Ma anche pilota difficilissimo nei rapporti umani e di squadra, completamente indifferente alla politica, alla tattica, talvolta alla logica e al buonsenso.
Un uomo che aveva rischiato tutto per cominciare a correre, e continuava a farlo al volante. Non amministrava le macchine: le spremeva finché vincevano oppure saltavano per aria nel tentativo di…
Un leone “zero tituli”
Per questo Mansell riuscì a percorrere quasi interamente la sua carriera di pilota di Formula 1 senza mai vincere un mondiale. Una bacheca di trofei e di gran premi ma. come avrebbe detto qualche anno dopo un noto allenatore, che di vittorie ne accumulò parecchie: “zero tituli”.
L’occasione per mettere riparo a questo buco del suo palmares, gliela diede l’arcinemico Prost, che nel 1990 dopo averlo raggiunto in Ferrari, lo invischiò nelle sue trame politiche e diplomatiche, riuscendo a strappargli la prima guida e anche il posto in squadra. Alla fine di una stagione tutta sull’orlo di una crisi di nervi, passata ancora una volta più a difendersi dalla sua squadra che dagli avversari, Mansell scende dal cavallino.
Nel 1991 Nigel Mansell aveva 38 anni. Era deluso, o per meglio dire era un leone inferocito. A Silverstone decise di chiudere per sempre con la Formula 1 e annunciò il ritiro. Un ritiro amaro, con Ayron Senna, e soprattutto i suoi arcinemici Prost e Piquet multicampioni del mondo, e lui a zero.
Ma a salvarlo da un destino ancora prematuro di pipa e pantofole, ci pensò il suo mentore Frank Williams. Alla Williams, Mansell era diventato Mansell, e la Williams presto gli avrebbe consegnato l’alloro mondiale che ancora gli mancava.
1992, l’anno magico di Mansell
Dopo gli scontri con Prost e Piquet (quest’ultimo costato un titolo mondiale sia a lui che alla scuderia di Frank Williams), Mansell decide di mettere le cose in chiaro: vuole un ruolo da primo pilota, senza se e senza ma.

Niente più politica, trucchi, giochetti e sospetti. La prima guida è lui, Riccardo Patrese, suo compagno di scuderia, può solo accompagnare. In più la Williams FW14B si dimostra un autentico mostro: una macchina imbattibile sia per il nuovo dieci cilindri Renault (lo zuccherino con cui Frank Williams lo convince al ritorno), sia per l’innovazione delle sospensioni attive, che daranno alla macchina una superiorità indiscutibile su tutti i terreni.
La macchina è spettacolare, Mansell specialista delle pole, infligge distacchi umilianti per tutto il campionato anche a gente di un certo talento, come Ayrton Senna. Ma il distacco reale si vede rispetto al suo compagno di squadra Riccardo Patrese, che guida la stessa macchina beccandosi distacchi che in Formula 1 sono abissali. A un cronista che lo punzecchia per questo, Patrese risponderà piccato, ma in modo del tutto realistico.
Provaci tu a stare a quattro decimi da Nigel in qualifica!
Riccardo Patrese
Non c’è storia. La macchina è un siluro, ma la trance agonistica di Mansell, la sua feroce voglia di vincere la spingono oltre i limiti dell’umano.
Il Leone si mangia anche Patrese
Nulla oscura il ruolo di Mansell, ma la sua paranoia non si placa per questo. Frank Williams che lo conosce bene l’ha già definito “a pain in the arse” proprio per la sua ossessione di essere fregato, aggirato, di vedere il proprio compagno guadagnare i favori dei meccanici.
Non ne ha nessun motivo, ma mette Patrese nel mirino e comincia a bersagliarlo con i suoi giochetti “psicologici”. Patrese è un fanatico del fitness e dell’alimentazione. Cerca di guadagnare millesimi di secondo preziosi sudando in palestra e soffrendo a tavola. Mansell beve birra e mangia hamburger, chiede supplementi di ketchup. Finge indifferenza alla bilancia, mentre di nascosto lotta con i suoi meccanici rimuovendo rivestimenti dall’abitacolo, dal casco, dalle scarpe, grammo dopo grammo. Si disidrata prima delle corse, come un pugile al peso.
Ma fa ancora di peggio. Durante le riunioni tecniche della squadra sparge false informazioni su problemi immaginari della macchina, che spingono i meccanici di Patrese fuori strada. E mentre loro sregolano la macchina di Patrese su indicazione di Mansell, Mansell si riunisce in segreto con i suoi meccanici e il capo ingegnere David Brown, mettendo a punto la sua.
Fa alterare le posizioni dei comandi dell’altezza della macchina, per nascondere i piccoli segreti che gli consentono di ottenere spettacolari vantaggi di andatura. Diventano così scomodi che le dita sfregano contro la plancia. Sia lui che Patrese termineranno più di una corsa con le nocche sanguinanti, per questo motivo.
Si è sentito fregato troppe volte. Questa volta deve essere lui a fregare gli altri, e a farne le spese sarà il compagno di squadra più corretto e pulito che abbia mai avuto.
Un comportamento che esaspera tutta la squadra, e Frank Williams in particolare. Conclusa una stagione trionfale, il leone finisce licenziato piuttosto bruscamente e malamente alle prime gare dell’ano dopo. Williams assume Prost al suo posto e riferisce a Mansell che può restare, ma a una paga che si dimezza ogni 24 ore, finché deciderà di accettare. Pochi si sorprenderanno che Mansell mandi tutti a quel paese.
“Mi ritiro”, anzi no
Mansell si ritira ancora una volta. Ma per poco. Dopo poche settimane decide che è meglio continuare a vincere, ma questa volta in Formula Indy. A testimonianza del suo talento cristallino di pilota resta uno dei suoi numerosi primati: la vittoria all’esordio nella formula americana, in coppia con un altro senatore dal piede veloce: Mario Andretti. Nessuno ci era più riuscito dopo Graham Hill.
Il 39enne debuttante Mansell stupisce subito tutti, guadagna il riconoscimento della critica con il premio di Rookie of the Year e alla fine della stagione si aggiudica il titolo. Al primo campionato. Un esordio fulminante che è il contrario della sua sofferta ascesa ai vertici della Formula 1.
Molti hanno criticato Mansell per la sua mancanza di assennatezza. Eppure questo pilota tanto amato quanto detestato (noi ovviamente siamo tra quelli che lo amano), ha un record di vittorie impressionante, che pochi piloti della storia possono sognare: 31 gran premi vinti, 32 pole position, 59 podi, un titolo mondiale.
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Forse un po’ più di sangue freddo avrebbe potuto regalargli qualche titolo mondiale in più. Ma ci avrebbe tolto Nigel Mansell, e sarebbe stato un gran peccato.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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