Ci sono auto che hanno lasciato il segno nella storia del crimine. Una è la 132 blu della banda Vallanzasca: un viaggio di sangue al casello di Dalmine
Il 6 febbraio 1977 è un giorno come tanti, in mesi e anni che stanno insanguinando l’Italia e hanno reso Milano, forse per la prima volta nella sua storia, una bolgia violenta di rapine, di sparatorie, di rapimenti, di violenza politica e criminale, a volte alleate, a volte in lotta.

Sono 150 omicidi l’anno, solo in città, in quello scorcio di anni ‘70. Solo nel 1977 avverranno 34 sequestri di persona. Si spara, si rapina, si rapisce dappertutto.
Nei supermercati (il primo arresto di Vallanzasca è del 1972, per una rapina all’Esselunga di Viale Monterosa), nei ristoranti, per le strade, nelle banche. Persino all’esattoria di Piazza Vetra,, teatro di un sanguinoso assedio in stile Baghdad, nel 1976.
Una 132 blu che corre senza un senso
A Milano e dintorni tutti hanno i nervi a fior di pelle. I banditi, ovviamente. I terroristi, le forze dell’ordine, nelle loro numerose fazioni non sempre animate da perfetta armonia di intenti. Dirigenti e industriali, che viaggiano armati e circondati da guardie del corpo, o si rinchiudono in piccole fortezze, pronti a subire l’assalto di bande criminali, talvolta politiche.

È in questo clima, dove tutti hanno il dito sul grilletto e sono pronti a fare fuoco alla minima minaccia, che entra in scena di botto, quasi senza senso una Fiat 132 blu.
È una macchina grande e veloce, almeno per i suoi tempi. Ma non è una macchina da banditi, almeno generalmente. È un macchinone di famiglia, che vi abbiamo raccontato in questo articolo. Un punto di arrivo per piccoli borghesi pacati, che vogliono sentirsi arrivati, ma senza troppi brividi.
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Quella 132, probabilmente rubata, schizza fuori da Milano come un proiettile e si getta sulla Milano-Venezia, in direzione Bergamo-Brescia. Procede a velocità folle, zigzagando e superando tutti a destra, a sinistra e al centro. Sono le 10 di mattina quando in quei primi chilometri di A4 quel missile blu con tre uomini a bordo attira l’attenzione della Stradale. Nessuno la inseguiva prima. La caccia comincia adesso.
La polizia non vuole cominciare un duello dai risultati incerti in mezzo all’autostrada, sarebbe un rischio mostruoso. La 132 viene seguita a distanza nella sua folle corsa, si decide di attenderla appena metterà le gomme fuori dall’autostrada, al casello di uscita. Un posto di blocco a macchina quasi ferma. È tatticamente la scelta più saggia.
La 132 imbocca il nastro d’uscita a Dalmine, la porta di accesso alla bergamasca industriale. Ad attenderla ci sono due pattuglie. Una è composta dal brigadiere Luigi d’Andrea di anni 32 e dalla guardia Renato Barborini, anni 27.
Il comandante della pattuglia è il brigadiere, ed è lui che si avvicina, sapendo di avere a che fare con gente pericolosa. Imbraccia il suo corto mitra di ordinanza e chiede i documenti al guidatore. E’ l’inizio di una partita a scacchi mortale.
L’uomo alla guida sostiene di avere la patente nella tasca dei pantaloni, per prenderla deve uscire dalla macchina. Ottiene il permesso. Si fruga in tasca, ma invece della patente trova un libretto degli assegni e lo sventola al poliziotto provocatoriamente. Le cose non stanno andando per il verso giusto. D’Andrea non si scompone. Intima all’uomo di posare il libretto e di tirare fuori la patente. La ottiene, indietreggia verso la sua Alfa Romeo di servizio, per controllare i documenti. A quel punto i banditi si sentono persi, e cominciano a sparare. Un inferno di fuoco, mentre anche la seconda pattuglia che attendeva a distanza innesta la retromarcia e si precipita sul luogo della battaglia.
Resteranno uccisi sia d’Andrea che Barborini, insieme ad uno dei passeggeri della 132, Antonio Furiato, banda Vallanzasca.
Gli altri sono feriti, ma nel trambusto riescono a scappare. Attaccano una Fiat 128 ferma lì vicino, in corsia d’emergenza. C’è dentro una famiglia con tre bambini, che resta sull’autostrada ad assistere alla fuga dei due uomini sanguinanti, sulla Fiat bianca, che era stata loro.
Sono pochi minuti di sangue, che segnano la fine della fase più sanguinosa dell’attività di Vallanzasca. La banda braccata viene catturata sull’autostrada del sole, mentre fugge verso sud su una Land Rover.
Il bel René non c’è. Ha già raggiunto Roma, dove la caccia si conclude. Lo trovano in un appartamento, zoppicante, che si trascina sulle stampelle, sofferente, meno bello del solito. Nella sparatoria di Dalmine un proiettile l’ha colpito al gluteo.
È il suo secondo arresto, e non sarà l’ultimo. Ma da allora la sua carriera criminale proseguirà principalmente in carcere, benché lo aspettino altre due evasioni.

La stella oscura della banda si è spenta su quella 132 blu. Ha raccontato Vallanzasca che quella 132 carica di banditi era diretta verso un nuovo crimine: il rapimento dell’industriale Carlo Pesenti, il deus ex machina di Italcementi. Proiettili, sangue e cemento, quasi un’istantanea di quell’Italia di fine anni ‘70.
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Ma perché Vallanzasca correva così su quella 132? Perché non scivolava nel traffico, cercando di farsi notare il meno possibile? Ci sarebbe stato tempo per premere l’acceleratore, dopo, per scappare con una preda miliardaria nel baule.
Perché su quella 132 c’era Renato Vallanzasca. Uno che voleva mostrare al mondo che le regole le faceva lui. Aveva cominciato a correre sui carelòt.
Non era disposto a rallentare, nemmeno a mezz’ora dal rapimento del secolo.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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