In undici giorni Bilancia passa dal “regolamento di conti” al ritmo da serial killer
Abbiamo lasciato Donato Bilancia deciso ad uccidere coloro che credeva amici e che invece avevano pensato bene di farlo fesso.

La sua furia era scattata. Da lì a poco avrebbe compreso che uccidere gli piaceva.
I primi omicidi
Aveva 46 anni Donato Bilancia nel 1997 quando commise il suo primo omicidio. Aveva scoperto per caso di essere stato truffato sistematicamente da Giorgio Centanaro, proprietario di una bisca, e dall’amico Maurizio Parenti. Nella notte del 16 ottobre 1997, dopo tre notti di appostamenti, Bilancia entrò in casa di Centanaro a Genova, lo fece spogliare e lo soffocò con del nastro adesivo. Rimosse il nastro prima di andarsene. Quando fu scoperto il cadavere non c’erano segni evidenti di violenza, non c’erano tracce di colluttazione. Il delitto venne archiviato come morte per cause naturali senza ulteriori spiegazioni. Bilancia si accusò dell’omicidio mesi dopo.

Otto giorni dopo, toccò a Maurizio Parenti e alla moglie Carla Scotto. Bilancia si fece invitare in casa. Voleva mostrargli orologi da collezione, disse. Una volta dentro, pistola alla mano, gli fece svuotare la cassaforte per simulare una rapina, poi freddò entrambi: un colpo alla testa per lui, due al petto per lei. Portò via poco più di tredici milioni di lire e diversi orologi di valore. Dopo l’omicidio Bilancia, secondo quanto riferisce Stefano Nazzi nel suo libro, salì sul loro letto e si mise a ballare, immaginando una musica nella sua testa, come se fosse al centro di una discoteca. “Quel giorno scoprii che amavo anche uccidere”, dirà poi.
Cominciò a stringere i tempi. Tre giorni dopo, si presentò vestito da postino ai coniugi orefici Bruno Solari e Maria Luigia Pitto in via Monticelli. Bilancia bussò alla loro porta con un banale “c’è da firmare”. Tirò fuori la pistola. “Signora non urli, se no qua succede un disastro”, disse, ma i due tentarono di reagire. Uccise entrambi, risparmiando solo la governante che si rifugiò sul balcone. Se ne andò senza portar via nulla, ma con la consapevolezza che “qualcosa dentro di lui era scattato”. In soli undici giorni, dal 16 al 27 ottobre, Bilancia aveva ucciso cinque persone. Un inizio col botto.
Le rapine nel sangue
Il 13 novembre 1997 Bilancia colpì per la prima volta lontano dalla sua comfort zone. Aveva bisogno di soldi. Si spostò a Ventimiglia. Uccise il cambiavalute Luciano Marro nel suo ufficio, intorno all’ora di chiusura. Lo colpì con tre colpi di pistola calibro .38 portando via circa 45 milioni di lire in contanti. Bilancia aveva studiato le abitudini della vittima e il luogo. Per questo delitto usò per la prima volta una Mercedes 190 nera, acquistata poco prima per 5 milioni. Una macchina che sarebbe tornata nelle sue imprese. Dopo due mesi di apparente quiete, tornò a uccidere.

Il metronotte Giangiorgio Canu fu freddato nell’ascensore di un palazzo in via Armellini a Genova, durante il suo giro di controllo notturno. Bilancia si era fatto fare una copia della chiave del portone, si era appostato fuori e, quando l’ascensore si aprì al piano terra, il vigilante si trovò davanti il serial killer armato. Lo uccise semplicemente perché “non gli piacevano i metronotte”.
L’arma e il modus operandi
In tutti i suoi delitti Bilancia utilizzò la stessa arma: una Smith & Wesson calibro .38 Special a tamburo, acquistata da un giocatore rimasto a secco al casinò di Sanremo. Le munizioni erano non erano comuni. Si trattava di cartucce finlandesi Lapua Patria, di tipo wadcutter (usate nel tiro a segno), fuori commercio da 15 anni. La polvere da sparo aveva una percentuale di silicio diversa da tutte le altre, costituendo di fatto una firma. Il comandante dei RIS Luciano Garofano sottolineò che era impossibile che due persone diverse avessero sparato con quelle munizioni.

Bilancia faceva inginocchiare le vittime, per non dar loro scampo. Sparava solo i colpi necessari. Copriva i volti delle vittime prima di sparare. “Mi dà fastidio il sangue”, dichiarò con agghiacciante freddezza. Non tentava mai di nascondere i cadaveri.
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Rimase fermo fino a marzo 1998. Poi la scia di sangue riprese con intensità ancora maggiore. Bilancia cambiò obiettivi, iniziò a “punire” le prostitute. Il 9 marzo fece salire in auto l’albanese Stela Truya a Genova, si appartò con lei in una spiaggetta tra Cogoleto e Varazze, la fece inginocchiare, le coprì il volto e le sparò in testa. Il corpo fu trovato completamente nudo tra due gallerie della ferrovia in disuso. Di lei disse agli inquirenti, che “adorava vederla passeggiare svestita” prima di spararle. Dopo una settimana, uccise la prostituta ucraina Ljudmyla Zubskova. Stesso rituale. Il 20 rapinò e ammazzò il cambiavalute Enzo Gorni a Ventimiglia. Il 29 marzo a Cogoleto toccò ad un’altra prostituta, questa volta nigeriana, Tessy Adodo. Tre colpi alla testa anche per lei.
L’errore decisivo
Ma a marzo commise anche l’errore che avrebbe portato alla sua cattura. Si appartò con la prostituta transessuale venezuelana Lorena Castro in una villa isolata a Novi Ligure, dopo averne forzato il cancello. La ragazza intuì le sue intenzioni quando scorse il calcio di una pistola. Tentò di fuggire, nacque una colluttazione. Arrivarono due metronotte in servizio, Candido Randò e Massimiliano Gualillo, che si diressero verso lo spiazzo. Bilancia scese dall’auto (la mercedes nera) e con molta calma provò a spiegare l’accaduto, era “solo una lite fra innamorati”.

Lorena urlò ai vigilanti di stare attenti, ma Bilancia sparò ad entrambi, freddandoli. Poi raggiunse Lorena che cercava di scappare. La ragazza, fu raggiunta all’addome e a una mano. Si finse morta. Riuscì a chiamare i soccorsi e soprattutto a fornire agli inquirenti un identikit preciso e dettagliato dell’assassino. Sentendosi ormai braccato, Bilancia cambiò strategia e tipologia di vittime. Il 12 aprile 1998 salì sull’Intercity La Spezia-Venezia “perché voleva uccidere una donna”. L’obiettivo lo individuò in una giovane infermiera dell’Istituto Nazionale dei Tumori, Elisabetta Zoppetti. La ragazza viaggiava da sola, tornava a Milano dopo una breve vacanza. Lui la seguì fino al bagno. Quando fu certo che la ragazza era dentro, aprì la porta con una chiave falsa (skeleton key), le mise la giacca sulla testa e le sparò. Le prese anche il biglietto del treno che spuntava dalla borsa, perché lui “aveva preso il treno così, senza meta”. Poi toccò alla prostituta macedone Kristina Valla. Ebbe con lei un rapporto sessuale e poi la uccise. Il 18 aprile tornò a colpire su un treno, sulla tratta Genova-Ventimiglia. Seguì la babysitter Maria Angela Rubino nel bagno le sparò. Dopo il delitto si masturbò sul suo cadavere, poi scese dal treno a Bordighera.
Il 21 aprile 1998, l’ultimo omicidio. In un’area di servizio sull’A10 ad Arma di Taggia, Bilancia rapinò e uccise il benzinaio Giuseppe Mileto con cinque colpi di pistola. Rubò due milioni di lire per saldare il conto in una pizzeria a Sanremo. Cristina Bono, testimone oculare, lo identificò in aula nel 1999 con queste parole: “L’uomo aveva la barba incolta, i capelli brizzolati, uno sguardo vitreo e fermo; mi guardava e io non riuscivo a staccare gli occhi da lui”. Un serial killer prolifico, ma atipico. Vittime eterogenee così come i moventi: vendetta, rapina, disprezzo, piacere, necessità di confondere gli inquirenti. Come scrissero i periti psichiatrici, “Donato Bilancia rapina per rapinare, uccide per uccidere. Lo fa per il gusto di farlo, perché è facile”. (continua)
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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