Nella scelta tra BMW e ZAZ James Bond capì che il vero nemico non era Alec Trevelyan, ma i tempi che erano cambiati
L’attesa per la scelta del nuovo Jimmy Bond si prolunga e a noi, orfani della spia con licenza di uccidere, non resta che riguardare i vecchi film.Tra i Bond più recenti (si fa per dire), uno dei miei preferiti è Pierce Brosnan.

Elegante e ironico, il suo 007 mi risulta congeniale, non piegato alla necessità di essere una sorta di action hero, come sarebbe successo con il monoespressivo Daniel Craig.
Goldeneye, un nuovo capitolo della saga…
Il film rappresenta l’esordio dell’attore irlandese nei panni ben stirati di James Bond, facendo seguito ai soli due film che avevano visto come interprete Timothy Dalton. Ma non fu il solo esordio della pellicola.
L’arrivo di Judi Dench nei panni di M rappresentò una rivoluzione narrativa nella saga. Nel film M si confronta con Bond sul suo essere anacronistico. Memorabile il dialogo in cui gli dice che è “un sessista, misogino dinosauro, un relitto della Guerra Fredda”. Conclude il suo breve discorsetto dicendo al piacione Bond che non avrà nessuno scrupolo a mandarlo a morire. Le sue esatte parole sono: “If you think for one moment I don’t have the balls to send a man out to die, your instincts are dead wrong. I have no compunction about sending you to your death. But I won’t do it on a whim. Even with your cavalier attitude towards life” Trent’anni fa avevano già risolto il conflitto sul politicamente corretto con un inserto metatestuale senza dover stravolgere il personaggio, facendolo diventare donna, o fluido, o frate trappista, appartenente ad una minoranza etnica, tradendo completamente l’intento del suo creatore, Ian Fleming. C’era anche un aggancio con la realtà. Nel novembre 1992, Stella Rimington divenne il primo direttore donna della MI5, carica che mantenne fino al 1996. Questo significa che quando Judi Dench fu scelta per GoldenEye, il controspionaggio inglese era effettivamente guidato da una donna. La produzione del film aveva un forte imperativo di aggiornamento e contemporaneità: non aveva senso far interpretare il ruolo del capo dei servizi segreti a un uomo quando in quel momento il direttore reale era una donna.
…e nuove automobili
Il film poteva contare su una nuova generazione di effetti speciali e su una nuova automobile, oltre alla ormai mitica Aston Martin DB5.
In questo episodio della saga James Bond guida per la prima volta una BMW. Si tratta della BMW Z3 Roadster del 1996, una decappottabile sportiva di colore Atlanta Blue (azzurro) con interni beige. L’auto gli viene consegnata, as usual, da Q con la solita presentazione ricca di gadget: “radar su tutti i punti, sistema di autodistruzione e, naturalmente, tutti i soliti ritocchi. Dietro i fari, missili Stinger!”. Tuttavia, Bond la guida solo brevemente nelle sequenze ambientate a Cuba. I gadget elettronici non vengono mai utilizzati nel film, rendendola una delle auto più sottoutilizzate della saga. Ma se l’auto non brillò per performance sullo schermo, fu invece un colpaccio dal punto di vista del marketing. La partnership tra BMW e EON Productions rappresentò un caso di studio leggendario nel product placement cinematografico. BMW non pagò neanche una sterlina per inserire l’auto nel film in quanto le aziende stipularono un accordo di “cross-promotion”: BMW si impegnò a promuovere il film GoldenEye nelle proprie campagne pubblicitarie, mentre EON inserì l’auto nel film. Il successo fu straordinario. La Z3 fu annunciata ufficialmente tre mesi prima dell’inizio della produzione e prima ancora dell’uscita del film furono preordinate 15.000 Z3. L’intera produzione del primo anno fu venduta prima ancora che l’auto entrasse ufficialmente in commercio. Personalmente, mi fa sorridere pensare che quella stessa, sportivissima auto, è diventata la protagonista a quattro ruote della saga di gialli scritti da Francesco Recami e ambientata a Milano in una casa di ringhiera. L’auto, in quel contesto milanese, non è più di proprietà del controspionaggio inglese, ma di Luis De Angelis, ottantreenne ex tassista ormai in pensione, che la tiene come sfizio, attento a non farle neanche un graffio.
La vettura che, però, preferisco in quel film è quella con cui l’agente della CIA, Jack Wade (interpretato da Joe Don Baker) accoglie la nostra spia all’aeroporto di San Pietroburgo. Si tratta una utilitaria azzurra che si rivela essere una ZAZ-965A Zaporozhets del 1963, soprannominata affettuosamente “Jalta”. La ZAZ-965A era una compatta sovietica prodotta dalla ZAZ (Zaporozhsky Avtomobilny Zavod) tra il 1962 e il 1969. Era lunga 3.330 mm, larga 1.395 mm, alta 1.450 mm per 650 kg di peso. L’auto aveva un motore V4 a 90 gradi raffreddato ad aria, una cilindrata di 887 cm³ per una potenza erogata di 27 CV a 4.000 giri/min, cambio manuale a 4 marce e trazione posteriore. La piccola sovietica fu concepita alla fine degli anni ’50 come l’”auto del popolo”, liberamente ispirata alla Fiat 600 italiana. L’ordine di prendere spunto dall’utilitaria italiana venne direttamente dal Ministero dei Trasporti del governo sovietico. Il 18 luglio 1960, il segretario del Partito Comunista Nikita Chruščëv provò personalmente la vettura e la approvò, definendola “un ottimo regalo per i lavoratori”, ordinando che fosse venduta a un prezzo accessibile di 1.800 rubli. Si guadagnò numerosi soprannomi tra i quali: “Il Gobbo” (Gorbatyi) per la sua caratteristica forma bombata, “Cosacca del Dnieper” e “Ladybird”.
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Tra i pochi plus della vettura c’era la facilità di riparazione, la semplicità del motore permetteva a ogni guidatore con un minimo di competenza di metterci mano. Era molto affidabile in fuoristrada grazie al fondo piatto, alle sospensioni indipendenti e alla distribuzione del peso. La scelta della ZAZ per il Goldeneye non fu casuale. L’auto serviva a caratterizzare il personaggio di Jack Wade come un agente CIA pratico e adattabile, capace di integrarsi nell’ambiente russo post-sovietico degli anni ’90. Il contrasto comico tra le aspettative di Bond (che inizialmente vede Wade appoggiato a una Mercedes) e la realtà della minuscola utilitaria azzurra rappresenta perfettamente il passaggio dall’era della Guerra Fredda a quella post-1991.Sebbene ne siano stati prodotti circa 322.116 esemplari, oggi, trovare un esemplare originale è estremamente raro anche in Europa orientale. Quella del film invece è sparita, non se ne sa più nulla. Un vero segreto del controspionaggio inglese.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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