Un’operazione spionistica da manuale dei tempi d’oro della Guerra Fredda. Astuzia, doppi agenti, documenti segreti che passano di mano. Tanti soldi. Una delle più grosse stangate mai subite dal mitico KGB nasce al sole, su una nave da crociera.
Per noi boomer, cresciuti nel mondo diviso in due dalla Guerra Fredda, con una bella Cortina di Ferro nel mezzo, le cose non sono più state le stesse dopo il 1989. Niente più macchine da scrivere tarate, gatti spia (o presunti tali per le strade di Mosca). Niente più scambi di accendini al Checkpoint Charlie, il punto di snodo tra le due germanie.

Forse, dalla fine della guerra fredda, hanno perfino guadagnato certi generi, come l’action movie sparatutto, altrettanto buono sia che si debba sterminare una collina di nordvietnamite che fermare a colpi di mitraglia il traffico di missili nucleari verso l’Asia Centrale infestata dal fondamentalismo musulmano.
Non hanno sofferto Rambo ed altri eroi, passati agilmente da un plot all’altro. Ma il genere spionistico dopo qualche tentativo, a nostro avviso abbastanza infruttuoso, dopo gli sforzi di pezzi grossi come John LeCarré, ha dovuto infine gettare la spugna. E questo per varie ragioni, di cui la principale è che le grandi storie di spie sono partite a scacchi tra avversari che per quanto ostili, giocano a uno stesso gioco, secondo le stesse regole. Giocano entrambi a scacchi, per cosi dire. Ammirarne gli scambi è possibile se entrambi appartengono alla stessa cultura, spingono i loro pezzi con un disegno opposto ma interscambiabile. Il romanzo spionistico deraglia se uno dei due gioca a scacchi, mentre nessuno capisce quale sia il gioco dell’altro, cosa consideri vittoria e cosa sconfitta. Persino LeCarré si è alla fine dovuto arrendere: nessuno scontro con le nebbie del fondamentalismo islamico potrà mai competere con il buon, vecchio, braccio di ferro tra intelligence occidentale e KGB.
La stangata che non diventò mai film
Molti film sono stati realizzati a partire da storie di spionaggio immaginarie, e pure piuttosto improbabili. Ma ne esiste una che è riuscita a essere talmente cinematografica di suo da non finire mai su uno schermo, un caso più unico che raro. Ma non per questo meno interessante e documentato.

Un ufficiale della Marina americana che un giorno decise di fingersi traditore e finì per attirare nella sua rete due importanti agenti sovietici, facendo cadere tutti i suoi metodi e, last but not least per lo spionaggio “capitalista” facendo guadagnare all’FBI anche un sacco di soldi, sottratti ai nemici.
Tutto comincia in una calda giornata d’agosto del 1977, quando Il tenente Art Lindberg sale sulla nave da crociera sovietica Kazakhstan (nome meno romantico di Love Boat, ma anche nelle spy story non si può avere tutto). Lindberg si mescola ai turisti. Si gode l’ospitalità e l’abbondanza di quel mondo ingenuamente opulento, spumanti del Caucaso, storione, caviale in abbondanza. Un tranquillo ufficiale in pensione, che spende e spande a profusione.
Attira sicuramente l’attenzione del personale di bordo del vascello socialista. Ma nessuno può ancora immaginare che quell’ufficiale dal piglio militare e dalla carriera fino a quel momento impeccabile stia per dare inizio a una delle operazioni di controspionaggio più brillanti della Guerra Fredda.
È un’esca perfetta: un americano con forte connessione nel mondo militare, deluso, forse un po’ strambo, e decisamente incline ai piaceri della vita. È la somma di forze e debolezze che il KGB cerca costantemente di individuare, sedurre poco a poco, e infine trascinare nella sua rete fino al momento in cui non c’è più ritorno possibile. Un gioco a rimpiattino che continua da decenni, ma stavolta la preda sarà il KGB.
La preda è il KGB
Prima di sbarcare a New York, Lindberg lascia un biglietto agli ufficiali “civili” sovietici. Poche righe ma molto dirette, alla maniera americana, che lascia sempre i sovietici un po’ spiazzati: offre, senza giri di parole, informazioni riservate in cambio di denaro. Dagli ufficiali perplessi della Kazakhstan il biglietto passa presumibilmente al commissario politico o al rezident KGB della nave. Viene girato in mani perplesse. L’offerta è quasi troppo bella per essere vera.

Dopo aver effettuato le sue verifiche, dopo aver studiato i dossier di Lindberg, e non averci trovato assolutamente nulla di sospetto, nessun tentativo nemmeno maldestro di copertura, nessun attivismo in gruppi di sinistra, pacifisti, il KGB decide che Lindberg è troppo mal preparato per essere un’esca. Deve essere assolutamente genuino. Ed è così che l’esca viene inghiottita, con filo, canna e mulinello.
Gli incontri iniziarono quasi subito. In caffè affollati, parchi pubblici, angoli di strada. Le spie sovietiche si muovevano secondo schemi precisi, metodici. Ogni volta fornivano a Lindberg istruzioni dettagliate: quali informazioni raccogliere, dove lasciare i documenti, come ricevere i pagamenti. Non sanno che ogni loro mossa viene registrata, studiata, analizzata dall’FBI.
I sovietici hanno da tempo sviluppato un sistema ingegnoso per gli scambi. Un sistema che è la prima e la principale “preda di guerra” degli agenti del controspionaggio americano.- Pacchetti di sigarette vuoti, cartoni di succo d’arancia, portachiavi magnetici nascondevano messaggi e denaro. Li chiamavano “dead drops”, punti morti: luoghi dove fonte e agente non si incontravano mai direttamente.
Pacchetti e cartoni che cadono in punti morti. Ma sempre gli stessi, quelli che lo spionaggio sovietico ha messo anni a organizzare. Una coreografia dello spionaggio che l’FBI impara a memoria, trasformandola in una risorsa impagabile.
Il KGB spremuto
Il KGB inizia a pagare. Generosamente, perché Lindberg per non creare sospetti si dimostra subito uno spione avidissimo. Il primo versamento arriva dopo due settimane: duemila dollari per un manuale tecnico che, in realtà, era disponibile al pubblico in tutte le migliori librerie. Ma le spie sovietiche non lo sapevano. Vedevano solo documenti ben confezionati, timbri “riservato”, fogli che sembravano strappati da archivi segreti. Ed erano sicuri di avere messo le mani su una fonte di informazioni segretissime e di valore assoluto.

Gli americani ci prendevano gusto e davano fondo a vecchi progetti, manuali di nessuna importanza. I pagamenti aumentarono. Tremila dollari per vecchi rapporti sulla manutenzione delle navi. Quattromila per procedure di comunicazione standard, banalità militari da marmittoni, come si risponde, come si apre e si chiude una conversazione, come si trasmette un fonogramma. Siamo ormai in piena commedia.
I sovietici pagano a questo punto cinquemila dollari per informazioni su radar commerciali, in libera vendita. In otto mesi il totale raggiunse i sedicimila dollari – una piccola fortuna per l’epoca.
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Siamo a metà degli anni ‘70 e sedicimila dollari sono un ottimo bottino anche economico per l’FBI. E tutto per documenti che, con un po’ di pazienza, chiunque avrebbe potuto trovare in una buona biblioteca specializzata. Cose da robivecchi pagate a prezzo da spionaggio internazionale
La rete si chiude
Il 20 maggio 1978, in un parco di New York, scatta la trappola finale. Valdik Enger e Rudolf Chernyayev, due dipendenti del Segretariato ONU (la buona vecchia ONU, i cui traffici discutibili non sono certo nati oggi), stanno recuperando l’ennesimo pacchetto di vecchi manuali gentilmente forniti da Lindberg quando gli agenti dell’FBI li circondano. Un terzo agente, Vladimir Zinyakin, non si può catturare, è un diplomatico e in questi casi le regole sono ferree: gli americani sono costretti a lasciarlo andare. Ma il danno alla rete sovietica è incalcolabile
Il processo alle spie parte per direttissima e procede veloce. Le prove sono schiaccianti, inattaccabili. Cinquant’anni di carcere ciascuno: una sentenza storica. Per la prima volta due funzionari sovietici vengono condannati per spionaggio negli Stati Uniti. A Mosca, la stampa di regime dà fuoco alle polveri parla di menzogne, provocazione americana. Ma tutti sanno di essere stati truffati nel modo più ridicolo: nei corridoi del KGB il colpo è durissimo.
L’FBI ha ottenuto molto più del previsto. Non solo aveva smascherato due spie importanti. Non solo ha studiato e reso totalmente inutilizzabili in futuro tutti i metodi operativi sovietici, memorizzato procedure, catalogato tecniche di contatto e pagamento. Non solo ha raccolto un tesoro di informazioni che influenzerà il controspionaggio americano per anni. Ma l’ha fatto a spese anche economiche dei sovietici che si trovano, come si dice sulla Moscova “cornuti e mazziati”
L’operazione Lemon Aid funzionò ancora meglio di quanto chiunque avrebbe potuto spera. Come quando si prepara una limonata, l’FBI aveva spremuto il limone fino all’ultima goccia: informazioni preziose e un bel gruzzolo di rubli convertiti in dollari. Nel grande gioco dello spionaggio, questa volta aveva vinto un cocktail molto yankee di pazienza e sfacciataggine.. La capacità di costruire una trappola perfetta e aspettare che il nemico ci cadesse dentro da solo.
Era una lezione che Mosca conosceva benissimo, e che anzi aveva per decenni insegnato al mondo. Le spie più pericolose non sono quelle che tradiscono il proprio paese, ma quelle che fingono di farlo.
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Per ricordarlo allo spionaggio più sofisticato del mondo, c’era voluto un rozzo sempliciotto, che sembrava uscito da una puntata di Happy Days, affamato di caviale e di dollari.
Le cose erano finite in modo un po’ diverso, e chissà quanto doloroso per i responsabili dell’operazione di spionaggio più disgraziata degli anni ‘70.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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