La Guerra Fredda è un periodo fitto di misteri, solo in parte chiariti. Uno dei più intriganti è quello delle macchine da scrivere che un giorno a Mosca cominciarono a parlare.
Per alcuni la Guerra Fredda è poco più di uno sfondo, per spy stories di un’epoca ormai lontana e quasi dimenticata. Per alcuni di noi, invece, è stato il mondo in cui siamo cresciuti tra intrighi, misteri, rischi nucleari.

Un momento della storia che a un certo punto credevamo fosse finita. Ma che è tornata improvvisamente, senza farsi annunciare.
Dagli archivi di quella avventura escono storie ai confini dell’incredibile. Il tempo dei trojan, dei virus, delle intrusioni online era ancora lontano, perché internet non esisteva ancora. Per intercettare i piani e le comunicazioni del nemico occorreva del genio.
Mosca, 1983
Tutto comincia nel 1983, all’inizio dei meravigliosi anni ‘80, nei quali molti di noi si occupavano di passare danzanti sabato sera o scanalavano con i primi ingombranti telecomandi, tra una puntata del Tenente Colombo, una di Baretta o forse una Casa nella Prateria. Ben meno idilliaco era il mondo che si muoveva sullo sfondo, tra guerra in Afghanistan e un confronto tra Est e Ovest che stava per arrivare alle sue estreme (ma per fortuna non troppo) conseguenze.

In quello stiloso, ma per altri aspetti drammatico 1983 un disertore dei servizi sovietici rivelò al controspionaggio francese, il temuto DGSE, che l’ambasciata francese di Mosca era da tempo giardino di caccia dell’intelligence sovietica, che l’aveva riempita di microfoni e ascoltava ogni parola o sospiro venisse pronunciato lì dentro.
Lo sconforto dei francesi fu tale da farli uscire dal loro tradizionale riserbo, per comunicare la pessima (e umiliante) notizia ai “cugini” americani. Il dialogo tra sfera anglofona e francofona non sono è mai stato particolarmente completo e sincero, ma stavolta il pericolo era troppo grosso per tacerlo al principale alleato, che avrebbe peraltro rischiato di scoprirlo per conto suo, riservando ai francesi una seconda e doppia umiliazione.
Yankee, go home
Gli americani non si scomposero più di tanto e decisero di affrontare la materia nel modo industriale e radicale che gli è proprio: con una completa disinfestazione tecnologica di tutti gli apparati e sistemi di comunicazione in uso nella loro ambasciata di Mosca.

Dai computer, ancora rudimentali, agli apparati più o meno tecnologici che conosceremo solo alla prossima ondata di declassificazioni, fino alle più comuni macchine da scrivere. E probabilmente pure fogli, matite e penne. Tutto.
Tutto fu imballato in giganteschi contenitori sigillati e protetti anti-intrusione e rispedito negli Stati Uniti, perché la NSA (National Security Agency, l’agenzia che si occupa di spiare le telecomunicazioni di tutto il mondo, e dunque ha una certa competenza in materia) se ne prendesse cura. Erano oltre 10 tonnellate di tutto, assolutamente tutto, quello che l’ambasciata di Mosca contenesse.

Ai sovietici fu raccontato che tutte le attrezzature venivano rispedite indietro per “aggiornamento”. I sovietici, che non erano decisamente nati sotto il pero, finsero di credere a quella patetica spiegazione, anche perché non è che potessero fare molto altro.
Questo genere di spedizioni, che viaggia come “valigia diplomatica” è assolutamente intoccabile secondo le convenzioni internazionali. In un mondo in cui le convenzioni stanno scritte su magnifici pezzi di carta mentre ogni servizio segreto cerca di fare il suo lavoro in ogni momento possibile, gli americani presero le precauzioni più sofisticate in loro possesso per assicurarsi che l’equipaggiamento “da aggiornare” non venisse manomesso in transito dai russi, rendendo inutile tutto il lavoro di indagine.

Nel complesso fu un ben strano modo di rispedire a casa qualche vecchia macchina da ufficio ormai obsoleta, da aggiornarsi al nuovo modello.
Gli americani erano assolutamente convinti che i sovietici avessero piantato le loro microspie, ma non avevano idea del dove e del come, e venire a capo di un mistero del genere non fu per niente semplice.

La loro convinzione era che i sovietici avessero violato gli apparati di comunicazione più sofisticati, a cominciare da radio e telescriventi. Passarono ai raggi X ogni minuscolo dettaglio, ma non trovarono assolutamente niente. Né un sensore, né un microfono, né una trasmittente, niente.
Fu solo alla fine della ricerca che il “bug” fu trovato, nel posto meno probabile: le macchine da scrivere. Le macchine erano state aperte e richiuse in modo da rendere la giuntura invisibile. Ma sedici IBM Selectric erano piene di cimici, alimentate a batteria e capaci di trasmettere con un sistema estremamente ingegnoso e a prova di intercettazione tutto quello che veniva scritto, sul più umile, ma anche più ampiamente utilizzato strumento di comunicazione di una sede diplomatica.

Le cimici rilevavano la posizione della testina della macchina, quando colpiva la carta e spedivano l’informazione, lettera per lettera, ad un appartamento dei dintorni, abitato da una piccola colonia di agenti Kgb. Le cimici, per non essere intercettate, immagazzinavano le informazioni e le spedivano a “pacchetti” sulla stessa frequenza della TV di Mosca.
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Gli ingegneri NSA scoprirono dentro le macchine che spesso battevano documenti Top Secret ben cinque generazioni di cimici. Le prime erano state installate sette anni prima ed erano ormai senza batterie. Le ultime continuavano a fare il loro lavoro indisturbate.
Com’erano state manomesse?
Analizzando le bolle di spedizione, l’Intelligence scoprì che le macchine da scrivere erano arrivate in Urss in ben tre spedizioni diverse, durante gli ultimi otto anni.

Le cimici erano state installate durante il transito, precisamente alla dogana Sovietica, mentre la merce veniva sdoganata. Ma almeno una macchina era stata aperta e modificata durante un viaggio in treno, in una operazione da film.
l’NSA fu molto sorpresa della qualità dei sistemi di ascolto installati. Ancora indietro nella miniaturizzazione informatica, la tecnologia sovietica era riuscita a creare dei micro capolavori elettromeccanici. Era un sistema molto diverso, e molto meno sofisticato di quello che aveva colpito i francesi. Ma senza lo scacco francese, nemmeno questo sarebbe stato scoperto.

Da parte loro i sovietici persero due sistemi di importanza fondamentale, e che erano stati installati con anni di lavoro e una considerevole dose di genio, grazie a un solo uomo passato a Ovest. Un uomo il cui nome, peraltro, resta ancora sconosciuto alle cronache.
Quarant’anni dopo il suo passaggio, il nome di colui che avvertì i francesi del pericolo non si trova sui libri e nei fascicoli desecretati, a differenza di dettagli anche minuti di questa storia.
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Perché? È noto che i regimi e i nomi dei servizi cambiano. Ma che si chiamino Nkvd, Kgb o Fsb, i servizi russi hanno sempre avuto la memoria molto lunga. Tra ombrelli avvelenati, finestre e tè al polonio, la vita di chi li tradisce non è delle più semplici. E spesso, purtroppo, è abbastanza breve.
Antonio Pintér


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