Un dissidente ucciso in circostanze misteriose. Un ombrello assassino e la sua tossina micidiale. Nella vicenda più oscura della Guerra Fredda c’è anche una mano italiana.
Chi legge Boomerissimo con minima attenzione sa che lo scrivente ha qualche esperienza e ricordo del mondo oltre cortina e della vita durante la Guerra Fredda. Se per qualcuno vedere uno degli immortali film con Michael Caine è un piacevole passatempo che porta in un mondo di pura fantasia, per me quel mondo è quello da cui una parte della mia famiglia è fuggita, e spesso ritornata.

In certe immagini sento ancora l’odore pungente dei riscaldamenti a carbone, che insieme ai colori non colori, davano a tutto il mondo a est della frontiera austriaca un’atmosfera che è difficile immaginare, senza averla almeno attraversata con un minimo di conoscenza “interna”. E annusata.
La diffidenza dell’esule
Gli sguardi enigmatici, le strane attese alle frontiere, le telefonate e le lettere in codice, le chiamate misteriose, non sono solo fiction. Pare che casa mia abbia avuto anche il dubbio onore di ospitare, naturalmente senza ancora saperlo, spie sia dell’una che dell’altra parte. Eravamo la famiglia di un esule, discretamente visibile e impegnato a combattere il sistema da cui era evaso.
Ne abbiamo avuto qualche minimo incomodo, ma sapevamo che l’occhio del custode sovietico (e forse non solo) era sempre vigile. Qualche click di troppo durante le telefonate, qualche coincidenza difficilmente spiegabile. Ma era meglio non parlarne troppo, perché ti avrebbero chiamato paranoico, folle. Meglio stare tranquilli, confidando che l’Orso, anche se di quando in quando spalancava l’occhio sonnolento, avesse tutto sommato di meglio da fare. Georgi Markov, invece, verso la fine degli anni ‘70, cominciò a pensare che mostrare a tutti la propria agitazione, la propria autentica paranoia, fosse la cosa migliore per difendere la propria salute. Fu preso, ovviamente, per il solito esule un po’ suonato.
Georgi Markov, paranoico con ragione
Georgi Markov era nato a Sofia nel 1929. Giusto un paio d’anni prima di mio padre. Era quella generazione che aveva avuto la disgrazia di vivere sulla propria pelle un paio di diverse dittature dedicate allo sterminio seriale. Dopo la guerra mondiale, il passaggio delle truppe sovietiche avevano lasciato in dono un nuovo sistema da incubo. La Bulgaria, adagiata là in fondo ai Balcani, è stato tra i paesi più lontani dall’attenzione occidentale e dei gruppi dei diritti umani. Forse per questo ha dovuto sperimentare una delle versioni più brutali e sanguinarie del comunismo di scuola sovietica. Non ho a portata di mano un pallottoliere, ma l’ultima volta che ho controllato, il tasso di vittime, deportati, trucidati anche nelle forme più barbariche in Bulgaria era tra quelli peggiori mai vissuti nell’est dell’Europa. Un quadrante del mondo in cui la competizione dell’orrore è stata di alto livello, e i campioni non sono mancati.

Georgi Ivanov Markov in quella Bulgaria era cresciuto, miracolosamente sopravvissuto come scrittore e commediografo, finché nel 1969 era riuscito a fuggire a Londra. Riparato in Occidente, faceva il giornalista, l’editorialista di Radio Europa Libera (un must degli ascolti serali di mio padre) e poi si era accasato alla BBC, allora ancora stabilmente ancorata al campo occidentale (le cose, oggi, sono più complicate ma non ne discuteremo qui, almeno per il momento). Della sua appena scoperta libertà londinese, Markov si era invaghito, forse ubriacato. Il suo show ai microfoni della BBC, che si ascoltava di nascosto fino a Sofia, era torrenziale, corrosivo, sarcastico, devastante, verso tutti gli aspetti del regime di Todor Zhivkov, la sua corte, i suoi scandali. C’è molto di cui la satira può occuparsi in un regime totalitario e grottesco. Markov se ne occupava con una verve straordinaria, chea un certo punto riuscì a superare il livello che i circoli del potere bulgaro e sovietico erano decisi a sopportare. Markov era diventato un pericolo, e come tale andava affrontato.
Le antenne dell’esule avevano ancora sensori sensibilissimi in Bulgaria. Markov capì che cosa si stava muovendo, e ne fu terrorizzato. A volte si chiudeva a chiave nel suo ufficio. Quando andava a trovare i suoi amici si comportava in modo che gli ignari londinesi giudicavano bizzarro.
“A volte andava a trovare gli amici e rifiutava di toccare il cibo, cose come questa. Quel tipo di precauzioni che un sacco di esuli prendeva in quel periodo”
Dimiter Kenarov, un collega della BBC
Già, un sacco di esuli prendeva di queste “precauzioni”. Per chi era fuggito da un mondo dove la gente spariva o veniva assassinata dopo processi-farsa, un certo tipo di allarmi, di coincidenze, di segni, non aveva nulla di pittoresco.
Puntura di insetto mortale sul ponte di Waterloo
Markov si chiudeva in ufficio, non mangiava più con gli amici. L’unica cosa che si concedeva erano passeggiate all’aria aperta, sempre in luoghi affollati, dove colpirlo sarebbe stato più difficile, persino per un regime di pochi scrupoli, che temeva fino a un certo punto gli shitstorm diplomatici.
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Markov amava passeggiare sul ponte di Waterloo, ben protetto da una folla di residenti e turisti. Purtroppo per lui il tempo inglese in settembre è imprevedibile, le nuvole sono sempre pronte a scaricare qualche scroscio di pioggia. Era perciò perfettamente normale che dietro di lui, alla fermata dell’autobus che doveva riportarlo alla BBC, ci fosse un uomo con un oggetto che a Londra, in giornate del genere è quasi obbligatorio. Un ombrello.
Prima che l’autobus arrivasse, Markov sentì un piccolo fastidioso dolore alla coscia. Girandosi di scatto vide l’uomo con l’ombrello e forse capì. O forse pensò di essere stato urtato da un inglese sbadato. Un tipo singolare, un po’ come lui., che farfugliò delle scuse con accento straniero e si allontanò velocemente, sparendo in un taxi. Tre giorni di sofferenza dopo, Markov era morto.
L’“Ombrello bulgaro”, un capolavoro omicida
L’unico indizio individuato dai medici è una specie di grande puntura di insetto, con al centro un buco di 2 millimetri, che però non contiene nessun oggetto estraneo. Nessun proiettile, nessuna traccia di che cosa abbia ucciso lo scrittore bulgaro, dopo tre giorni infernali.

La conta dei globuli bianchi rivela un tasso tre volte più alto del normale, eppure gli esami sono chiari: non c’è nessuna infezione del sangue. Solo per caso, giorni dopo, un laboratorio del Ministero della Difesa incaricato di indagare sulla morte, trova nei tessuti che analizza un minuscolo oggetto che nessuno aveva visto prima, delle dimensioni di una capocchia di spillo, una specie di perlina metallica, con due minuscoli fori che la attraversano. Una cavità infinitesimale che ha contenuto una quantità altrettanto infinitesimale di veleno assolutamente letale.
Gli investigatori ipotizzano che la sfera sia stata avvolta in un rivestimento organico che, sciogliendosi, ha liberato il veleno e ucciso Markov con diabolica, esasperante lentezza. Una morte che avrebbe anche potuto sembrare naturale, se non fosse stata circondata da troppi strani segni premonitori.
L’olio di ricino fa male
Nessuno è mai riuscito a provare in modo definitivo quale sia stata la molecola assassina che ha tolto la vita a Markov. L’ipotesi più accreditata è che la tossina sia la glicoproteina ricina, che può essere ottenuta dalla lavorazione del fagiolo di ricino. Basta mezzo milligrammo per uccidere un adulto, più o meno con le stesse modalità che hanno stroncato Markov: un avvelenamento progressivo, con vertigini e poi vomito, diarrea, febbre altissima e infine la morte. Una cronaca praticamente esatta della fine dello scrittore. L’ombrello ha sparato una microsfera di un veleno tanto “naturale” e persino organico e bio, quanto assolutamente letale.
La pista italiana
È abbastanza certo, e persino ovvio, che i servizi segreti bulgari responsabili dell’assassinio, abbiano agito in collaborazione con il KGB, la “casa madre” che non solo doveva essere informata dei fatti ma vantava capacità tecniche decisamente più avanzate.

Ma il vero colpo di scena della spy story è il decisamente meno prevedibile coinvolgimento italiano, che getta il nostro paese al centro di un intrigo tra i più foschi della Guerra Fredda, e lo fa per mezzo di un piccolo delinquente e ladruncolo, Francesco Gullino. Nei primi anni ‘70 Gullino viene arrestato in Bulgaria per contrabbando e traffico di auto usate (o più probabilmente rubate). Chi ha avuto a che fare con le polizie di oltrecortina sa che non è come essere arrestati da un brigadiere a Porta Romana (per quanto pure questo accadimento possa essere spiacevole).
A Gullino viene data la scelta tra la prigione, nelle ospitali carceri bulgare del tempo oppure il reclutamento nei servizi segreti. Nel 1978, al momento dell’assassinio di Markov, Gullino vanta già anni di esperienza, di addestramento. Più interessanti ancora sono le settimane di “addestramento speciale” che riceve prima di essere spedito a Londra con il nome in codice (non troppo fantasioso, ma da un servizio bulgaro non si può pretendere tutto) di “Agente Piccadilly”.
Per decenni, le indagini si sono concentrate su di lui, senza mai riuscire a provare in modo definitivo la sua colpevolezza. Sappiamo che era a Londra, sappiamo che le pagine del suo dossier sulla missione londinese sono sparite dagli archivi dei servizi bulgari, aperti dopo la caduta del muro. Sappiamo da una nota del suo dossier che in quelle ore si incontrò col capo dei servizi bulgari in persona, evento più unico che raro nel gerarchico mondo dell’intelligence, particolarmente di scuola sovietica.
Gullino non ha mai ammesso (comprensibilmente) il suo coinvolgimento, né lo ha smentito con chiarezza. Tutto rimane avvolto nelle ombre e nella nebbia di un pomeriggio londinese, in cui un ombrello improvvisamente scattò, ma non per aprirsi, o per ripararsi dalla pioggia.
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L’unica cosa certa, e incontrovertibile di quel giorno resta, come talvolta succede, la morte di un uomo che aveva visto giusto ma forse aveva parlato troppo.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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