La figura tragica, ma non innocente, di Nicu Ceausescu e il terribile rito di passaggio voluto da suo padre.
Su internet si imparano un sacco di cose. Ultimamente tra i commenti di un nostro articolo su Nicolae Ceaușescu e la sua poco impressiva vettura, ho perfino appreso che “ai suoi tempi in Romania si stava bene”. Un tipo di osservazione che a noi italiani potrebbe ricordare analoghe memorie dolcificate di figure storiche che hanno devastato il paese, dando il loro contributo a un genocidio (vero).

Ma tant’è, a volte più che la storia si ricorda la propria gioventù, le corse nei prati, le poche cose che ci rendevano felici. Persino una dittatura può diventare quasi romantica, a patto di non esserne stati tritati (e il verbo non è una pura metafora) in prima persona.
Io ho un tipo di memoria diversa, e la Romania affamata e senza legge che visitai a metà degli anni ‘80 me la ricordo bene. L’Ungheria della tarda guerra fredda decisamente non era fantastica. Ma quantomeno aveva un esempio al confine che serviva da spauracchio e da ammonimento, un posto dove le cose andavano drammaticamente peggio: la Romania di Ceausescu. Quando ci andavi (sempre che ti rilasciassero il visto) era meglio portare il pane, tanto per fare dare l’idea delle condizioni di disperazione di quel paese in quel tempo.
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C’era però effettivamente chi in Romania stava benissimo e anche queste cose dal paese confinante si sapevano. Uno era il dittatore in persona, che si trovava nel momento più delirante e faraonico della sua satrapia oriental-comunista, impegnato a sventrare Bucarest per costruire un palazzo mostruoso, che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto essere ricordato per sempre tra le meraviglie del mondo. Il Colosso di Rodi del trionfo di una dittatura. Si diceva che fosse il palazzo più enorme e più costoso mai costruito al mondo. Una follia di tipo nordcoreano, che impose alla Romania sofferenze di ogni tipo, economiche, ecologiche, culturali e personali. E che resta come monumento imperituro, sì, ma agli orrori del totalitarismo.
“Il socialismo in una sola famiglia”
Quando Stalin lanciò il famoso slogan “Il socialismo in un solo paese”, rinunciando al sogno della rivoluzione comunista mondiale e chiudendo l’Urss nella morsa di un terrore ossessivo, non immaginava che uno dei suoi discepoli sarebbe riuscito a fare ancora di più.

Nicolae Ceaușescu, raggiunse il potere nel 1966 e per il resto del suo regno si preoccupò di consolidarlo, estirpando non solo ogni forma di dissenso ma soprattutto qualsiasi possibile competizione all’interno del regime. Non si fidava di nessuno, e probabilmente faceva bene, vista la situazione. Abbastanza rapidamente decise che la famiglia era il luogo nel quale avrebbe più facilmente trovato la fedeltà e l’affidabilità che erano abbastanza improbabili altrove. Scelse suo figlio Nicu, il terzo, come successore e ne fece il capo della gioventù comunista, nonché una specie di principe, di stanza nel distretto transilvano di Sibiu (Szeben per gli ungheresi e Hermannstadt per i tedeschi, perché la Transilvania è una regione complessa).
L’improbabile delfino
Tra i molti successori possibili, Nicu era uno dei più improbabili, ma evidentemente doveva avere i suoi pregi rispetto agli altri due figli, se per lui fu scelto questo ruolo.

La sua tempra morale non era ottimale, per usare un cauto eufemismo. Ubriaco del potere di famiglia, oltre che del whisky che usava bere in quantità industriali sin dall’infanzia o poco più, Nicu era il terrore della polizia stradale di Bucarest. Un “uligano”, secondo il termine che il romeno ha mutuato dall’inglese, che guidava forsennatamente già prima dell’età da patente e in raro stato di sobrietà, causava incidenti drammatici, conscio che gli unici problemi sarebbero stati quelli delle vittime, e semmai della polizia, costretta a trovare una soluzione che non indispettisse suo padre.
Era un ragazzo che poteva tutto e lo sapeva. Le notizie del suo brutale rapporto con le donne, dei suoi eccessi, delle sue violenze e dei suoi stupri hanno raggiunto la stampa occidentale attraverso i racconti di Ion Pacepa, alto ufficiale della Securitate (la polizia politica di Ceausescu) riparato in Occidente nel 1978. Da allora, si è spesso sostenuto che le voci fossero eccessive e fantasiose, e anche in seguito siano state amplificate dai nuovi governi romeni, per cercare di distaccarsi dalla pesante eredità di una dittatura con la quale chiunque (o quasi) era stato compromesso.

Sarà certamente così, almeno in parte. Ma posso dire che le prodezze di Nicu si conoscevano, e se ne parlava sottovoce dall’altra parte del Muro, quando ancora la sua caduta era difficile persino da immaginare. Ne parleremo in un prossimo articolo di Boomerissimo.
Nicu Ceausescu era insomma l’esempio del rampollo brutale, debosciato, amorale e intossicato che molte dittature hanno conosciuto, in Iraq, in Libia e altrove. Eppure non si può dire che suo padre non avesse provato a dargli una certa quadratura, almeno a suo modo.
Un terribile rito di passaggio
Arrivato al potere da una famiglia di origini umilissime, in un paese semifeudale, Ceausescu padre sentiva di avere molto da recuperare. Trovò nella caccia, classico passatempo aristocratico, uno dei primi modi di dimostrare a se stesso di avere raggiunto la statura di vero potente.

Esiste un archivio fotografico interessantissimo che mostra il lato privato della famiglia Ceausescu negli anni d’oro del potere consolidato, a metà degli anni ‘70. La caccia e i suoi eccessi ne fanno parte in modo ossessivo.
Persino per me, che contro una caccia controllata non ho nulla, quelle immagini e quelle stragi di orsi e di altra selvaggina nelle montagne transilvane sono disturbanti. Le prede uccise sono esposte in massa, al ridicolo, mascherate. Gli uomini e le donne uccidono e ridono, e si abbandonano a riti alquanto discutibili, anche usando i cadaveri della selvaggina.
La più caratteristica di queste cerimonie è il cosiddetto “battesimo della caccia”, del quale incredibilmente esistono abbondanti testimonianze visive. La “vittima”, invariabilmente qualcuno dell’inner circle del dittatore, deve inginocchiarsi su una lepre morta, mentre il dittatore la colpisce violentemente con un bastone.

Ministri, segretari di partito, generali sono stati costretti a passare per questo brutale sfogo di potere di Ceausescu. Ma particolarmente raccapricciante è che nemmeno Nicu, il delfino, il segretario della Gioventù Comunista, il futuro Nicolae II, quel futuro dittatore temuto e schivato da tutti (e da tutte), sia stato risparmiato.
Davanti agli occhi della élite del potere romeno, Nicolae fece inginocchiare Nicu sulla lepre morta e cominciò a colpirlo. Chissà se in quel momento voleva impartirgli una lezione di vita, o sfogare la frustrazione per un figlio predestinato ma evidentemente non adatto al ruolo che gli era stato assegnato. Lo colpì e lo colpì, e quando i dignitari cominciarono a guardarsi preoccupati esclamo anche:
“Nicu deve ricordarsi per tutta la vita il suo battesimo”
–Nicolae Ceausescu
Se quelle bastonate dovevano creare un uomo nuovo, adatto al suo compito, magari spietato, ma capace di badare a se stesso e al suo regime, non ce la fecero. Nicu continuò a sprofondare nel suo abisso, sporcando e brutalizzando chi gli stava vicino.
Quando suo padre fu deposto e fucilato, Nicu avrebbe dovuto capeggiare la difesa di Sibiu dall’insurrezione. Morirono 100 persone falciate dalle “ultime raffiche” del regime morente, e per questo Nicu fu processato.
Si è sempre proclamato innocente, completamente estraneo ai fatti. La sua difesa aveva persino qualche elemento di credibilità, ma non gli evitò una sentenza a 20 anni di reclusione.
“Non c’entro niente, sono stato ubriaco tutto il tempo”
–Nicu Ceausescu
La figura tragica, ma non innocente, di Nicu Ceausescu ha trovato la morte nel 1996 in una clinica di Vienna, dove veniva curato per la cirrosi epatica. Le sue condizioni critiche lo avevano liberato qualche tempo prima dal carcere.
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Forse, come desiderava suo padre, il ricordo di quel “battesimo” brutale, Nicu Ceausescu se lo portò dietro per tutta la vita. Ma non fu una vita lunga, né felice, come succede nelle favole dei principi.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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