Frank Sinatra era un re dello spettacolo, e un uomo autentico. Quello che gli piaceva, gli piaceva davvero. E tanto. Raramente è stato visto senza il suo bicchiere di Jack Daniel’s in mano. O quantomeno nelle vicinanze.
Perché amiamo così tanto Frank Sinatra? Le risposte sono innumerevoli, frattali e cangianti. Ovviamente non si può prescindere dalla sua voce, da quel modo insieme perfetto e sornione di porgere una canzone, di tirarti dentro nella storia, come in un film.

Poi ci sono appunto i film, e attraverso i film abbiamo imparato ad amare il suo stile. Anche perché Sinatra non era un attore da actor’s studio. Ha dato prove meravigliose, e le ha dato essendo sempre se stesso: Frank Sinatra. Un personaggio non dei più facili, anche sul set, come ha raccontato chi ci ha lavorato. Lo guardiamo e abbiamo la netta sensazione, o quantomeno l’illusione, di vedere un filmino in super8 della sua vita. Solo che al contrario dei filmini in Super8 normali, è bellissimo. E ti viene voglia di essere anche tu Frank Sinatra, perlomeno per quanto possibile.
La scoperta del Jack Daniel’s: “un buon punto di partenza”
Ma ovviamente solo lui, The Chairman of The Board, aveva lo stile, quel tocco dannatamente scorretto ma fantastico che permette di perdonare ai grandi alcune indubbie debolezze, cercando di non farle troppo proprie. Ancora una volta, per quanto possibile.
“Ladies and gentlemen, this is Jack Daniel’s, and it’s the nectar of the gods.”
-Frank Sinatra
Dello stile e della personalità mascolina di Frank Sinatra faceva parte un’attitudine al bere che ragionevolmente oggi potremmo considerare “tossica” e che nessun dottore consiglierebbe di emulare. Posso ben dirlo io, che ci provai, nell’anno della sua scomparsa, il 1998. Colpito da un tragico senso di vuoto, per circa un mese, insieme ad un collega-amico che condivideva il mio dolore, ascoltammo Sinatra e bevemmo Jack Daniels esattamente come usava fare lui. Posso dire che fu un’esperienza provante, dalla quale forse non mi sono mai del tutto ripreso. Dopo 30 bottiglie e più, pur avendo un metabolismo ben funzionante, dovetti rendermi conto che c’era una ragione se lui era Frankie e gli altri no.
Sinatra scoprì il Jack Daniels quando ancora nessuno o quasi ne sapeva niente, e non è eccessivo dire che sia stato proprio Sinatra a rendere una trascurabile distilleria del Tennessee quel colosso che è diventato oggi. Senza che nessuno avesse mai immaginato che una figura del genere potesse esistere, Sinatra diventò il primo brand ambassador di cui si sia mai sentito parlare. Eravamo in qualche punto degli anni ‘40 quando Frank trovandosi a corto di idee in un club di New York, l’Arlequin, chiese al suo amico Jackie Gleason, comico ed entertainer allora piuttosto in voga, un consiglio per un drink. Fu lui a introdurlo al Jack Daniels con le immortali parole: “Jack Daniel’s, that’s a good place to start”.
Quel whiskey del Tennessee, allora più scuro e pieno di oggi, era davvero un ottimo inizio. Sinatra partì, e da allora non si fermò più.
Lui lo voleva così. Meglio ricordarselo.
Aveva idee molto precise su come gli piaceva il suo Jack. 3 o 4 cubetti di ghiaccio, a seconda del mood del momento. Non di più, non di meno. Riempirgli il bicchiere di ghiaccio non era una buona idea. Una volta il barista del Four Seasons di Boston gli porse un bicchierone colmo di ghiaccio, con il suo whiskey. Sinatra chiese un cucchiaino (non toccava mai il ghiaccio con le dita, né niente altro che dovessi mettersi in bocca) e cominciò ad estrarre cubetti di ghiaccio dal bicchiere, uno a uno.

Il barista preoccupato, gli chiese: “C’è qualche problema Mr. Sinatra?”
Possiamo definire la sua risposta “raggelante”: “No, ma con tutto questo ghiaccio mi sembrava di dover andare a pattinare. E il pattinaggio su ghiaccio non è il mio sport”
With all this ice, I figured we’re supposed to go skating here or something. That’s not my sport.”’
–Frank Sinatra
Il suo sport era essere Frank Sinatra, e lo praticava con incredibile perfezionismo. Se sul set si affidava all’istinto e al carattere, ben diverse erano le cose in sala d’incisione. La sua vita d’artista è passata alla ricerca delle orchestre migliori, degli arrangiamenti più raffinati. La sua carriera passa attraverso alcuni periodi, quelli dei suoi direttori d’orchestra, ai quali si affidava con fiducia, stimando immensamente il loro lavoro.
Cominciò nell’orchestra di Tommy Dorsey. Lavorò lunghi anni con Nelson Riddle, chiamò Quincy Jones, e Don Costa (il padre di Nikka Costa) negli anni della Reprise. Forse il momento più alto della sua immensa parabola furono le collaborazioni con Count Basie, delle quali restano dischi che lasciano senza parole (le parole le metteva già tutte lui). Sinatra adorava lavorare con l’orchestra. La sua classe era naturale, istintiva, ma dalla sua orchestra pretendeva la stessa freschezza e perfezione che chiedeva a se stesso. Ascoltava e riascoltava le sue registrazioni, anche anni dopo. E in ognuna trovava qualcosa che non andava, che non era proprio perfetto, che la prossima volta avrebbe fatto meglio.
Ol’ Blue Eyes era un precisino. Ma non per questo bisogna credere che quando registrava (cioè spesso) avesse ritmi da impiegato. Incideva di notte, si cominciava alla 20. La parte, diciamo così, iniziale della giornata serviva a recuperare le forze e a metabolizzare tutto il Jack Daniel’s bevuto la sera prima. Un dottore una volta gli chiese come diamine si sentisse la mattina, dopo tutto il Jack Daniel’s che beveva ogni sera: “non ne ho la più pallida idea, non mi alzo mai la mattina”, rispose un cartesiano Sinatra.
Per tutta la sua vita si dice che Sinatra abbia bevuto circa una bottiglia di Jack Daniel’s al giorno, questo almeno fino agli 80 anni, quando il dottore gli suggerì di smettere. Frankie passò allora al vino rosso, che come italiano amava molto.
Qualche piccolo tradimento
Qualche pausa dal suo amato Jack, Sinatra se la prendeva con i Martini, mai più di due, mai dopo cena, che voleva molto secchi, ben ghiacciati e preparati con vodka Stolichnaya oppure Gin inglese bello secco (nonostante ricerche e conoscenze vastissime, Boomerissimo non è riuscito per il momento a scoprire se Frankie avesse una marca preferita o, come è più probabile e intelligente, considerasse il gin una specie di gasolio alcolico, che solo la stupidità dei nostri tempi più recenti ha trasformato in una bevanda potenzialmente “premium”, per la quale vale la pena di spendere somme senza senso).
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Di tanto in tanto, Sinatra si concedeva un Bloody Mary nel pomeriggio (per le sue abitudini era una specie di prima colazione). Il vino bianco non era cosa sua. È possibile che di tanto in tanto bevesse dell’acqua ma c’era un modo in cui non voleva assolutamente che gli venisse messa davanti: con il suo Jack Daniels. Molti bar considerano infatti cosa chic porgere al cliente un bicchiere d’acqua con il suo drink, un po’ come fanno le caffetterie napoletane. La cosa indignava Sinatra, che l’acqua, in dose omeopatica, la metteva direttamente nel bicchiere, che poi lasciava per un po’ a raffreddare, prima di portarlo alle labbra.
L’acqua separata e accanto al whiskey, invece, era un grande no. La sua risposta ad un barista che incautamente gli aveva appoggiato un bicchiere d’acqua accanto al Jack è rimasta negli annali sinatriani:
What’s this! I’m thirsty, not dirty. Take it away. Now.”
–Frank Sinatra
Dal 1955 in poi, quando Sinatra salì su un palco con un bicchiere in mano, annunciando al suo pubblico “questo, signori, è Jack Daniels, il nettare degli dei”, una oscura distilleria di provincia è diventata una star universale.
Sinatra, da allora in poi, che fosse solo o insieme alla sua banda di amici del Rat Pack, raramente è stato visto senza un bicchiere del suo drink preferito in mano.
L’ultimo drink
Lo faceva per vero, disinteressato amore per il suo “gasoline”. Jack Daniel’s, che a Sinatra deve tutto, lo ricompensava spedendo casse del suo whiskey nero ovunque fosse previsto il passaggio di Sinatra: bar, ristoranti, teatri, camerini. Questo era l’unico contratto, non scritto, che esistesse.
Nel 1998, pochi giorni prima di morire, Sinatra fece la sua ultima passeggiata. Uscì di casa e in pochi passi arrivò al ristorante di Los Angeles che per anni era stato il luogo in cui riunirsi con i vecchi amici, molti dei quali non c’erano già più.
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Si sedette da solo, ordinò il suo ultimo Jack Daniel’s con quattro cubetti di ghiaccio e uno spruzzo d’acqua. Come doveva essere. Lo bevette lentamente, guardando fuori dalla vetrina, quelle strade che sapeva non avrebbe visto mai più. Poi se ne tornò a casa.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo®


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