Un uomo ordinario dalla vita straordinaria, così amava ritrarsi Paul Newman. Di lui conoscevamo la luce che emanava sullo schermo. I più accaniti esperti di cose hollywoodiane conoscevano anche un altro aspetto, più problematico e oscuro. C’erano due Paul Newman: li racconteremo insieme.
È curioso come dietro le leggende del grande schermo (e non solo) si celino talvolta personalità problematiche e oscure, piene di insicurezze.

Giganti ammirati per decenni, i cui volti sorridono sui manifesti e nei poster appesi nelle camerette. E che però sono convinti di valere poco, quasi niente. Di avere avuto molta fortuna e pochi meriti. Divinità dello schermo, che sono passati come un tornado sui botteghini, ma che continuano a covare dentro di sé il timore che forse il prossimo film non gli regalerà un nuovo colpo di fortuna. Che questa volta non saranno capaci, non caveranno le gambe. E tutti si accorgeranno che il grande divo e genio era stato solo un bluff.
Se tutto questo vi ricorda qualcosa, se quest’ombra non vi è nuova e vi batte sulla spalla, a volte, mentre vi fate la barba o vi sistemate il rossetto e i riccioli, pensate che di problemi del genere ha sofferto anche Paul Newman, per quanto incredibile possa essere, e forse i vostri lunedì si rimetteranno almeno un po’ nella prospettiva giusta.
“I’m not a big believer in marriage. I think it’s a mistake to get married. But it’s a mistake I keep making.”
Paul Newman
Le immagini straordinarie di un uomo normale
Paul Newman ha voluto intitolare la sua autobiografia proprio così: “The Extraordinary Life of an Ordinary Man”. Un libro uscito postumo, con una gestazione tremendamente incerta e faticosa, piena di ripensamenti, che racconteremo su Boomerissimo.

Chi l’ha letta ha finalmente compreso la sorgente oscura e amara di quello straordinario impasto di talento, bellezza, humour e umanità che è stato Paul Newman. Dai suoi inizi faticosi come attore, pieni di dubbi sul proprio talento, fino alla storia d’amore della sua vita: quello straordinario rapporto d’amore con Joanne Woodward, che nasce però dal suo opposto: un matrimonio fallito e tradito, che ha lasciato in Newman (e presumibilmente nella sua prima moglie Jackie Witte) una ferita durevole.
Il racconto frammentario, pesante, immensamente doloroso che esce dagli appunti raccolti per anni e anni, in preparazione del libro, sono un carico devastante, che è stato capace di sconvolgere la sua famiglia, man mano che lo ripercorreva, che si è chiesta se fosse davvero il caso di dare vita al libro che l’attore aveva per lungo tempo preparato, e rimandato.
“I’m not a big believer in the American Dream. I think it’s a lie. But it’s a lie I’m still chasing.”
Paul Newman
Il Paul Newman che vedevamo noi e quello che vedeva Paul Newman
Newman è sempre stato affascinato, e spaventato, dalla distanza siderale esistente tra i due Paul Newman, quello bellissimo, talentuoso, di successo, sicuro di sé, che vedeva il pubblico e quell’uomo pieno di dubbi, insicurezze, incertezza che nessun successo riusciva a scacciare, ma anzi rafforzava. Questa consapevolezza dei suoi limiti, questa ossessione del guardarsi dentro ha reso Paul Newman un divo differente dal normale (per quanto fascinoso) manichino hollywoodiano.
Il suo umorismo distruttivo su se stesso era così corrosivo da essere a volte persino stucchevole. I suoi dubbi sulla scena erano costanti. Forse nessuno quanto Paul Newman, specialmente nelle fasi iniziali della sua carriera, ha preteso dai registi tante spiegazioni, tante analisi del perché e del percome una scena avvenisse, cosa dovesse significare, cosa ci si aspettava da lui, cosa avrebbe dovuto trasmettere.
Un perfezionismo talmente pedante che finì per fare impazzire i suoi compagni di scena come Robert Redford che, sul set di Butch Cassidy rischiò la crisi di nervi. Redford era un attore decisamente più sciolto e meno problematico. Newman procedeva in una foresta di rovi di di insicurezze, che si sforzava di curare applicando il metodo Stanislavskij, che era stato uno dei primi a importare a Hollywood (e forse non a caso). Un metodo che avrebbe dovuto curare con la scienza e la pianificazione l’ansia che un artista prova sempre al momento in cui deve cominciare a realizzare la sua opera.
Eravamo già nel 1969. Newman era un attore che aveva alle spalle alcuni dei capolavori più straordinari ( e dei successi economici più memorabili) della storia del cinema.
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Ricordiamone alcuni: La gatta sul tetto che scotta (1958) adattamento cinematografico del dramma di Tennessee Williams, in cui si era rivelato come il nuovo fenomeno di Hollywood, dominando la scena insieme a una indiavolata Liz Taylor.
Aveva bissato con Exodus (1960), quasi un instant-kolossal sulla nascita eroica dello Stato d’Israele; Lo spaccone (1961) leggendario e claustrofobico capolavoro intorno ai tavoli da biliardo; Hud il selvaggio (1963), il film amaro di un giovane ragazzo d’oro che distrugge se stesso e i valori della sua famiglia; Intrigo a Stoccolma (1963), capolavoro giallo-rosa che attirerà l’attenzione di Alfred Hitchcock, che lo scrittura per Il Sipario Strappato (1966) indimenticato capolavoro in cui Newman giganteggia tra Europa occidentale e una spaventosa e pericolosa Germania Orientale; e infine Nick mano fredda (1967), la drammatica e fatale ricerca della libertà di un piccolo delinquente, finito in carcere per una trasgressione ridicola.
Tutto questo ha alle spalle Paul Newman mentre si arrovella sul set di Butch Cassidy, un capolavoro assoluto e spensierato nel quale i dubbi e le incertezze di Newman sono del tutto insospettabili allo spettatore. Il cocktail Newman-Redford bisserà con gli stessi esaltanti risultati pochi anni dopo, con La stangata (1973).
“I’m not a big believer in fame. I think it’s a curse. But it’s a curse I’m still enjoying.”
Paul Newman
La lunga rincorsa all’Oscar e la vendetta di Paul Newman
Newman aveva un rapporto complicato con la madre ed era disprezzato da suo padre che lo riteneva “un perdente”. Un giudizio che il ragazzo dentro di sé condivideva.
Suo padre morì nel 1950, prima di poter apprezzare l’enormità del suo errore. Ma Paul Newman avrebbe trovato un nuovo ostacolo nella ostinazione degli Academy Awards, che per quasi tutta la sua carriera lo candidò ad un premio Oscar dopo l’altro senza fargliene vincere nessuno. Abbiamo rintracciato una fotografia di Paul Newman con il premio NOSCAR che gli toccò anche nel 1958.
Vediamo in questo scatto l’immagine umoristica, autoironica di un Paul Newman che combatteva così i suoi incubi, scacciandoli con un sorriso, piuttosto tirato.
Paul Newman per tutta la carriera finse di disinteressarsi dei ripetuti fallimenti che anno dopo anno gli impedivano di andare a raccogliere, contro ogni pronostico, e a dispetto dei meriti evidenti delle sue interpretazioni, la sua statuetta. Fece spallucce per quasi tutta la carriera, facendo firulì firulà, finché nel 1986, ormai anziano, si impose ancora una volta con un film leggendario: Il Colore dei Soldi. E questa volta il premio fu suo.
Newman non andò alla cerimonia e si rifiutò di ritirare il premio. Finalmente era il suo turno di assestare all’Academy Awards un poderoso calcio nel sedere, e rimettere le cose al loro posto.
“I’m not a big believer in the good life. I think it’s a myth. But it’s a myth I’m still trying to achieve.
Paul Newman
Un omaggio al Paul Newman che si vede
Noi di Boomerissimo, gente che sui film di Paul Newman ha sognato, ha tremato e ha pianto, gente che non ha mai avuto il minimo dubbio sulla sua grandezza abbiamo voluto dare, nel nostro piccolo, un omaggio a questo talento assoluto visibile, che è impossibile non toccare con occhio e con mano scorrendo le immagini di una carriera unica, meravigliosa.
Forse Paul Newman in alcuni momenti ha mancato di vedere questa grandezza. Si è rifugiato nell’alcool, un’altra pessima eredità paterna. Ha cercato di sfuggire il suo peso rintanandosi nel mondo parallelo delle corse automobilistiche (e mostrandosi un talento assoluto pure lì, accidenti a lui).
Abbiamo voluto rendere il nostro omaggio a Paul Newman recuperando e celebrando il Paul Newman che si vede, che tutti abbiamo ammirato (tranne talvolta il diretto interessato).
Abbiamo raccolto le sue immagine di attore, di uomo, di pilota. E qualche piccolo momento privato, di relax disimpegnato. È anche da queste cose apparentemente insignificanti che si sente il passo di un gigante.
A essere suoi amici, e a sapere quali nubi oscuravano talvolta la sua testa, ci sarebbe stato da prendergli una birra di mano, stapparla, squadernargli davanti queste foto e dirgli: “Guarda qui, scemo. Questo è Paul Newman. Questo sei tu. Non quella vocetta nera che ti parla sulla spalla”.
Sarebbe bello pensare che alla fine l’abbia capito, anche se la tormentosa genesi della sua autobiografia, con momenti in cui è difficile separare la comicità dalla tragedia, fa temere esattamente il contrario.
Sarebbe bello che certi problemi si potessero risolvere così. Con 18 foto e un paio di birre. Sarebbe anche la cosa più logica. Ma ormai persino noi sappiamo che non funziona così.
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Ma guardale lo stesso queste foto, dovunque tu sia. Sono le foto di un gigante. Se non ci sei arrivato prima, magari ci arriverai adesso. Dovunque tu sia.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it
“I’m not a big believer in the afterlife. I think it’s a fantasy. But it’s a fantasy I’m hoping is true.”
Paul Newman


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