Molti sono i miti, ma nessuno sa davvero come nasca il Dry Martini, il cocktail più famoso del mondo. L’unica cosa certa è che non è quello che molti di noi hanno sempre pensato che fosse.
Dry Martini: diciamo subito, nessuno sa davvero dove e come nasca questa mistura leggendaria. Le sue origini sono tanto confuse e fumose quanto può esserlo la mente di chiunque, dopo tre o quattro Martini, molto molto secchi.

A casa mia c’era sempre una bottiglia di Martini Dry, il celeberrimo vermouth bianco secco di Martini & Rossi. Mio padre tornava a casa e in certi giorni un po’ speciali apriva il frigo, ne versava un paio di bicchierini per se stesso e sua moglie (che non casualmente è anche mia mamma). Se era in mood particolarmente solare, aggiungeva un paio di mezzi bicchierini anche per noi bambini, e diceva “facciamoci un Martini”. Credo che molti, come a a casa mia, fossero convinti che il “Martini” di cui si parla nei film fosse esattamente quello che Martini (& Rossi) metteva in bottiglia, e si poteva acquistare al Bar Centrale o al supermercato. Sul perché qualcuno (specificamente, James Bond) volesse “mescolato, non shakerato” qualcosa che non c’era nessun bisogno né di shakerare, né di mescolare, nessuno si è mai interrogato troppo.
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A pensarci, sarebbe stato un mistero, ma uno di quelli che appartengono al mondo dei film, non a quello della realtà. Che è un mondo decisamente più terra-terra, dove generalmente non si insegue nessuno mitragliando dal finestrino, né si tagliano cadaveri a pezzi per trasportarli in ceste. Almeno non troppo spesso.
“Non bere mai più di quattro Martini. Probabilmente ti pentirai del terzo.”
-Anonimo
C’è voluto molto tempo, e la conoscenza di viveur impenitenti per scoprire che il “Martini” non c’entrava nulla (o quasi) col “Martini” come era definito a casa mia. Il Martini è infatti un cocktail a base di gin, inventato e abbondantemente praticato da americani piuttosto inclini ad alzare il gomito. Si tratta sostanzialmente di gin ghiacciato, che con il vermouth (prodotto da Martini o meno) ha un contatto piuttosto tenue, astratto. Abbastanza simile a quello che l’aringa aveva con la polenta, nelle storie di un’ Italia rurale e affamata (l’aringa veniva sospesa sopra la polenta e, proiettando la sua ombra, trasmetteva anche una certa aringhità al pastone di mais, senza tuttavia avere nessun contatto fisico).
Come si prepara un Martini molto ma molto dry
Cominciamo dalla fine: il Martini propriamente detto non è nemmeno la ricetta che leggerete qui o là sulle schede delle riviste femminili e di cucina. Non è un terzo di vermouth dry, due terzi di gin e una scorza di limone. Un amante del Martini rigetterebbe con esecrazione un intruglio del genere, a causa della quantità insopportabile di vermouth che per quanto dry, rende il Martini “poco secco”.

Un Martini che si possa iniziare a rispettare si prepara in un bicchierone, detto mixer, che viene riempito di ghiaccio. Sul ghiaccio si versa il vermouth, si gira bene il tutto per far insaporire i ghiaccioli. Poi il vermouth si butta nel lavandino. Senza pietà. Sui ghiaccioli insaporiti si versa il gin (meglio se ben freddo di suo, sia mai che venga contaminato da un eccesso di ghiaccio fuso) e si rimescola il tutto. Infine si versa il solo liquido in un bicchiere ghiacciato (uno di quelli triangolari, detti appunto “da Martini” ), si aggiunge con qualche accorgimento un’idea di scorza di limone e si scola il tutto piuttosto in fretta, prima che la temperatura dell’intruglio salga troppo sopra lo zero. La decorazione classica è un’ oliva verde (ragion per cui qualche spiritosone letterario ha ribattezzato il Martini cocktail “zuppa di olive”). Io che tengo a una certa individualità, di olive ne faccio mettere due infilzate sullo stuzzicadenti. Oppure una cipollina, nel qual caso però il Martini cambia nome e diventa “Gibson”.
Intorno a questo fondamento classico sono ammesse alcune varianti, microvariazioni sul tema, sulle quali magari ci diffonderemo in prossimi articoli: per esempio il “Martini delle navi”, inventato a causa dei limiti di stoccaggio di vermouth nei transatlantici (?), che è ancora “più secco”; il Martini “Burnt on the glass”, amato da Frank Sinatra e quello col rametto di rosmarino, per cui aveva un debole Truman Capote.
Ma come nasce il Martini?
Messo a fuoco senza possibilità di errore cosa sia, e cosa non sia, il “Martini”, resta da capire come sia nato e come sia arrivato fino a noi questo nettare, capace di rischiarare con la sua luce anche qualche momento ombroso.

A dire il vero, l’unica cosa certa è che il Martini è una bevanda americana che, come tutto quanto è americano, ha qualche radice, perlopiù confusa, nel vecchio mondo (in altre parole, il nostro). Secondo alcuni il nome del cocktail nascerebbe da un barista italiano di New York, che si chiamava appunto Martini, egli avrebbe inventato il suo cocktail verso il 1912. Per altri il drink deriva da un intruglio di metà ottocento che si chiamava Martinez e che mescolava un gin di tipo oggi estinto al vermouth rosso (bleah). L’impeto innovativo connaturato all’uomo avrebbe in seguito trasformato il vermouth rosso in bianco e fatto cadere la Z.
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Visto che in fatto di leggende le certezze non esistono, noi ci siamo scelti la nostra preferita. Un musicista tedesco, di nome John Paul Aegius Schwartgendorf, emigrò in Francia alla fine del settecento, modificando il suo nome in Jean Paul Agide Martini, che all’epoca era un po’ la stessa cosa che fanno i musicisti della provincia italiana quando scelgono improbabili nomi anglosassoni, e per le stesse ragioni: a fine XVIII secolo per un musicista era più trendy “suonare” italiano.

Il drink preferito di Martini/Schwartgendorf era un miscuglio di gin e vino bianco, che si diffuse nel mondo della musica francese, che era allora a corto di quattrini, come sono da sempre i mondi della musica. In cerca di fortuna molti di questi suonatori e compositori finirono per prendere una nave e salpare verso l’ America, portando con loro l’amore per quel drink. Lo chiamavano, appunto, Martini, per onorare il loro mentore. Il resto è cronaca.
Oggi il Martini è un cocktail codificato dall’IBA (International Bartenders Association) e interpretato da ognuno a modo suo. Qui a Milano, dove scrivo, ci sono bar rinomati che hanno in carta un paio di decine di versioni, più quelle che possono nascere al momento.
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Perché il Dry Martini è scienza, arte e poesia. Può essere ortodossia o improvvisazione. L’unica cosa che non sarà mai è quello che molti hanno sempre pensato che fosse.
Antonio Pintér


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