Come un aereo che non decollò mai liberò più persone di cento organizzazioni di diritti umani. La storia vera di Operation Wedding: il piano più audace della Guerra Fredda che trionfò quando fallì.
La libertà non è uno spazio libero, cantava Giorgio Gaber, e “non è nemmeno il volo di un piccione”. Per noi che liberi siamo nati, pur se con qualche limitazione, la libertà rischia di essere un’ovvietà, un dato scontato, qualcosa che c’è e che non ci può non essere.

Un fattore come l’aria: indispensabile sì, ma anche una di quelle cose che cominci ad apprezzare solo quando ti vengono a mancare. La vediamo in TV, a volte, prima di cena. Guardiamo gente che lotta e che talvolta muore per ottenerla, eppure raramente riusciamo davvero a sentirne l’urgenza. Ci sono le previsioni del tempo, c’è l’ultima tempesta in un bicchiere d’acqua di due influencer che litigano. Per molti è così. Forse un po’ meno per me, perché non sarei qui se mio padre da una tirannia non fosse scappato. Eppure in fin dei conti anche io sono uno di quelli, come diceva mia mamma, “che legano il cane con la luganega”. Non ho dovuto attraversare a nuoto un torrente, con le scarpe addosso, per arrivare al “mondo libero”. Nemmeno ho dovuto organizzare un maldestro dirottamento.
Alba a Leningrado
Leningrado, Smolny Airport, 15 giugno 1970, baluginano le prime luci di un’alba nordica, infinita. Eduard Kuznetsov cammina verso il cancello d’imbarco. Trenta anni, il corpo scarno di chi ha già scontato sette anni nel gulag, in tasca ha un biglietto e in testa ha un piano che considera ancora perfetto. Un colpo di genio che non può fallire.

Ha riunito un bel gruppo di “complici”: sedici persone. Insieme prenderanno possesso senza violenza e senza apargimento di sangue di un piccolo Antonov An-2 da dodici posti che collega Leningrado a Priozersk. La copertura ufficiale è l’invito a un matrimonio. In realtà i sedici sono giovani ebrei russi che hanno deciso di tentare il tutto per tutto per aprire le sbarre del carcere sovietico che non gli permette di uscire. Vogliono fuggire in Israele, passando dalla Svezia, la porta della nuova libertà. Dopo sette anni di gulag, Kuznetsov non è certo un novellino: sa benissimo che il KGB non si perde nessuna delle sue mosse. Sa benissimo che può essere riarrestato domani, con un’accusa inventata o persino per niente. La sua è una follia calcolata: se deve essere arrestato, come inevitabilmente accade ai giovani refusnik che protestano il loro diritto di lasciare l’Urss per raggiugere lo Stato Ebraico, che almeno sia in un momento eclatante, che significhi qualcosa e che attiri l’attenzione del mondo sulla causa di una comunità prigioniera del regime sovietico. A pochi passi dal gate, l’incubo diventa realtà. I fantasmi del KGB, che popolavono le sue paure escono davvero con le armi spianate. Sparano in aria: in pochi secondi tutti i congiurati sono a terra con le manette. Mark Dymshits, il pilota 43enne che aveva pianificato ogni dettaglio è picchiato, colpito, i vestiti macchiati di sangue. Quell’Antonov non decollerà mai. L’operazione “Wedding” è fallita prima ancora di iniziare. Ma quel fallimento, cambierà il corso della Guerra Fredda.
Sperare, nonostante tutto
Kuznetsov era un dissidente recidivo. Negli anni ’50 aveva co-editato riviste clandestine. Quelle che un paio di decenni dopo giravano pure in casa mia, magari trascritte e ristampate ma che in Unione Sovietica circolavano copiate a mano, alla macchina da scrivere, con la carta a carbone: i cosiddetti samizdat. Nel 1961, a 22 anni, era stato arrestato e condannato a sette anni nel gulag.

Dymshits era invece un pilota militare espulso dall’aviazione civile per il suo cognome ebraico (è importante ricordare che in Urss la “nazionalità ebraica” era scritta sui documenti, ed era di per sé motivo di sospetto). Insieme a Sylva Zalmanson, la moglie di Kuznetsov, l’ingegnere 26enne che aveva reclutato il gruppo e Yosef Mendelevich, un impavido 22enne che si era dedicato alla pericolosa attività di editore clandestino di pubblicazioni ebraiche, rappresentavano la disperazione di chi viveva in un paese dove non potevi nemmeno chiedere di partire. Il gruppo sapeva di essere nel mirino del KGB. Una settimana prima del volo, Kuznetsov e Dymshits avevano già provato quella rotta e notato chiaramente gli agenti in borghese che li studiavano e li accompagnavano. Golda Meir, messa al corrente del progetto, aveva persino sconsigliato il piano. Eppure il 15 giugno 1970 il gruppo arrivò comunque all’aeroporto. Sapevano che potevano morire. Sapevano che il regime poteva punirli terribilmente. Ma sapevano anche che il silenzio sarebbe stato la morte della speranza.
La sentenza che condannò l’Urss
Il processo inizia il 24 dicembre 1970. Le accuse sono le solite, e prevedono pene terribili: tradimento, agitazione antisovietica, furto di proprietà statale. Le sentenze sono micidiali: morte per Dymshits e Kuznetsov. 15 anni per Mendelevich e altri. 10 anni per Sylva Zalmanson. Due condanne a morte per un aereo che non aveva mai decollato: una ferocia senza più maschere.

Proprio per questo, quando le notizie raggiungono l’Occidente, il mondo intero esplode. Decine di migliaia di persone scendono in piazza davanti alle ambasciate sovietiche negli Stati Uniti. A Gerusalemme, 100.000 ebrei si radunano al Muro Occidentale. L’America, impantanata in Vietnam, si sveglia dal suo torpore e il presidente Nixon convoca una riunione d’emergenza. La causa degli ebrei sovietici ai quali è negato il visto, esce dall’oblio e conquista l’agenda mondiale. Golda Meir non si limita a protestare ma inventa una mossa diplomatica a sorpresa: contatta Francisco Franco e lo convince a commutare le sentenze di sei terroristi baschi incarcerati in Spagna. È una “mossa del cavallo” che mette l’Urss all’angolo: Breznev è sotto le luci e appare più feroce del dittatore spagnolo Franco. A Natale 1970 il Cremlino cede e annuncia che le sentenze di morte saranno commutate. A Dymshits e Kuznetsov toccano“solo” 15 anni di lavori forzati; la fucilazione è stata cancellata. Per i due condannati il disastro di un dirottamento fallito e di una sentenza feroce diventa il fallimento più vittorioso della Guerra Fredda. La sorte dei “refusnik” comincia a cambiare lentamente, ma inesorabilmente.
Nel decennio prima del processo (1960-1970), solo 4.000 ebrei avevano ottenuto il permesso di emigrare dall’URSS. Dopo il dicembre 1970, il numero esplode: nel decennio 1971-1980, ben 347.100 persone ricevono visti d’uscita, di cui 245.951 ebrei. Non si tratta, ovviamente, di una coincidenza. È la conseguenza diretta dell’operazione “wedding” Per l’Unione Sovietica il pugno di ferro comincia a essere più dannoso di una cauta apertura. Nel 1974 le cose precipitano ulteriormente: il Congresso americano approva all’unanimità l’Emendamento Jackson-Vanik, che lega le relazioni commerciali USA-URSS alla libertà di emigrazione. È una pressione economica che un regime in perenne crisi alimentare, costretto a importare dagli USA enormi quantità di grano, non può assolutamente ignorare. Dal 1975, oltre 500.000 rifugiati dall’ex URSS vengono reinsediati negli Stati Uniti. Un milione di ebrei emigrerà in Israele negli anni successivi, cambiando per sempre anche la demografia dello Stato Ebraico, nel quale parlare russo diventa un fatto comune: nascono comunità, persino partiti. Sono le conseguenze solo in parte prevedibili, nelle loro dimensioni, di un piccolo volo che non è mai riuscito a decollare.
Nove anni dopo
Dopo il processo, per Kuznetsov vengono altri nove anni di Gulag. Ma sono molto diversi dai primi sette. Ora sa che il mondo lo guarda e che la sua sofferenza non è inutile, non si perderà sotto la neve della Siberia. Scrive incessantemente, di nascosto. Quei minuscoli pezzi di carta nascosti diventeranno Prison Diary: un’altra mazzata per il regime sovietico. Il libro esce di contrabbando dall’URSS e vince il Gulliver Award in Francia nel 1974. Scriverà anche Mordovian Marathon. Ogni pagina, nascosta, ripiegata sotto la spessa giacca del prigionieo diventa resistenza.

Il 27 aprile 1979, Kuznetsov viene rilasciato con uno degli più famosi della Guerra Fredda:: cinque dissidenti sovietici in cambio di due spie americane. Quando arriva finalmente a Gerusalemme, il 28 aprile 1979, ha 40 anni, di cui sedici passati in prigionia per avere valuto testardamente qualcosa di cui spesso ci dimentichiamo l’esistenza: la libertà. Fonderà e dirigerà uno dei molti giornali dedicati alla comunità russo-israeliani: “Vesti”. È morto in Israele nel 2024, a 85 anni, ma non prima di avere partecipato ad un’ulteriore impresa: un film documentario realizzato dalla figlia Anat, che riunisce tutti i sopravvissuti ormai anziani, e che parla a nuove generazioni che, esattamente come noi, hanno dimenticato o rischiano di farlo. Il film ha vinto numerosi premi, ma la sfida di Anat non si accontenta delle statuette. Il suo progetto è quello di parlare a tutti, con pubblicazioni, con i social media, per preservare il ricordo e il valore di esperienze che vale la pena di mantenere vive, fresche. Per non dimenticare chi siamo, da dove veniamo. È una sfida che, nel nostro piccolo, parlando anche di cose minute, di film, di storie, di canzoni, certamente con meno eroismo e meno difficoltà, noi di Boomerissimo capiamo molto bene.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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