Un’operazione commerciale frettolosa trasformò un autentico capolavoro in un malinteso spaziale
Dopo essere stata per anni, forse secoli, la patria del bel canto e della musica, l’Italia ad un certo momento diventò una provincia, una retrovia della musica. Gli avamposti erano altrove, Inghilterra e Stati Uniti in primis. Sì, oggi esiste il rock italiano, ma non è nato qui, è tutto materiale di importazione.

I giovani in terra italica ascoltavano nuove sonorità di soppiatto, dapprima tramite dischi avuti per canali traversi e poi da radio che dribblavano la produzione italiana versata alla rima cuore-amore.
Le cover
Negli anni ’60, gli italiani che capivano l’inglese erano pochi. La scolarizzazione di massa era appena iniziata, l’università era per pochi, viaggiare all’estero era un lusso. Le canzoni cantate in inglese costituivano una sfida: incomprensibili, difficile da memorizzare e cantare. Il pubblico italiano, non ancora “svezzato”, voleva capire le parole.
Le case discografiche lo sapevano bene. Nel frattempo il giradischi era diventato da “oggetto di lusso” a elettrodomestico di massa. Poi arrivò il mangiadischi a 45 giri: economico, tascabile, alla portata di tutti. I giovani divennero consumatori con potere d’acquisto. C’era una domanda enorme di musica, il mercato discografico italiano degli anni ’60 era il terzo più ricco d’Europa. Purtroppo il Bel Paese aveva penuria di autori capaci di scrivere musica beat/rock originale, musica “giovane” insomma. La tradizione era melodica, sanremese, lirica. Il nuovo sound anglosassone richiedeva competenze diverse. Si pensò di optare per la soluzione più semplice, il saccheggio sistematico delle hit straniere. Si prendeva la base musicale, si metteva sopra un testo italiano (spesso senza nemmeno chiedere il permesso agli autori originali), e il gioco era fatto. Una cover aveva successo garantito. Esisteva anche un fenomeno inverso, che coinvolgeva gruppi britannici di livello medio/basso. Costoro, costretti a fare anticamera in patria, venivano esportati in Italia a cantare, con accento terribile, in italiano. Come dimenticare i Rokes, i Primitives di Mal. I Rokes furono addirittura definiti “i Beatles italiani” pur essendo inglesi.
Nella foga del saccheggio capitava che arrivassero nei negozi diverse versioni dello stesso brano cantate da artisti diversi. Per la nostra e vostra gioia, alcuni esempi.”I’m A Believer” intepretata da Caterina Caselli (“Sono bugiarda”) e dai Chiodi (“Accendi una stella”); “With A Girl Like You” dei Troggs rifatta dai Mat 65 e da Sonia e le Sorelle fino ad arrivare a “Obladi Oblada” di cui si possono contare ben dodici versioni italiane diverse. Non erano esenti da questo virus anche i migliori interpreti italiani, da Adriano Celentano con “Pregherò” (“Stand by me” di Ben E. King) e Mina con “E’ l’uomo per me” (“He’s a rebel” delle Crystals). Per la serie, chi è senza peccato scagli la prima pietra.
David Bowie ridotto alla rima amore-dolore
Nell’autunno del 1969, in Italia uscì un 45 giri della band The Computers (pubblicato dall’etichetta Numero Uno). L’eccelsa opera altro non era che una cover non autorizzata di Space Oddity.
La musica era quella, ma il testo era stato riscritto completamente da Mogol con il titolo “Ragazzo solo, ragazza sola”. La casa discografica di Bowie, la Philips, andò nel panico. Temeva che la versione italiana oscurasse l’originale inglese, dato che in Italia le cover in italiano vendevano più degli originali. Per evitare di perdere denaro, i dirigenti decisero che bisognava far uscire immediatamente una versione cantata da Bowie stesso, ma in italiano, per riprendersi il maltolto. La cosa più incredibile è che, per non perdere tempo, la Philips comprò i diritti dello stesso testo scritto da Mogol per The Computers. Non chiesero a Mogol di tradurre il testo originale di Space Oddity. Presero semplicemente il testo che Mogol aveva già scritto per la band rivale (una storia d’amore adolescenziale in cui l’unico spazio era quello tra le righe) e lo fecero cantare all’ignaro David.
Eccone un breve assaggio: “Dimmi ragazzo solo dove vai; Perchè tanto dolore? Hai perduto senza dubbio un grande amore; Ma di amori è tutta piena la città…Ma lei; I colori della vita; Dei cieli blu; Una come lei non la troverò mai più”. E fu così che il 20 dicembre 1969, ai Morgan Studios di Londra, Bowie registrò la versione di Space Oddity nella lingua di Dante. Ad assisterlo c’era il produttore italiano Claudio Fabi (padre di Niccolò Fabi), che gli faceva da coach per la pronuncia. Piccolo particolare, nessuno pensò di tradurre il testo al Duca Bianco, non sappiamo se per semplice distrazione o paura. Lui non parlava italiano e si fidò della produzione. Cantò quelle parole d’amore con l’intensità drammatica che usava per Major Tom, convinto di interpretare una versione fedele della sua opera.
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Il manager Ken Pitt scrisse nelle sue memorie: “Pensavo fosse ridicolo che David dovesse registrare questo testo, ma ci fu spiegato che ‘Space Oddity’ non poteva essere tradotto in italiano in modo che gli italiani capissero le sottigliezze inglesi del testo. Ma capivano tutto di ragazzi e ragazze solitari.” Nonostante la “revisione” italian style, la canzone fu un flop. Fu riscoperta molti anni dopo quando Bertolucci la inserì nella colonna sonora del suo ultimo film Io e te. Il 45 giri in italiano è attualmente una rarità per collezionisti. E sarebbe il caso di dire, meno male.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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