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Mohammad Reza Pahlavi

Shah Reza Pahlavi: l’occasione che abbiamo perso

Lo Shah di Persia, l’alleato imperfetto che il mondo buttò via due volte, per scegliere gli ayatollah.

Non so se avete mai avuto l’esperienza di leggere sul giornale qualcosa che conoscevate direttamente, senza possibilità di errore. E scoprire improvvisamente che tutto quello che state leggendo è approssimativo, nel migliore dei casi.

Mohammad Reza Pahlavi
Mohammad Reza Pahlavi – Boomerissimo.it®

A volte completamente falso, grottesco. Le prime volte, uno non si rende conto di quanto il fenomeno sia sistematico. Non pensa che quello che ha notato possa essere valido anche per tutto il resto, e continua a leggere di quello che non sa (cioè quasi tutto) per “informarsi”. Ci vuole del tempo, e una notevole dose di curiosità, unita ad una cronica sfiducia nel prossimo, per cominciare a sospettare che quasi tutto quello che credevamo di avere imparato dalle nostre letture distratte meriti di essere ripreso da capo. Le mode intellettuali, la cialtroneria di chi scrive a un tanto a parola, e delle volte anche la deliberata volontà di disseminare la storia di trappole tossiche, che trasformano il passato per modellare il presente, ci hanno riempiti di percezioni approssimative, o delle volte completamente distorte. Una delle figure che questa “riforma della verità” ha colpito maggiormente è quella di Mohammad Reza Pahlavi, lo Shah di Persia. È stato fatto in parte per giustificare l’entusiasmo abbastanza generale tra intellettuali e politici per la “rivoluzione” iraniana del 1979 che portò al potere l’Ayatollah Khomeini. Un abbaglio collettivo, che ha aspetti scandalosi, che oggi provoca più che altro vergogna, e che abbiamo raccontato in questo articolo. La dannazione dello Shah è stata un’operazione che ha coinvolto il cinema, che ha additato al pubblico i soliti sospetti: la Cia e i servizi segreti inglesi. Una “narrazione” che ha scavato nel passato iraniano, creando miti come quello del primo ministro Mossadeq, deposto nel 1953 (almeno secondo la vulgata) da un malefico golpe occidentale. Peccato, però, che quel golpe non sia stato affatto un golpe. Liberarsi dal velo delle storie a fumetti e rileggere quelle pagine da capo può far scoprire che il villain di quella storia raccontata mille volte non è quello che ci è stato detto. Che forse, lo Shah di Persia che abbiamo sentito raccontare mille volte, un po’ come malvagio tiranno, un po’ come personaggio da operetta, era solo un monarca costituzionale che stava difendendo l’Iran da un abuso e da una deriva molto pericolosi, 25 anni prima la catastrofe di Khomeini. Riconsiderare la figura di  Mohammad Reza Pahlavi, ripulendola dalle incrostazioni della leggenda e della propaganda, è cosa che vale la pena di fare, mentre l’Iran vive di nuovo un momento storico. Quantomeno, è quello che proveremo a fare in questo articolo, che comincia con un passo indietro, proprio al 1953.

Teheran, 15 agosto 1953

Mohammad Reza Pahlavi, un giovane sovrano di 23 anni è in una stanza al palazzo reale, con la radio accesa. Aspetta le comunicazioni del suo inviato, il colonnello Nassiri, che deve consegnare il decreto che lui stesso ha firmato poche ore prima. È un atto semplice, costituzionale, che molti Primi Ministri prima del carismatico Mohammad Mossadeq, si sono visti consegnare.

Mohammad Reza Pahlavi: Mossadeq
Mossadeq nel 1951 (Public Domain) – Boomerissimo.it®

Si tratta di un decreto di destituzione: lo Shah riprende il controllo di un paese le cui entrate petrolifere sono ormai crollate quasi a zero, grazie alle politiche del Primo Ministro. È un paese che corre verso il fallimento, e la cui popolazione è in ebollizione. Ma le cose non vanno come previsto. Nassiri scende dal camion con tre squadre di soldati della Guardia Imperiale ed è anche munito di un’arma che deve servire a vincere qualsiasi resistenza in un paese complicato: centomila dollari gentilmente offerti dalla CIA per rimuovere il “problema Mossadeq” senza confusioni né spargimenti di sangue. Una prudenza poco ortodossa ma non del tutto fuori luogo in un paese diviso e inquieto come l’Iran che sta affondando nella crisi, mentre nelle piazze rumoreggiano i comunisti graditi a Mosca e gli ayatollah, ancora lontani dal potere, ma la cui pericolosità è già ben chiara a tutti. Nassiri bussa alla porta della villa di Mossadeq alle undici di sera. Ma le buone notizie per lo Shah finiscono lì. Le guardie personali del Primo Ministro, preavvertite da qualche “leak” di palazzo, sono già pronte. Nassiri è lì con le poche forze di una normale azione di protocollo, e viene sopraffatto senza che venga sparato un colpo. Il Primo Ministro non ha nessuna intenzione di rientrare nei suoi limiti costituzionali: se in questa storia c’è un golpe, si consuma qui. La Cia non ha nessuna intenzione di sporcarsi le mani con una possibile guerra civile ed ordina al suo “residente” locale una veloce ritirata. I centomila dollari entrano nel conto delle perdite. Il giovane Shah è solo, davanti a un Primo Ministro che ha preso il potere e senza più nessuno a guardargli le spalle: si dilegua, lontano da Teheran, sul Mar Caspio. I giornali di Teheran scrivono che ha abdicato, ma la notizia della sua scomparsa dalla scena è – quantomeno – prematura.

Il colpo di stato che non c’è mai stato

Quattro giorni dopo, il 19 agosto, qualcosa di inaspettato accadde a Teheran. Migliaia di persone scendono nelle strade, e non sono i quattro mercenari che la CIA aveva creduto di comprare con il suo fondo cassa.

Sinatra e lo Shah
Frank e lo Shah – Boomerissimo.it

Sono i commercianti del bazar di Teheran, la spina dorsale dell’economia iraniana, una classe compatta che da sempre in Iran decide le sorti della politica. Sono operai, persino gli atleti dai club sportivi più amati e, per questa volta, anche i religiosi spaventati dal Tudeh, il partito comunista locale, che per molti rappresenta lo spettro di Mosca. A parte questi ultimi, che continuano a sostenere il primo ministro ribelle, tutta la coalizione che ha sostenuto Mossadeq adesso marcia contro di lui, esasperata dalle difficoltà economiche e confusa dal disordine politico. L’Iran rivuole il suo Shah e ad essere solo è Mossadeq. Il primo ministro, chiuso nella sua villa si rende conto di non avere più nessuno con sé. Ha già sciolto il Parlamento, violando un’altra volta la Costituzione, ma non è bastato: è deciso a non cedere il potere. Lo scontro diventa armato e lascia sul terreno trecento morti. Tre giorni dopo, lo Shah rientra dal suo confino autoimposto. Ha solo 23 anni, ma ha imparato una lezione importante: nel turbolento Iran del suo tempo, è meglio non essere deboli e non restare da soli. Nemmeno se si siede sul trono.

Il regime di Pahlavi

Nei dodici anni successivi, il giovane Shah consolida il potere, crea la sua polizia segreta. Si dota di una forza che protegga il suo governo dai rischi di un Iran ancora semi-feudale, diviso tra comunisti, religiosi rivoluzionari e nazionalisti in guerra l’uno contro l’altro.

Mohammad Reza Pahlavi
Lo Shah e Nixon nel 1974 (Public Domain) – Boomerissimo.it®

Vede il caos come il rischio nel quale il paese non deve assolutamente sprofondare. È un monarca autoritario, ma anche illuminato e ben diverso dai satrapi mediorientali che usano terrorizzare da sempre quell’angolo di mondo. Un re più simile ad Hasan del Marocco che a leader “laici” come Nasser, Assad o Saddam. Nel gennaio 1963 lancia quello che chiamò la “Rivoluzione Bianca”: il suffragio femminile in un paese musulmano del Medio Oriente e una riforma agraria che rende 2,5 milioni di famiglie finalmente proprietarie della terra che coltivano. Crea l’istruzione obbligatoria, lancia programmi di sviluppo rurale. È un autocrate? Su questo non c’è dubbio, ma un’autocrate illuminato. La sua riforma viene approvata dal popolo con una percentuale, come si dice, “bulgara”: il 99,9% dei voti. Il Parlamento la ratifica quasi in automatico: è il volere dello Shah. Non ci sarebbero in ogni caso molte alternative, ma le riforme sono davvero popolari. Si oppongono solo due potenti categorie: i grandi proprietari terrieri, privati dei loro latifondi, e i religiosi, che odiano l’idea di donne che votano e vanno perfino all’Università. Un ayatollah di Qom che nessuno conosce ancora—Ruhollah Khomeini—scrive il suo primo pamphlet furibondo e rivoluzionario. Lo Shah lo fa arrestare nel giugno 1963. L’Iran tradizionale si ribella: si accendono rivolte domate con centinaia di morti. Ma Khomeini non viene ucciso (una clemenza che molti iraniani hanno in seguito rimproverato allo Shah), viene “solo” esiliato. E all’estero preparerà con pazienza il suo ritorno. 

Il miracolo iraniano

Tra il 1963 e il 1977 accade qualcosa di inusuale per tutti, ma in particolare per un Medio Oriente perennemente stagnante: l’Iran cresce economicamente al 9,8% annuo. Il reddito pro capite passa da 200 a 2.500 dollari. L’alfabetizzazione da 26% a 47%.

Mohammad Reza Pahlavi - Farah
Farah, la moglie di dello Shah Pahlavi ( Public Domain) – Boomerissimo.it®

Vengono costruite 21 nuove università, oltre all’unica esistente. L’aspettativa di vita sale da 47 a 63 anni. Le donne non solo cominciano a votare ma insegnano nelle università, diventano ministre e giudici. Si diffonde anche nel vestiario la libertà occidentale: bikini, minigonne. È un’enorme ventata di libertà. L’Iran del 1977 non è sicuramente paragonabile alla Svezia. Ma è – di gran lunga – il paese più moderno del mondo musulmano mediorientale. Mentre l’Arabia Saudita è ancora sprofondata nel medioevo delle decapitazioni in piazza e l’Iraq di Saddam gasa i curdi, mentre l’Afghanistan è un caos tribale e il Pakistan brucia, l’Iran ha un Parlamento che non ha certamente gli stessi poteri di Westminster, ma discute, decide ed è un sogno in confronto alle condizioni della regione. Le donne sono libere di vivere la loro vita, la classe media è in espansione, le università miste si riempiono di studenti provenienti da tutto il paese.Tutto questo non fa di Mohammad Reza un leader democratico. Ma ne fa un autocrate che riesce a realizzare quello che pochissimi sono riusciti a realizzare partendo dalle stesse condizioni: trasformare un paese sprofondato nel passato in uno stato moderno, senza scatenare una guerra civile.

Un’equivalenza che non regge

È impossibile parlare della “primavera” iraniana e della libertà di fatto di un paese mediorientale molto diverso dai suoi vicini senza citare la Savak, la famigerata polizia politica di Pahlavi.

Mohammad Reza Pahlavi
Mohammad Reza Pahlavi all’apertura dei giochi asiatici del 1974 (Public Domain) – Boomerissimo.it®

Qualcuno arriva persino a paragonarla all’orrore che l’Iran è diventato sotto la Repubblica Islamica degli Ayatollah e, per quanto la cattiva coscienza occidentale si possa comprendere, visti i risultati agghiaccianti dei suoi maneggi iraniani, va detto chiaramente che l’equivalenza tra l’Iran dello Shah e quello degli ayatollah non regge, e non ha nulla di “morale”. Vediamo senza sconti cosa è stata la Savak, allora.Fondata nel 1957 con la “consulenza tecnica” della CIA, la Savak nasce con un preciso scopo, caratteristico della Guerra Fredda: impedire che un paese chiave cada nelle mani sovietiche e si trasformi in una dittatura comunista (è un momento in cui nessuno o quasi vede nell’islamismo un pericolo esistenziale). La Savak si comporta come tutte le polizie del genere nei paesi del secondo e terzo mondo: arresta, interroga, tortura. Amnesty International negli anni ’70, quando era ancora un’organizzazione stimabile, calcolava che dalla sua fondazione la Savak avesse arrestato più di 25mila persone. Il numero dei detenuti politici nelle carceri veniva stimato in 2000-3000. Sono numeri importanti, che la coscienza di chi ha la fortuna di vivere in un mondo libero considera, giustamente, inaccettabili. Ma non tutti, al mondo, vivono nella libertà che per noi è scontata. Soprattutto, non tutte le organizzazioni che combattono vogliono qualcosa di simile a una società libera, nella quale ognuno abbia diritto di esprimere le proprie opinioni. Trasportare le categorie del confronto politico europeo in società dove lottano fazioni armate con progetti di vero sterminio non è un modo intelligente di vedere le cose. E ce lo dice proprio l’Iran, un paese dove la ricerca (almeno a parole) della purezza dei diritti umani, ha prodotto un incubo i cui risultati dovrebbero ormai essere evidenti a tutti, senza la scorciatoia delle false equivalenze. Per capire in modo razionale cosa fosse davvero la SAVAK, bisogna conoscere quello che affrontava. Dagli anni ’50, l’Iran è un paese sotto l’assedio di gruppi armati che precorrono il terrorismo islamista di oggi. Formazioni come i Fedayeen-e Islam che arrivano ad assassinare Primi Ministri (Razmara nel 1951), tentare colpi di stato. Progettano e usano il terrore politico. La SAVAK ha come avversario tutto questo, e lo combatte con brutalità: colpisce obiettivi come guerriglieri urbani, cellule comuniste clandestine, figure politiche che lottano per rovesciare lo stato e sostituirlo con una delle mille dittature da incubo che popolano il mondo. Il suo compito non è eliminare il dissenso: non è il Mukhabarat egiziano di Nasser, o quello che trasformò la Siria in gabbia di paura. La Savak è il braccio di uno stato di polizia, che non intende farsi rovesciare dai suoi nemici armati, che lottano per molte cose ma certamente non per una maggiore libertà. Non è decisamente il migliore dei mondi possibili, è solo il migliore dei mondi realisticamente possibili nell’Iran di quel tempo, come i fatti successivi hanno dimostrato.

Per smantellare l’equivalenza morale tra l’Iran dello Shah e la Repubblica Islamica che l’ha sostituito basta esaminare qualche numero. Sotto il regno di Mohammad Reza Pahlavi, tra il 1963 e i 1979  le esecuzioni politiche documentate sono circa 300-368, mentre il numero dei prigionieri politici oscilla costantemente tra 2.000-3.700. Sotto Khomeini, nei soli primi cinque anni (1980-1985), vengono eseguite tra 8.000 e 9.500 persone. Nel solo 1981 Amnesty documenta 2.946 esecuzioni in dodici mesi, un numero che dà la misura delle repressione ossessiva del regime e che si impennerà ulteriormente  nell’estate del 1988 quando, su ordine diretto di Khomeini, tra 4.500 e 5.000 prigionieri politici vengono impiccati in pochi mesi (le stime peggiori parlano di 30.000). In 32 città vengono create commissioni della morte che impiccano per direttissima, e non per reati e attività armate, ma per semplice reato di pensiero.Le donne, su ordine di Khomeini, vengono stuprate prima dell’esecuzione, perché non possano accedere al paradiso islamico. 47 anni dopo, nel 2025, le condanne a morte eseguite in un anno sono state 2000, mentre le torture, gli stupri, il terrore generalizzato continuano. È giusto osservare con occhio critico il regime dello Shah e condannare le violazioni dei diritti umani. Ma paragonarlo all’Iran della Repubblica Islamica, sostenere che siano la “stessa cosa”, serve solo a lavarsi la coscienza o a segnalare la propria purezza morale. Come spesso avviene in questi casi, l’esercizio di moralità assoluta diventa un’operazione completamente immorale.

Gennaio 1979: la scelta

Nel gennaio 1979 quattro leader occidentali si ritrovarono in una villa ai Caraibi: Carter, Giscard d’Estaing, Schmidt, Callaghan. Argomento: cosa fare dello Shah? Il leader persiano non è più cool nelle opinioni pubbliche occidentali. L’Iran brucia di manifestazioni, guidate da comunisti e islamisti. Si cerca una soluzione che garantisca gli affari ma faccia anche da argine all’espansione sovietica, che si è allargata anche in Afghanistan. L’ayatollah Khomeini—esiliato in Francia, viene quindi definito “moderato”. Un celebre (e vergognoso) articolo del New York Times di quel tempo arriva a definirlo “una figura gandhiana“. Per accreditare il progetto politico suicida del suo ritorno (un progetto che copre molti interessi, come abbiamo raccontato in questo articolo) si accredita l’immagine di un anziano religioso che vuole “giustizia” e un “Iran più spirituale”. Un inganno e autoinganno che si scopriranno presto.

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Il 1 febbraio 1979 Khomeini rientra su un aereo francese. Due milioni di persone lo accolgono per le strade di Tehran. L’8 marzo il nuovo regime annuncia l’hijab obbligatorio. Migliaia di donne scendono in piazza urlando: “Non abbiamo fatto la rivoluzione per tornare indietro di 1.400 anni!”. Ma è troppo tardi. Se l’Iran ha avuto la possibilità di evolvere in una democrazia compiuta, ormai l’ha persa. Se ne riparla in questi giorni, nel folle bagno di sangue di un regime in crisi terminale, mentre le piazze chiedono la loro seconda occasione: il ritorno dello Shah. 
Antonio Pintér Boomerissimo.it®

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