Il 22 luglio 1979 Saddam Hussein annunciò le sue purghe in diretta TV: 17 minuti di terrore che trasformarono 68 dirigenti Ba’ath in vittime o carnefici. La “lotteria della morte” che inaugurò 24 anni di dittatura.
C’è chi ha avuto la disgrazia di vivere in una dittatura. La mia famiglia per sua sfortuna ha avuto il privilegio di conoscerne tre, solo apparentemente diverse: il fascismo in Italia, il fascismo e poi il colpo di stato nazista in Ungheria e infine come ciliegina, il “socialismo reale” staliniano, un regime in cui secondo alcuni calcoli venne arrestato, deportato, incarcerato, spesso ucciso, un ungherese su sette. Nessun paese d’Europa ha conosciuto un terrore del genere.

Quando mio padre scappò da quell’inferno, nel corso della rivoluzione del 1956 per approdare finalmente in Italia, la cosa che si portò dietro, e che ci trasmise prima di ogni altra, è che la democrazia non è scontata, e non è cosa da prendere alla leggera. Ho sempre guardato il mondo da quella prospettiva, io che sono nato apolide. Pur essendo di natura un contestatore e un rompiscatole, ho sempre trovato in questo paese imperfetto che mi ha accolto (ci sono nato, ma da apolide), una realizzazione molto imperfetta ma preziosa di qualcosa da difendere ad ogni costo.
Ogni volta che noi di Boomerissimo pubblichiamo qualcosa su Saddam Hussein, uno dei dittatori più feroci della storia recente, che diventò ad un certo punto una specie di sanguinaria joint-venture tra oriente e occidente, emerge con chiarezza una certa differenza di prospettiva con alcuni lettori, che sembrano convinti che tutto il male venga da quello che percepiscono come una caricatura di democrazia, di fronte alla quale persino un Saddam diventa abbastanza apprezzabile.
Tutto sommato spero per loro che nulla nel loro futuro alteri questo stato lisergico e che mai si debbano trovare a vivere in qualcosa che nei loro sogni ideologici (qualunque essi siano, il risultato come dicevo spesso non è dissimile) potrebbe sembrare un sogno meraviglioso, o comunque alternativo a questo mondo sgangherato che disprezzano tanto.
Quando il terrore debuttò in diretta TV
Ogni regime ha i suoi momenti simbolici e se c’è una cosa che l’Iraq non è mai stato è una pacifica democrazia. Creatura coloniale, conteso tra nazismo e inglesi, è persino riuscito a conoscere un fenomeno che mi tocca ancora più da vicino, il pogrom di Baghdad del 1941. L’orribile “Farhud” nel quale l’islamismo panarabo allora alleato del nazismo si esercitò in un massacro allucinante, che è rimasto storico di una minoranza che per queste cose viene sempre buona: gli ebrei.
La purga in diretta – Boomerissimo.it
C’è dunque ben poco da portare a modello nella storia di questo sfortunato paese, che però, dopo ulteriori sviluppi, massacri, colpi di stato e colpi di palazzo, riuscì ad inaugurare la sua fase più nota e più tragica in un giorno e in un modo che sono rimasti unici al mondo.
Il 22 luglio 1979, alle 14:27, nella sala Al-Khuld di Baghdad, Saddam Hussein trasformò una riunione di partito in un macabro spettacolo che avrebbe terrorizzato l’Iraq per 24 anni. Sei giorni dopo essere diventato presidente, il dittatore iracheno mise in scena la più spettacolare purga politica della storia moderna: 17 minuti di puro terrore psicologico che ridussero 68 dirigenti del partito Ba’ath a vittime o complici.
La trappola perfetta: “Emergenza al partito”
Circa 400 membri della dirigenza Ba’ath (il partito nazional-socialista-panarabo che aveva preso il potere nell’ormai lontano 1968, furono attirati in una sala, per una di quelle sfarzose occasioni che i partiti unici amano in modo appassionato. Credevano di partecipare a una celebrazione di routine per la promozione di Saddam a capo supremo.

Invece, si ritrovarono ad essere scioccati prigionieri, testimoni, protagonisti o esecutori di una carneficina. Qualcuno cominciò a sospettare che le cose si stessero mettendo male quando la polizia segreta sigillò le porte dell’auditorium. Aveva ragione.
Il nuovo presidente, elegante nel suo completo su misura, sedeva tranquillamente a un tavolo semplice, dietro il microfono, fumava uno dei sigari cubani cubani che amava. E nel frattempo stava orchestrando una “pulizia” di stile molto peculiare, ma al contempo innovativo.
La lista della morte
Alle 14:27 precise, un uomo fu portato sul palco: Muhyi Abdul-Hussein Mashhadi, fino a pochi giorni prima segretario generale del Consiglio del Comando Rivoluzionario e braccio destro del predecessore Al-Bakr.

Era stato arrestato in segreto sei giorni prima e torturato fino a diventare l’ombra di se stesso, spezzato dalle minacce (decisamente credibili) alla moglie e alla figlia., con minacce contro moglie e figlia. Non siamo riusciti a scoprire quale sia stato il loro destino.
“La sua personalità era scomparsa”, riferirono i testimoni. L’uomo che fino a poco prima terrorizzava i suoi avversari politici, ora tremava al microfono, con evidenti segni di tortura e lo sguardo vuoto di chi ha subito violenze indicibili.
Mashhadi cominciò la sua confessione preparata: “Ho tradito il partito, ho tradito la rivoluzione”. Poi, come un automa, iniziò a leggere i nomi di presunti cospiratori filo-siriani seduti proprio in quella sala. Uno per uno, 68 dirigenti furono chiamati per nome, costretti a pronunciare lo slogan del partito e accompagnati fuori dalle guardie in uniforme.
La scena divenne atroce e surreale quando alcuni degli accusati protestarono la loro innocenza: “Ma io non ho fatto niente”, balbettò uno di loro prima di essere trascinato via. Il panico si diffuse nella sala mentre i sopravvissuti, terrorizzati di sentire il proprio nome, iniziarono a gridare proclami di fedeltà: “Lunga vita al nostro signore presidente! Lunga vita a Saddam!”
Da spettatori a carnefici
Fuori dall’auditorium, i 68 arrestati furono processati immediatamente da un tribunale speciale presieduto da Barzan al-Tikriti, che sarebbe stato impiccato durante l’occupazione americana. Il verdetto arrivò in pochi minuti, con celerità degna di miglior causa: 22 condanne a morte, tra cui cinque membri del Consiglio del Comando Rivoluzionario. Gli altri furono condannati ai sotterranei, dalla “misericordia” di Saddam.
Quindici giorni dopo, l’8 agosto 1979, le esecuzioni furono portate a termine con un tocco caratteristico del sadismo di Saddam: i sopravvissuti della purga furono armati e “costretti” a fucilare i loro ex-colleghi, cosa che fecero con sollievo, come sempre succede quando il mondo si divide in sommersi e salvati. . Tra le vittime eccellenti: Muhammad Ayesh, stimato economista, e Ghanim Abdul-Jalil, carismatico organizzatore di partito. La loro carriera finì davanti alle canne dei fucili dei loro compagni di partito.
Un documento unico nella storia
L’intera cerimonia fu filmata su ordine di Saddam. Il video fu distribuito in tutto l’Iraq, una specie di inedito filmato motivazionale. Le immagini sono tuttora raggelanti, anche per chi in quella sala ebbe le fortuna di non essere stato invitato. Si vedeva il dittatore che fumava tranquillamente il sigaro mentre veniva annunciato chi doveva morire. Il messaggio era di quelli che non possono fraintedere. Un esempio di comunicazione di massa, nel quale le dittature sanno talvolta eccellere.
La purga del 22 luglio inaugurò la distanza tra i due Ba’th, quello siriano e quello iraqueno. Soprattutto, cementò il potere assoluto di Saddam inaugurando quel regno del terrore che in un paio di decenni avrebbe causato la morte o scomparsa di 250.000-290.000 iracheni, chi fucilato, chi torturato a morte, chi gassato.
Quel pomeriggio del 1979, in 17 minuti Saddam gettò le basi di un mondo che forse è esagerato definire nuovo, come la mia storia familiare racconta molto bene. Diciamo un mondo vecchio in modo nuovo, e con l’ausilio prezioso della comunicazione di massa e della diretta TV.
C’è chi dice, e forse non a torto, che l’Iraq del dopo Saddam sia riuscito a sprofondare in un abisso ancora peggiore. Persino io, che considero la democrazia un bene assoluto e non negoziabile, in Iraq ho finito per rendermi conto che i sacrifici immensi che sono necessari per abbattere un regime feroce, purtroppo, non sempre conducono a un mondo molto migliore.
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Una scoperta agghiacciante per chi, in certi mondi orribili, è stato costretto a vivere suo malgrado.
Antonio Pintér – Boomerissimo.it


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