Saddam Hussein è stato un padre severo, ingiusto forse, ma Uday se l’è cercata
L’Iraq che conosciamo è un posto senza pace. Difficile pensare che in anni remoti, nel il 762 d.C., il califfo al-Manṣūr decise di fondare una nuova città, in persiano Baghdad, ma che veniva ottimisticamente chiamata anche Madīnat al-Salām, “Città della pace”.

Questo luogo fatato doveva essere alla stessa latitudine di Damasco (33,33º). Il punto esatto dove costruire la città lo fissarono un astronomo persiano e uno giudeo. Baghdād nacque capitale ed ebbe uno sviluppo fuori dal comune.
Saddam
Facciamo un salto in avanti di qualche secolo e arriviamo in epoche a noi più note, all’epoca dell’Iraq di Saddam Hussein.
Il dittatore Ṣaddām Ḥusayn al-Tikrītī nacque poverissimo a Al-ʿAwjah in una famiglia di allevatori di ovini. Rimase orfano molto presto e mandato a vivere da uno zio. Tornato a vivere con la madre ed il suo nuovo marito visse un’infanzia di vessazioni da parte del patrigno che lo trattava alla stregua di uno schiavo.
Quel pastore riuscì a diventare il presidente dell’Iraq, esercitando un potere assoluto e brutale. Dire che il mondo occidentale abbia avuto nei suoi confronti un atteggiamento ambivalente non rende abbastanza l’idea, ma in questa sede nessuno vuole negare la crudeltà del dittatore, tantomeno azzardare un’analisi storica.
Saddam sposò la cugina Sajida Talfah da cui ebbe cinque figli, due maschi Uday e Qusay e tre femmine Raghad, Rana, Hala.
Ma uno dei suoi figli fu per lui una vera spina nel fianco: Uday.
Uday e la punizione del padre
Se Saddam era ben lontano dall’essere un chierichetto, a detta di chiunque lo abbia conosciuto, il suo primogenito Uday era ben oltre. Era noto a tutti che fosse un sadico, anche a suo padre. In quanto primogenito era il designato erede del dittatore, ma successivamente Saddam elesse a suo delfino il secondogenito, Qusay, ufficialmente a causa delle ferite che Uday aveva riportato a seguito di un attentato.

Nominato capo del comitato olimpico del suo paese, Uday era solito far torturare gli atleti se costoro non portavano a casa i risultati sperati.
Tutti i genitori hanno un figlio per il quale sono costantemente preoccupati e per Saddam Uday era un pensiero costante.
Un libro molto interessante di Will Bardenweper, “The prisoner in his palace” narra del periodo in cui il dittatore era prigioniero degli americani e del rapporto che si instaurò tra Saddam e i soldati addetti alla sua sicurezza. Questi ragazzi sono state le persone a lui più vicine durante la detenzione ed il processo e con loro si lasciava andare a racconti e confidenze. Leggeva, scriveva e fumava i suoi sigari Saddam e faceva domande ai militi americani circa le loro vite, le loro famiglie, i figli.
Difficile dire se l’interesse del dittatore nei confronti dei suoi carcerieri fosse vero o fosse soltanto una mossa manipolatoria da abile politico, ma per reciprocare, il presidente dell’Iraq narrò loro una storia con protagonista il suo primogenito.
Uday era ossessionato dal sesso e si serviva di amici e accoliti per portagli donne. Aveva una predilezione per spose giovanissime (di altri) i cui mariti nulla potevano per sottrarre le mogli all’attenzione del figlio di Saddam. Molte volte le “requisiva” direttamente al ricevimento nuziale. La sua altra passione erano le automobili di lusso.
Secondo il libro, una sera, dopo l’ennesima tazza di tè, Saddam condivise con i suoi carcerieri un ricordo:
“One time Uday made a terrible mistake, he made me very angry”
I soldati, ormai presi dalla curiosità, gli chiesero di proseguire il racconto.
Ad un party si accese una disputa tra il fratellastro di Saddam e il fratello di sua moglie, avente per oggetto una prostituta. Per dirimere il conflitto fu chiesto il parere di Uday. Uday arrivò alle tre del mattino con un’arma in puro stile Rambo. Evidentemente alterato, probabilmente ubriaco, dopo che qualcuno gli riferì che “ziastro” lo aveva preso in giro puntò l’arma verso gli invitati, uccidendone tre. Non pago, rivolse il fucile verso lo zio e lo colpì ad entrambe le gambe, mentre le guardie del corpo rimanevano immobili per il terrore. Altre sei ballerine rimasero uccise, colpevoli di dover rallegrare la serata.
Il dittatore era furibondo e sapendo quanto il figlio tenesse alla sua collezione di auto che vantava Bentley, Rolls Royce, Ferrari, Porsche e chissà cos’altro, ordinò che venisse dato fuoco all’intero garage.
Saddam si godé lo spettacolo da novello Nerone, guardando le alte fiamme divorare milioni di dollari di auto, fumando, sorridendo, uno dei suoi amati Cohiba.
Antonietta Terraglia (Copyright Boomerissimo®)
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