Sport e dittatori, un mix sempre pericoloso. Ma se il dittatore è Gheddafi e il calciatore è suo figlio Saadi, il mix diventa esplosivo. Ne sa qualcosa una delle più storiche squadre libiche, che pagò a carissimo prezzo le sue divergenze sportive con la famiglia “regnante”
Non tutte le rivoluzioni finiscono bene. Non tutti i regimi sanguinari lasciano il posto a qualcosa di migliore. È anzi statisticamente facile che accada il contrario. Discutere di questo fenomeno di involuzione del peggio in qualcosa di ancora più spaventoso è cosa che appassiona molti, sempre sicuri di avere la spiegazione a tutto. Meno, noi di Boomerissimo, che di certo non vogliamo convincere nessuno di idee che pure abbiamo in abbondanza.

Ad ogni modo, guardando alla Libia di oggi è facile che qualcuno possa guardare con nostalgia persino al regime del Colonnello Gheddafi. Si stava meglio quando si stava peggio, sostengono in molti. Paradossalmente non è nemmeno detto che sia falso, tale è il disastro che è venuto dopo.
Salito al potere, come Saddam, con un colpo di stato militare, Gheddafi aveva costruito un regime piuttosto singolare, dalle basi ideologiche cangianti e indefinibili. Ma assolutamente tradizionale nella sua aderenza alla tradizione della satrapia “orientale”. Violenza, potere, denaro, persecuzione sadica degli avversari, terrore verso i ribelli. E tutta la coreografia di giocattoli e di passioni con cui capi del tipo di Gheddafi amano dilettarsi. E ancora più i loro figli.
Gheddafi e il calcio, una relazione complicata dall’asineria
Succede spesso che mentre i dittatori propriamente detti sono costretti a occuparsi di faccende di stato (e lo fanno nel loro peculiare modo), sia necessario trovare ai figli uno spazio in cui sfogare le passioni che sono naturali per un giovane (in questo caso parliamo di quella per la palla).
E magari si facciano le ossa come capi, cominciando ad esercitare il proprio potere dinastico in qualcosa che tutti possono vedere e applaudire, ma che non causa danni irreparabili in caso di insuccesso. Lo sport rappresenta un compromesso ideale. Ideale almeno per chi non si trova a subire il talento sportivo e la gestione “tecnica” del minidittatore.
Aggiungiamo un’ulteriore considerazione. Le dittature sono fatte per togliere ai sudditi quasi tutto. Lo sport rappresenta una valvola di sfogo, una distrazione e una speranza. Responsabilità di chi amministra un paese con il ferro e con il fuoco, è almeno quella di portare a casa qualche successo sportivo.
Il ruolo del figlio può in questo caso rappresentare un ostacolo. Specialmente quando il figlio è Saadi, e pretende di giocare nella nazionale libica, pur essendo, ahimé, un asino. Gran parte dei problemi di questa storia cominciano qui.
Al-Ahly, i leoni di Bengasi (e di Tripoli)
La Libia è un paese artificiale e complicato. Cirenaica e Tripolitania, unificate sotto il regime coloniale italiano, non sono mai state in realtà amiche. Tra le altre cose, sono divise da due squadre con lo stesso nome: Al-Ahly.
La squadra di Bengasi è una delle più blasonate in Libia, la sua storia risale ai tempi della resistenza anticoloniale di Omar Al-Mukhtar, che il regime libico ha sempre celebrato a parole. Molto meno nei fatti, perché l’identità e l’indipendenza di Bengasi erano infide e minacciose. E quindi perseguitate, con un odio ampiamente ricambiato.
Al-Ahly, era una di queste espressioni, con i suoi 30.000 fan. Come tale sospetta e poco amata dalle alte sfere politiche del calcio libico.
Nel 2000, 11 anni prima della caduta del regime, i tifosi locali si resero conto che la loro squadra era oggetto di una vera e propria persecuzione da parte della Federazione, il cui capo (oltre che giocatore della nazionale) era iappunto Saadi. Per rendere le cose ulteriormente complesse, Saadi era anche il presidente dell’ Al-Ahly di Tripoli, con un cumulo di ruoli e di cariche come forse nessuna federazione calcistica ha mai visto. Un vero e proprio incubo per il club di Bengasi che tra rigori grotteschi, arbitraggi allucinanti, si trovò prima costretto al fondo della classifica, poi retrocesso per la prima volta nella sua storia.
Gli episodi sul campo furono talmente folli da indurre almeno in un’occasione la squadra a ritirarsi dal campo in segno di protesta. Protesta prontamente sedata dai servizi di sicurezza, che rispedirono i giocatori in campo sotto la minaccia del fucile.
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Successo momentaneo dei persecutori. Dopo la partita decisiva per la retrocessione, la protesta si allargò dal campo a tutta la tifoseria. Non bastò minacciare i giocatori: le strade furono invase in una vera e propria insurrezione, per quanto pacifica.
Saadi, un asino vendicativo
Nessuno in Libia aveva mai osato ribellarsi al pugno di ferro di Gheddafi. I tifosi dell’ Al-Ahly lo fecero. Riempirono le strade, bruciarono foto del dittatore. Ma il gesto definitivo, quello che scatenò l’ira distruttiva del regime fu un altro.

I tifosi di Bengasi presero un asino vero e lo vestirono con la maglia del figlio di Gheddafi, completa del suo numero. Deriso da sempre da ogni appassionato di calcio, Saadi si trovò in strada nei panni di un somaro, e non ci vide più.
La vendetta fu crudele: per prima cosa fu abbattuta la statua di Omar Al-Mukhtar, l’eroe libico celebrato dal regime, ma anche simbolo dell’identità “ribelle” della Cirenaica.
Furono riuniti i bambini e le bambine della città e sotto i loro occhi i bulldozer spianarono lo stadio, i campi di allenamento, la sede della società di calcio di Bengasi. Tutto fu ridotto in macerie, le coppe schiacciate, i registri distrutti e dispersi. Al-Ahly delenda est. Mancò solo il sale sulle macerie. La squadra non c’era più, la sua storia e le sue strutture nemmeno. Per sicurezza fu anche retrocessa ed esclusa dal campionato. Trentuno tifosi incarcerati, tre condannati a morte: le condanne non furono poi eseguite, ma uno dei tre si suicidò ugualmente.
Da asino a coniglio, la fine
La vicenda del Gheddafi calciatore ha un poco onorevole (per l’Italia) finale nostrano. Grazie ai buoni uffici e ai soldi sottratti al popolo libico e versati da papà Muhammar, Saadi ha conquistato gli onori della panchina in un paio di squadre di Serie A, totalizzando una decina di dimenticabili e dimenticati minuti in campo.
Poi ci sono stati il ritorno in Libia, la fuga dai tribunali italiani (dove sono finiti alcuni conti d’albergo non pagati) e libici (le accuse che lo riguardano, dopo la caduta del regime, sono un po’ più gravi).
Per quanto se ne sa, oggi Saadi si nasconde in Turchia, dove è riuscito a riparare con l’aiuto dei forzieri di famiglia, custoditi in banche senza macchia. L’ Al-Ahly di Bengasi è tornato a giocare, in tono minore. Il suo stadio, le sue strutture, il suo impianto di illuminazione, i campi di allenamento, sono tuttora in macerie. Nessuno ha più avuto i soldi per rimetterli in piedi.
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Gheddafi è morto, sappiamo come. I soldi sono altrove, tra vecchi e nuovi padroni della Libia.
Continuano a uccidere, quei soldi. Usarli per giocare a pallone non è più servito a nessuno.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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