I dittatori sono convinti di poter fare tutto, ma proprio tutto. Anche in campi che necessitano di creatività e perizia.
Qual è il tratto comune dei dittatori? Cosa condividono personaggi come Hitler, Mussolini, Saddam Hussein e Gheddafi (solo per citarne alcuni)?

La psicologia del dittatore è variegata, ma un tratto è possibile ravvisare in ognuno, di qualsiasi area geografica e di qualsiasi epoca: il narcisismo.
La psicologia del dittatore
Ci è più facile credere che i dittatori siano delle persone sgradevoli a prescindere, il cui tratto malvagio sia evidente alla prima occhiata, appena aprono bocca, dei pazzi, con gli occhi spiritati, iniettati di sangue. Sarebbe più facile ed anche più rassicurante, ma non è così.

E se per alcuni di loro si possono identificare tratti di personalità deviata (vedi Stalin), altri sono stati (e sono) di buona conversazione e cultura, dotati di fascino, carisma, capaci, se non di celare il loro lato oscuro, di metterlo in secondo piano con tattiche manipolatorie.
Il narcisismo può portare al delirio di onnipotenza e il circondarsi di persone condiscendenti non aiuta. I membri della cerchia ristretta riportano ciò che il capo vuole sentirsi dire nel timore di ritorsioni. Da ciò deriva che i dittatori hanno con gli altri relazioni deviate, perché i rapporti di potere non sono in equilibrio.
Le manifestazioni oceaniche di affetto e tributo al capo possono dargli la sensazione di essere profondamente amato. Quando questa convinzione si infrange, esplode la rabbia.
Gheddafi, l’ormai defunto dittatore libico, secondo alcuni esperti era una personalità borderline, una persona in precario equilibrio tra nevrosi e psicosi. La componente narcisistica del suo carattere era evidente in ogni aspetto del suo essere. Il continuo riferirsi al “suo popolo” che lo amava tradiva la caratteristica in modo evidente.
Gheddafi e la sua creazione
Ma non solo in ambito politico Gheddafi aveva espresso il suo sentirsi eccezionalmente dotato, il suo ego smisurato lo aveva portato ad applicarsi in campi da cui avrebbe fatto bene a tenersi lontano, un campo che è sacro a molti e che richiede conoscenza, perizia e visione, non delirio: l’automobile.
Nel 2009 venne presentata al Summit dei Paesi africani la sua creazione: Rocket. Si trattava di una vettura, un prototipo disegnato dal colonnello. Era lunga 5.5 m, larga 1,8 e pesava 1860 kg. Montava un motore 6 cilindri di 3 litri, accreditato da 0 a 100 km/h in 7 secondi, mentre gli interni erano un tripudio di pelle e marmi (!). La vettura, prodotta in soli due esemplari dalla Tesco TS di Torino avrebbe dovuto essere l’apripista per la nuova industria automobilistica della Libia.
La sua linea era, a detta di tutti, designer e semplici appassionati, di una bruttezza imbarazzante. Aveva una forma pressoché esagonale, in cui la parte anteriore e quella posteriore erano quasi uguali. Spacciata come auto estremamente sicura dal suo creatore, ha però creato qualche dubbio in chi l’ha osservata, data la forma a punta, sia davanti che dietro, forma che serviva a giustificarne il nome: Rocket.
Notizie certe sui consumi non ne sono arrivate, ma per spostare tutta quella massa, non doveva essere parca.
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Esattamente dieci anni prima il colonnello aveva tentato di dare una spinta all’industria automobilistica con un altro prototipo, la berlina Saroukh el-Jamahiriya (il Missile Libico), ma anche questo progetto seppur destinato, nelle parole del dittatore “a migliorare la sicurezza del genere umano” finì disperso come la sabbia del deserto.
Nel 2011 la rivoluzione libica ha spazzato via la dittatura di Gheddafi e dei due prototipi si sono perse le tracce. Anzi, se qualcuno dei lettori avesse notizie di prima mano, saremmo ben lieti di ascoltarle, sperando abbiano avuto sorte migliore del suo creatore.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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