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Ungheria - Unione Sovietica pallanuoto 1956

Olimpiadi 1956, sangue e rivoluzione in acqua

Dicembre 1956, nella piscina della pallanuoto olimpica di Melbourne va in scena la rivincita della rivoluzione ungherese appena schiacciata dai carri armati sovietici. Ungheria – Unione Sovietica è di nuovo battaglia, non meno sanguinosa di quella che si era appena svolta nelle strade di Budapest. Vi raccontiamo come andò a finire. 

Nel 1956, un drammatico e sanguinoso mese di rivoluzione cambiò molte cose nella vita di molti, ma sfortunatamente non riuscì a cambiare le cose per l’Ungheria. 

Ungheria - Unione Sovietica pallanuoto 1956
Zádor Ervin durante la partita del 1956 – Boomerissimo.it

Mio padre, che la rivoluzione se l’era vista scoppiare sotto casa, in Bródy Sándor Utca, con gli spari davanti alla sede della radio, riuscì a prendere un camion e a riparare fortunosamente in Italia, portandosi dietro solo quello che aveva addosso. In venti giorni di furiosi combattimenti per la strada i carri armati sovietici schiacciarono il sogno socialista democratico di Imre Nagy, i morti furono migliaia, gli esuli 200mila, la caccia all’uomo e le esecuzioni, sia sommarie che pubbliche, sarebbero continuate per anni lasciandosi dietro un’Ungheria nuovamente insanguinata e distrutta, dopo i massacri della Seconda Guerra Mondiale e della Shoah.

In quell’Ungheria di fine ottobre e novembre tutto ribolliva. Studenti e operai si improvvisavano guerriglieri, il Partito Comunista si sfaldava e si ricostituiva, crollava il volto staliniano di Rakosi, nasceva la breve speranza di Nagy. La polizia politica più temuta dell’est veniva sconfitta, appesa ai pali per la strada, o si nascondeva in attesa di tempi migliori

I mesi surreali del Settebello ungherese

Solo un gruppo di ungheresi viveva isolato dal resto del paese, in un ritiro montano lontano da Budapest.

Ungheria - Unione Sovietica pallanuoto 1956
La rivoluzione ungherese e la statua di Stalin – Boomerissimo.it

Non sapevano nulla, non sospettavano nulla. Quando l’eco delle cannonate e della battaglia cominciò ad avvicinarsi troppo, furono caricati su un pullman e trasferiti in segreto oltre confine, in Cecoslovacchia, dove continuò e anzi aumentò il loro isolamento surreale. Era la squadra di pallanuoto ungherese, uno dei team più temuti del mondo. La squadra di Zádor, Gyarmati, e Jeney era il corrispettivo acquatico della Grande Ungheria del calcio di Puskás. La grande potenza di una piccola nazione, e si preparava per lottare e vincere le imminenti olimpiadi di Melbourne, che si sarebbero giocate a dicembre.  Il regime si stava riformando, o forse stava crollando, o sarebbe stato restaurato. Tutto ciò non era chiaro, l’unica cosa che i dirigenti sportivi ungheresi avevano chiarissima era che qualunque fosse stato il destino del paese, il tesoro del team olimpico andava preservato ad ogni costo, nascosto, isolato dal mondo. Quella che arrivò a Melbourne era una squadra di zombi: erano gli unici ungheresi a cui era evidente che qualcosa di enorme era accaduto nel paese, e che gli odiati sovietici ne erano responsabili. Ma non avevano nessuna idea di come le cose si fossero svolte, né di come fossero andate a finire. 

La seconda rivoluzione in piscina

Liberati dalla morsa dell’esilio cecoslavacco, per quanto guardati a vista da occhiute vedette politiche, gli ungheresi arrivarono a Melbourne affamati di notizie e completamente esasperati.

Il match di pallanuoto più sanguinoso di tutti i tempi – Boomerissimo.it

Per quanto gli sforzi del Partito (che nel frattempo aveva cambiato nome, senza cambiare molto altro) fossero solerti, il tam tam delle notizie cominciò a rimbalzare attraverso la diaspora degli ungheresi in Australia. Bucò rapidamente il muro della disinformacija voluto dal grande fratello sovietico in stretto accordo con i fratellini del regime ungherese sopravvissuto e ricostituito. Le notizie degli scontri nelle strade, delle città distrutte dai tank sovietici, della repressione organizzata da Andropov (il resident del KGB in Ungheria, che in seguito avrebbe fatto una luminiosa carriera), riempirono di rabbia i giocatori. In condizioni diverse, se non fossero stati tenuti prigionieri dalla loro Federazione, forse quei ragazzi sarebbero stati tra quelli che difendevano le strade di Budapest con mitra e bottiglie molotov. I sovietici in Ungheria non sono mai stati troppo popolari. Sulle ceneri di quella rivoluzione spezzata diventarono l’obiettivo di un odio profondo e incancellabile (e come Viktor Orbán sia riuscito ad anestetizzarlo, per riportare l’Ungheria nella sfera di interesse russa, è per me uno dei misteri più fitti della geopolitica mondiale).  I sovietici avevano vinto la loro battaglia impari nelle strade. Ma ora si profilava uno scontro ben diverso, e questa volta ad armi pari, nell’acqua

Sangue nell’acqua

Quando il tabellone olimpico portò Ungheria ed Unione Sovietica a battersi in semifinale, la posta in gioco era chiarissima per tutti. Sarebbe stata una battaglia, una rivincita senza esclusione di colpi, in uno sport di cui molti ignorano la durezza fisica, e talvolta la cruda violenza. La pallanuoto non è uno sport per pelli delicate, e certamente non lo sarebbe stato quella volta.

Ungheria - Unione Sovietica pallanuoto 1956
La squadra di pallanuto ungherese del 1956 – Boomerissimo.it

Il team magiaro era ormai incontrollabile, anche per gli arcigni custodi del regime: si presentò con la bandiera rivoluzionaria, quella da cui l’elaborato stemma del regime era stato tagliato via, lasciando al suo posto un buco.  Gli ungheresi affrontarono il match con una carica agonistica feroce, sospinti da un pubblico che era tutto per loro. Conoscevano, almeno un po’, il russo, che nell’Ungheria comunista era materia obbligatoria. Lo usarono per provocare e logorare i nervi dei sovietici, che accusarono immediatamente il colpo.

Gli ungheresi passarono in vantaggio immediatamente, tagliando le gambe ai loro avversari, che reagirono più con il fisico che con la tecnica. La partita diventò uno scontro di inaudita violenza sopra e sotto l’acqua. Con l’Ungheria ormai in vantaggio per 4 a 0 e con solo un minuto rimasto per recuperare, i sovietici persero la testa. Valentin Prokopov colpì con violenza al volto la stella del “settebello” ungherese: Ervin Zádor, causando un taglio profondo al sopracciglio, che cominciò a zampillare sangue e a tingere l’acqua.  Sugli spalti, quella piscina di nuovo rossa di sangue ungherese inferocì il pubblico, che a sua volta si sollevò in una rivolta. Il pericolo di vittime stava diventando drammaticamente reale: gli arbitri saggiamente fischiarono la fine anticipata, con una mossa dagli scarsi precedenti regolamentari, ma che salvò tutti dalle conseguenze di uno scontro che ormai rischiava di estendersi a tutto e a tutti. L’ Ungheria era in finale e sullo slancio travolse anche la Yugoslavia, conquistando un oro olimpico che non era però il tipo di trionfo che il comunismo ungherese aspettava. Negli anni successivi larga parte del team ungherese seguì le orme di tanti concittadini, gente come mio padre e sua sorella (ovvero mia zia) e raggiunse l’occidente, abbandonando un paese che ormai era vissuto come un carcere senza nessuna speranza di riscatto. Se ne andò anche Zádor Ervin, che si stabilì in America. 

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Aveva forse deciso di continuare a dare dispiaceri ai sovietici, perché diventò l’allenatore di Mark Spitz, il baffuto nuotatore ebreo americano che nel 1972 massacrò di nuovo la superpotenza rossa (e per la verità a tutti gli altri) conquistando sette medaglie d’oro, che si aggiunsero al paio già conquistato nel 1968. In quella nuova rivoluzione americana c’era un tocco molto ungherese. Molto oro nell’acqua che veniva dal sangue di quel 1956 a Melbourne.

Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®

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