Alle olimpiadi di Monaco del 1972 il terrorismo scopri la bomba più potente di tutte: la morte in diretta mondovisione. È la più grande rivelazione degli ultimi decenni, eppure non tutti se ne accorsero. E io meno di tutti.
Le Olimpiadi di Monaco del 1972 furono per me il grande debutto in una disciplina appassionante, in cui l’Italia vanta una immensa tradizione: la raccolta di figurine. Mi ero scaldato un po’ ai mondiali del 1970, ma in quella prima esperienza non avevo mai realmente sperato di concludere il mio album.

Mi accontentavo di essere andato considerevolmente oltre la metà, e di avere all’attivo, vuoi per fortuna, vuoi per effetto di trattative serrate con gli altri bambini del cortile, un bel po’ di quelle figurine “speciali” su fondo oro. Tra cui la più preziosa: il C.T. Valcareggi.
Monaco 1972, la prima volta
Mazzi di “doppie” erano passate di mano per arrivare a tanto. Avevo capito il sistema e quando si avvicinò l’inaugurazione delle Olimpiadi estive, ero ormai pronto, nel fulgore dei miei otto anni. Ero pronto ma segregato, insieme a mio cugino, in quel di Monterosso. Un paesino allora assai meno cosmopolita di oggi, che contava due edicole in croce, ai due capi del paese. Non c’era quella straordinaria ricchezza di punti vendita che mi ero lasciato alle spalle a Milano. Di quelle Olimpiadi ricordo tutto. Ricordo il mio album che si riempiva, le trattative difficile con mio cugino (che si rivelò praticamente l’unico con cui potessi intavolare scambi di “doppie”). Ricordo il mio idolo Mark Spitz, che accumulava medaglie su medaglie. E in misura sicuramente minore gli eroi nazionali Mennea e Simeoni (entrambi finiti appiccicati sull’album già nelle fasi di apertura). Ricordo la cultura che mi feci sulle discipline più improbabili della kermesse olimpica, che pure avevano le loro pagine. Ricordo che foraggiati da mamma e zia, che dovevamo avere esasperato oltre ogni possibile limite, disseccammo tutte le fonti di approvvigionamento di figurine del paese, ben prima di concludere l’album.

Tale doveva essere la sofferenza delle nostre povere madri, che fummo persino autorizzati ad allargare il terreno di caccia e comprare altre figurine a Levanto, il paese vicino. Lo raggiungevamo da soli con il treno per fare incetta di bustine azzurre di Monaco 1972. Le madri di una volta erano meno ansiose di quelle di oggi, evidentemente. Oppure le avevamo ridotte in condizione di non nuocere con la nostra follia per Monaco ‘72. Di quelle Olimpiadi ricordo tutto questo, ogni pagina, ogni figurina, ogni gara nella TV in bianco nero. Curiosamente, ripensandoci, mi sono reso conto di non ricordare nulla del’evento più drammatico e clamoroso dei Giochi, quello che fermò tutto e cambiò il mondo per sempre: l’attacco di Settembre Nero alla squadra israeliana. La trattativa, la suspence, le ore di tensione all’aeroporto, l’intervento scriteriato della polizia tedesca, che culminò con la morte di tutti gli ostaggi e di tutti i terroristi. L’attacco di Monaco fa parte in modo ingombrante della mia coscienza e del mio senso morale. Ha modellato per sempre la mia visione del mondo, e la convinzione profondamente radicata che un ebreo, alla fine dei conti, si deve proteggere e salvare da solo. È una pietra angolare del mio modo di vedere le cose, ma lo è diventato dopo, col tempo, man mano che seppi e che ci pensai. Allora, in diretta, non vidi nulla e non mi accorsi di nulla. Il che è decisamente curioso, se si pensa che Monaco 72 è considerato, con ragione, il momento in cui il terrorismo ha capito che il terrore è un grande teatro e che il fiato sospeso del mondo appiccicato ai televisori è già di per sé un risultato politico. Per diciotto ore il mondo stette col naso appiccicato al televisore, aspettando di capire come sarebbe andata a finire. Morirono tutti (come forse la folla spera segretamente in questi casi, perché la morte è il più grande spettacolo che ci sia), e io che guardavo le Olimpiadi H24 non mi accorsi di nulla. Mi chiedo come sia stato possibile, e l’unica risposta che trovo è che mia madre probabilmente si rivelò molto superiore alla polizia tedesca (e fin qui non ci voleva molto) e pure all’orribile abilità di Settembre Nero. Volevano monopolizzare l’attenzione del mondo, volevano incutere timore e suscitare rispetto: ci riuscirono con circa 900 milioni di persone, ma a casa mia, mamma e zia riuscirono a chiudere gli occhi di due pur curiosi e poco malleabili bambini, e per lungo tempo per noi Monaco 1972 furono solo figurine.
La cronaca degli eventi
Il 5 settembre 1972 otto uomini armati scavalcarono la recinzione del villaggio olimpico. I tedeschi avevano deciso di far dimenticare il brutto fantasma delle olimpiadi di Berlino del 1936

Avevano dato alle Olimpiadi del 1972 il motto di “giochi allegri”. Poca polizia, poca sicurezza in giro. Una scelta che si sarebbe rivelata sconsiderata. I terroristi di Settebre Nero ne approfittarono: volevano prendere in ostaggio l’intera squadra israeliana per usarla come merce di scambio (una tattica che avrebbe avuto un grande avvenire). Volevano la libertà per centinaia di guerriglieri palestinesi e per i capi della banda Baader-Meinhof (le BR tedesche, semplificando per chi avesse dimenticato). Uccisero subito l’allenatore di lotta Moshe Weinberg e il sollevatore di pesi Yossef Romano che avevano tentato di resistere. Poi affrontarono con una certa abilità militare e mediatica la grottesca disorganizzazione delle forze tedesche, mentre Golda Meir rifiutava duramente ogni trattativa. La situazione divenne tragicamente assurda. Mentre i terroristi e i loro nove ostaggi erano sotto gli occhi di 900milioni di spettatori in tutto il mondo e si allestiva il sanguinoso teatro che avrebbe presto portato alla morte di tutti, i giochi olimpici andavano avanti tranquillamente, come niente fosse. Cosa che spiega quantomeno in parte il successo di madre e zia per tenere i due figli all’oscuro del dramma che si stava dispiegando. Il tragico epilogo dell’aeroporto è storia: i tedeschi non sapevano cosa fare, rifiutarono l’intervento israeliano, cominciarono a sparacchiare per conto loro. Esplosero le bombe, prese fuoco l’autobus con terroristi e ostaggi. Alla fine, davanti agli occhi orrificati del mondo fu chiaro che non si era salvato nessuno. Il seme dell’orrore in diretta, che sarebbe maturato appieno l’11 settembre, fu gettato quel giorno.
L’impresa di riuscire a non vedere
Come io sia riuscito a non vedere quello che succedeva, come mia madre sia riuscita a riparare un bambino di otto anni da quello spettacolo, è cosa che mi chiedo ancora oggi.

Resta il fatto che non fui l’unico. Il Comitato Olimpico Internazionale riuscì a non vedere quello che succedeva e continuare i suoi giochi per ore e ore, mentre nel Villaggio Olimpico un gruppo di atleti e i loro aguzzini marciavano verso una morte già scritta. Ancora più incredibile è come il Comitato Olimpico abbia continuato a non vedere per quasi cinquanta anni, rifiutando innumerevoli richieste di commemorare le vittime della strage più olimpica che ci sia mai stata. Riuscirono (meritoriamente) a commemorare le vittime di molti altri attacchi attacchi terroristici, continuando a dimenticare quelle di un attacco che aveva sconvolto i giochi olimpici stessi. L’amarezza per questa cecità e per questo mutismo è stata parte di quello che ha profondamente formato la mia coscienza, nel senso che decidevo prima. Solo nel 2016 e nel 2020 le Olimpiadi si sono finalmente degnate di ricordare in modo ufficiale le vittime di Monaco, prima con una commemorazione ufficiale e finalmente, a Tokyo, con un minuto di silenzio. Un minuto di silenzio che finalmente ha rotto quasi cinquanta anni di mutismo ancora più totale.
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Mia mamma e mia zia avevano ottime ragioni per tenere due bambini anche troppo appassionati di olimpiadi, all’oscuro dell’orrore che si stava consumando dietro lo show di Monaco. Mi è sempre sfuggito quali fossero le ragioni del CIO. Perlomeno quelle confessabili.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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