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Pietro Mennea tutto partendo da niente
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Pietro Mennea, si è preso tutto partendo da niente

Pietro Mennea non era nessuno, non aveva il fisico, non aveva soldi, non era stato al liceo internazionale. Veniva da Barletta, ecco come è arrivato sul tetto del mondo (e non solo).

Ci sono uomini, e donne, a cui la vita ha regalato tutto. E buon per loro, amministrare grandi risorse e grandi eredità senza buttarle al vento può essere un’impresa difficile. Ma certamente non tanto difficile quanto prendersi tutto, diventare l’uomo più veloce del mondo, e anche molto di più, senza avere assolutamente nulla. 

Pietro Mennea tutto partendo da niente
Pietro Mennea, la Freccia del Sud – Boomerissimo.it

Non i mezzi, che servono a frequentare università costose, dove si finge di studiare mentre il core business sono i record sportivi. Non il fisico possente su cui costruire una macchina da guerra esplosiva, capace di schiacciare la concorrenza di gente non meno agguerrita di te.  Pietro Mennea era solo un ragazzo di Barletta, piuttosto mingherlino e senza nessuna delle caratteristiche biometriche che ti predestinano ai successi sportivi, in qualunque specialità. Veniva da una famiglia modesta, un padre sarto, una mamma casalinga. Non aveva doni sociali, né naturali, se non uno: la terribile, ossessiva volontà d’acciaio che lo avrebbe portato dovunque, in un sogno che siamo ancora qui a raccontare, decenni dopo.  Era impossibile non tifare per lui, era impossibile non amarlo, anche per un ragazzo come me, che ha sempre rimediato scapaccioni a casa per la sua ostinazione ad appassionarsi a qualsiasi eroe sportivo, purché fosse esotico e straniero. Amavo Merckx, non il bravissimo Gimondi. Mi entusiasmavo per Mark Spitz, molto più che per le imprese della nostra Novella Calligaris. Raramente ho tifato per la Nazionale (ma lì per ragioni più complesse). Sportivamente, sono sempre stato come il Sordi di un americano a Roma. Eppure per Mennea mi fermavo anche io, e cominciai già alle Olimpiadi di Monaco del 1972, quando quel ragazzo dall’apparenza modesta era solo una figurina che aveva vinto poco e niente. 

La Freccia del Sud in partenza

Mennea aveva effettivamente cominciato a correre da poco. Nato nel 1952, era stato fulminato come molti italiani dallo sport, ma quello dentro la TV. Nel 1968, aveva assistito al volo di Tommy Smith sulla pista di Città del Messico: quei 200 metri, 20 secondi di potenza pura, lo avrebbero cambiato per sempre.

Il record del mondo del 1979 – Boomerissimo.it

Si iscrisse all’AVIS di Barletta: il fisico minuto e la volontà ne fecero subito un ragazzo veloce. Uno di quelli che giocano con la palla di stracci sognando di diventare Pelé, e sono pure bravini. Solo che lui non giocava, e Pelé lo diventò davvero.  Tale era la sua evidente caparbietà, che attirò da subito le attenzioni di un torturatore di atleti come Carlo Vittori. Un uomo con metodi e tecniche per allora modernissime, ma con una mentalità di altri tempi: un atleta non si coccola, non si deve capire troppo nelle sue pieghe psicologiche. Deve allenarsi, faticare, soffrire, fino a che ne uscirà uno dei due soli risultati possibili: un campione, o uno che butta via le scarpette e se ne torna a giocare a biliardino, mandando l’atletica e le sue follie a quel paese.  Quel ragazzo di nome Pietro forse non era stato baciato dalla natura, ma aveva due (ahem) così, ed era l’uomo giusto per tentare almeno di raggiungere il primo risultato. A quei tempi, e pure dopo, Mennea si allena fino a sei ore al giorno, 365 giorni all’anno, senza mai saltare un appuntamento importante. Un impegno maniacale “matto e disperatissimo”, come lo avrebbe definito Vittorio Alfieri (che per non sbagliare e non distrarsi dallo studio si faceva legare alla sedia). 

Il debutto internazionale arriva nel 1971, ai Campionati Europei. Il diciannovenne Mennea conquista un bronzo nella staffetta 4×100 e un sesto posto nei 200 metri. Non sono risultati eclatanti, ma sono già qualcosa e lo convincono a darci dentro ancora di più. Pochi mesi dopo, arriva sul mio album di figurine da lì alle Olimpiadi Monaco. La tragica olimpiade allegra, della quale mi sfuggirono gli orrori, ma non il bronzo conquistato nei 200 da quel ragazzo, a fianco di velocisti che sembravano il doppio di lui, famosi e titolati. Davanti a lui arriva un certo Valerij Borzov, un russo di talento, con alle spalle la macchina dell’atletica sovietica. Un avversario impossibile, ma non per Mennea, che di sensi di inferiorità non ne ha mai avuti verso nessuno. 

Borzov e Mennea, la staffetta

Mennea, forte dei suoi primi risultati mette il mondo nel mirino, ma sa che il primo a cui mettere il naso davanti, è quel russo. Non so quanti la credano un’impresa possibile, o nemmeno immaginabile.

Pietro Mennea tutto partendo da niente
Mennea terzo a Monaco, dietro Borzov – Boomerissimo.it

Quanti oltre a Mennea, naturalmente. Che intensifica le dosi di tortura vittoriana per sorpassare il grande russo. Agli Europei del 1974 Borzov è davanti nei 100, con Mennea secondo a ridosso, con un eccellente 10.34”. Nei 200 Borzov dà forfait per ragioni misteriose. Il barlettano trionfa, senza battere ancora il russo. E’ un passaggio di testimone, i due diventano amici rivali, e mentre la carriera del campione slavo tramonta, la stella di Mennea brilla sempre più luminosa. Il momento che consacra definitivamente Pietro Mennea nella storia dell’atletica arriva cinque anni dopo, nel 1979. Una carriera lenta per un grande velocista, ma inesorabile. A Città del Messico, Mennea stabilisce il record mondiale dei 200 metri con un tempo di 19″72: risultato straordinario che rimarrà imbattuto per ben 17 anni. Adesso Tommy Smith è lui, e proprio su quella pista che l’ha fatto cominciare a correre.  L’anno successivo, alle Olimpiadi di Mosca del 1980, un velocista di 28 anni conquista l’oro nei 200 metri, coronando così una carriera già leggendaria che si stende su cinque olimpiadi diverse. Vent’anni di carriera ai vertici assoluti, un risultato che nessuno sprinter del suo livello ha mai nemmeno sfiorato.  Ma i risultati di Mennea non sono fatti di attimi irripetibili, di turbo che brucia per una sola stagione. Sono costruiti caparbiamente, con fatica, sono fatti di pietra, per durare. Quando corre l’ultima olimpiade, nel 1988, ha raccolto un palmares impressionante: tre medaglie olimpiche, sei medaglie europee e cinque ori ai Giochi del Mediterraneo.

Mennea è Mennea, anche fuori dalla pista

Mennea è stato giustamente paragonato a un treno, una di quelle macchine inarrestabili che una volta partite possono travolgere tutto, quasi senza accorgersene. Dopo essersi allenato ferocemente per sei ore al giorno, ogni giorno, d’estate e d’inverno, con l’afa o con il gelo, Mennea studia. Con la stessa determinazione. 

Pietro Mennea tutto partendo da niente
Mennea oro agli Europei del 1974 – Boomerissimo.it ETH-Bibliothek Zürich, Bildarchiv / Fotograf: Sonderegger, Christof / Com_L23-0644-0003-0011 / CC BY-SA 4.0, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Sembra impossibile (e certamente lo è per uno che come me ha tendenze epicuree) ma Mennea non si accontenta della fatica estrema dello sport, sceglie anche quella dei libri, in contemporanea.  Alla fine metterà insieme quasi altrettante lauree che medaglie olimpiche: Scienze Politiche, Giurisprudenza, Scienze dell’Educazione Motoria e Lettere. Una bulimia di successi che non è da uomo normale, e confina con il soprannaturale. Non fa il commentatore sportivo, come molti suoi colleghi che dopo una vita di sport finalmente gustano un po’ di lavoro facile, di scarso impegno, in cui basta portare in giro la faccia e un nome famoso. Mennea invece diventa avvocato e commercialista. Lavori veri, seri. Non soddisfatto, si dedica anche all’insegnamento universitario. E chissà quanti studenti volonterosi almeno una frazione di se stesso incontra. E siccome così sarebbe troppo facile, si cimenta anche nel ruolo di dirigente sportivo, ricoprendo la carica di direttore generale della Salernitana. Solo alla fine decide di entrare anche in politica, per andare a occuparsi di temi sportivi al Parlamento Europeo, dove viene eletto nel 1999. Sinceramente, non abbiamo studiato nei dettagli il ruolino di Mennea come deputato europeo. Che sia stato tra i pochi che hanno scelto Bruxelles come una missione, e non come una grassa sinecura, lo sappiamo già, anche senza spulciare le presenze e le proposte di legge. A uno come lui si può credere sulla fiducia. 

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È morto giovane, e senza fare rumore, Pietro Mennea. Nel 2013, dopo pochi mesi di lotta senza speranza contro un tumore al pancreas, uno di quelli veloci, che non perdonano e non si arrendono davanti a niente.  Non aveva ancora compiuto 61 anni e per la prima volta, aveva trovato un avversario più forte di lui. 

Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®

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