Pochi atleti diventano un simbolo per il Paese che rappresentano. L’Italia ne ha avuti due: Pietro Mennea e Sara Simeoni.
Non sono una grande sportiva praticante. Deve essere il retaggio di mia madre che al minimo accenno di sudore mi infarinava di borotalco neanche fossi una scaloppina.

Il suo terrore erano il raffreddore e la febbre che avrebbero inarrestabilmente colpito. Dopo qualche decennio sono ancora a chiedermi quale fosse il male incurabile che, secondo mia madre, era celato in una banale influenza.
Sport
Per me l’ora di ginnastica era una tortura cinese. Alla già citata scuola delle suore, consisteva in qualche giro di corsa in pantaloncini blu, polo, calzettoni e scarpette bianche a cui seguivano esercizi idonei per fanciulle.

Clavette, cerchi e altri cazzabubboli del genere mi davano il tormento. Coordinata quanto Napo Orso Capo, venivo continuamente ripresa dall’insegnante, che, a dire la verità non era (forse lo era stata), né agile, né silfide. Andavo meglio sulla trave. Piccola e con piedi piccoli mi era più facile trovare un centro di gravità permanente. Non mancavano gli esercizi alla spalliera (che mi piaceva) e il quadro svedese (che non ho mai capito). E poi, naturalmente l’atletica. Uno dei must erano i salti, in lungo, in cui per ragioni di leve ero una nota pippa e quello in alto. L’approccio della mia leggiadra insegnante al salto in alto prevedeva due momenti successivi. Prima fase, salto in alto a sforbiciata, in cui ebbi le mie soddisfazioni. Seconda fase, teoria e tecnica del Fosbury. Ovviamente per ragioni di età e articolari la prof in biondo menopausa, in tacchi e tailleur non riusciva a farti vedere come si faceva e le toccava spiegarlo, anzi richiamarlo alla mente con un nome: Sara Simeoni.
2.01: una misura indimenticabile
La donna diventata sinonimo di salto in alto è una ragazza di Rivoli Veronese, un paesino con una manciata di abitanti in provincia di Verona. Sara è nata in una famiglia normale, in un contesto economicamente difficile. Il padre era un operaio e la madre casalinga, ciononostante non hanno mai fatto mancare il supporto a quella figlia che sin da ragazzina mostrava di essere un talento nel salto. Il suo è stato un crescendo, una progressione che si è avvalsa anche della rivalità con la tedesca dell’Est Rosemarie Ackermann. Il suo primato, quel 2.01 m scolpito nella memoria di tutti gli appassionati, fu stabilito per la prima volta nel 1978 in assenza di telecamere, a Brescia, in un incontro bilaterale di atletica tra atleti italiani e polacchi. Nessuno aveva pensato di documentare quelle prove. Oggi sarebbe impensabile. Ma grazie a quella misura aspettavamo tutti lei alle Olimpiadi di Mosca nel 1980. A Montreal, quattro anni prima, aveva preso l’argento. In quelle olimpiadi difficili, segnate dal boicottaggio degli Stati Uniti come protesta per l’invasione sovietica dell’Afghanistan, a Sara bastò 1,97 per salire sul gradino più alto del podio, davanti a Urszula Kielan (Polonia) e Jutta Kirst (Germania Est).
Un ricordo che ho stampato nella mente, mio padre ed io seduti a boccheggiare e sudare sul divano di velluto, davanti al televisore in un torrido giorno di fine luglio.
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La carriera di Simeoni è proseguita e l’ha condotta fino a Los Angeles 1984, dove chiuse con un salto di due metri netti e la medaglia d’argento. E’ rimasta primatista italiana della specialità per trentasei anni, dal 1971 al 2007, superata da Antonietta Di Martino con 2.03 m. Il suo ruolo nella cultura sportiva italiana è dimostrato. Nel 2014 ha ottenuto, per i cento anni del CONI, il titolo di atleta del centenario, insieme ad Alberto Tomba. Una persona solare Sara, anche quando per un po’ è stata trascurata dalla memoria corta degli italiani, una che non ha avuto bisogno di mostrare per dimostrare.
Ed io e il Fosbury? Mai imparato. I miei maldestri tentativi sono naufragati sul tappetino portando nella polvere non solo il mio orgoglio ma anche l’asticella e i pali che la reggevano.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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