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Motocarro Moto Guzzi

Moto Guzzi Ercole: il motocarro che ha dissetato l’Italia, ma non me

Il grigio e massiccio motocarro Guzzi era un mezzo leggendario. Ha attraversato decenni, trasportando bibite e molto altro. Ha costruito un’Italia dura e difficile, che ogni tanto funzionava bene. Ma non sempre.

Ho diversi amici guzzisti. Per me, che con le moto ho sempre avuto poco commercio, perché preferivo la semplicità meccanica e il fai-da-te non sempre inappuntabile della mia bici da corsa, le Guzzi rappresentano una specie di mondo di mezzo. 

Motocarro Moto Guzzi
Il motocarro Guzzi Ercole che trasportava le bibite a Monterosso – Boomerissimo.it

Un mondo dove si va in giro con le chiavi, il nastro americano e il fil di ferro sotto la sella. Perché non c’è niente di più affidabile di una Moto Guzzi, almeno finché non ti molla per strada. Cosa che a sentire i miei amici succede abbastanza spesso (o quantomeno succedeva nelle “vere” Guzzi di una volta). Un dettaglio che non ha mai diminuito il loro amore per quei mezzi solidi ma capricciosi che, appunto, mi hanno sempre ricordato le idiosincrasie della mia Legnano canna di fucile, più spesso a ruote all’aria che no. 

Ercole: la mia Moto Guzzi

Eppure persino io, e in anni in cui la patente o forse persino un patentino da motorino, erano ben di là da venire, ho avuto la mia Moto Guzzi. Non a Milano, città moderna e sempre motorizzata all’avanguardia. Ma al paese dove trascorrevo la lunga stagione delle vacanze (delle volte pure troppo lunga) che andava dalla chiusura delle scuole, in qualche momento di giugno, al primo ottobre, la data un tempo simbolica del ritorno a scuola

Il Moto Guzzi Ercole in tutta la sua forza – Boomerissimo.it

Per le strade anguste di Monterosso al Mare, pensate più per il trasporto di ceste sulla testa o per il transito dei carretti a mano, che per i mezzi motorizzati, si aggirava da sempre un bestione che a me appariva un dinosauro arrivato da un’altra epoca. Un motocarro Guzzi, grigio, più volte rinfrescato nel suo non colore. Ma sempre a pennello, con cura ma mai nella perfezione asettica di una carrozzeria. Quel guzzone era annunciato tra i carugi dal suo rombo cupo che rimbombava tra le pietre e un po’ anche nelle ossa. Aveva l’aria forte con il suo motorone (che oggi apprendo essere un monocilindrico 500cc derivato dagli Astore e dai Falcone). 

La sua cabina tondeggiante si chiudeva come una conchiglia su un sellone da moto mezzo sfondato e un manubrio, pure da moto, essenziale quanto poteva esserlo quello di una moto da lavoro, concepita molto prima che la rivoluzione giapponese portasse per le nostre strade delle due ruote (per allora) avveniristiche, con un trionfo di aghi, spie e lucine colorate che ai giapponesi è sempre piaciuto tanto. 

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Tutta diversa l’impugnatura di quel Guzzi: un tubo cromato per manubrio, con qualche fiore di ruggine. Maniglia di gomma sintetica consumate da decenni di uso. Un paio di levette e interruttori, se non ricordo male, bulloni e viti, cavi, le leve dei freni. Un cambio forse geniale, ma dall’apparenza rudimentale.

Moto Guzzi Ercole
Un altro motocarro Guzzi addetto al trasporto di bibite – Boomerissimo.it

Dentro la cassa acustica di quella cabina aperta a uovo, il rombo che si annunciava per la strada doveva essere addirittura assordante, il riparo dalle intemperie (perlomeno dagli schizzi di acqua e di fango della strada), inesistente. Il riparo si esauriva con l’acqua che non ti pioveva sulla testa e il vento che si fermava contro il parabrezza. Vento modesto, peraltro, perché quel guzzone che oggi so chiamarsi Ercole, non era proprio un campione di velocità.

La nascita di un mito su tre ruote

Il Moto Guzzi Ercole aveva fatto la sua comparsa nel 1946, in un’Italia che cercava di ricostruirsi dopo la guerra. Nato dalle fucine della casa di Mandello del Lario, sulle rive del lago di Como, questo robusto mulo a tre ruote era destinato a diventare un fidato amico di piccoli artigiani e commercianti.

Motocarro Moto Guzzi
Il Moto Guzzi Ercole e i suoi interni decisamente spartani – Boomerissimo.it

L’Ercole si distingueva per la sua robustezza e versatilità. Sembrava costruito per durare e portare la sua soma, senza fronzoli e senza troppe preoccupazioni estetiche. La portata arrivò fino a 1500 kg nelle versioni più recenti, trascinati dal brontolio instancabile di un motore a un cilindro solo, da cinquecento centimetri cubici.

Negli anni ‘70, quando lo incrociavo io, era già un mezzo fuori dal tempo. Ma la sua produzione continuò testardamente (dopotutto era un mulo) fino al 1980. Attraversò oltre tre decenni di storia italiana. Dicono le brochure che durante questo lungo periodo, il motocarro ”subì numerosi aggiornamenti e miglioramenti, adattandosi alle crescenti esigenze del mercato e alle evoluzioni tecnologiche”

Adattamenti comunque omeopatici, per un magnifico triciclo che persino in anni ormai lontanissimi, denunciava in ogni dettaglio la sua gloriosa età.

L’Ercole si presentava in diverse configurazioni per adattarsi alle necessità più disparate. Si poteva scegliere tra versioni con cabina o senza (praticamente una moto con rimorchio), cassone semplice o cassone ribaltabile idraulicamente, o ancora con cassone telonato o chiuso. Questa varietà di opzioni lo rendeva adatto a molteplici utilizzi, dal trasporto di materiali edili alla consegna di merci in città.

Il “mio” Guzzi era un semplice motocarro con cabina e pianale fisso. Ma su quel pianale c’era una immensa abbondanza di ciò che la mia mamma dal braccino corto mi negava sadicamente. Cassette di bibite, di gazzose, spume. E soprattutto cassette rosse piene di bottigliette di Coca Cola. Quel motocarro serviva, credo ormai da decenni, al locale distributore che riforniva gli ancora radi bar e ristoranti del tempo.

Un’amara e calda delusione

L’Ercole carico di Coca Cola era irresistibile per me. Ma il guzzone non passò inosservato nemmeno al mondo del cinema. Apparve in film come “La strada” di Federico Fellini e “Io tigro, tu tigri, egli tigra” con Renato Pozzetto, dimostrando di essere un mezzo di lavoro dal fascino tutto suo.

Moto Guzzi Ercole
Per le strade di Monterosso – Boomerissimo.it

Tornando al “mio” Guzzi, come succede con le tentazioni lasciate a maturare troppo a lungo, giorno dopo giorno, l’occhio che accarezzava la Coca Cola, quella Coca Cola che a casa mia era rara come l’oro, fece l’uomo (o meglio il bambino) ladro.

Ogni primissimo pomeriggio passavo davanti al guzzone, che proprio all’ora in cui tornavo dalla spiaggia se ne stava parcheggiato sotto un ponticello di pietra, difeso solo da qualche gatto randagio. 

Dopo averlo a lungo immaginato, e poi scacciato, e poi di nuovo immaginato, un giorno in cui mi pareva di essere l’unica anima viva testimone (nonché responsabile) del crimine, afferrai con un guizzo una Coca Cola dal cassone. 

Non so cosa pensassi di farne originariamente. Ma dopo pochi passi la somma tra il desiderio e la paura di essere scoperto con la refurtiva ebbero la meglio. 

Di apribottiglie non ne avevo. L’idea di portare la Coca Cola rubata a casa, poche decine di metri più in là, e cinque piani più su, sembrava poco realistica. Spaccai il collo della bottiglietta di vetro contro lo spigolo di un muretto a secco, lasciai depositare i vetri sul fondo, sperando di non bermerli e accostai il collo spezzato e tagliente alle labbra, per gustare il frutto del mio reato. 

Non so che tipo di imprecazioni utilizzassi a quell’epoca, ma le utilizzai tutte. La Coca Cola era calda, quasi bollente. Era stata al sole per ore, sul pianale del guzzone, aspettando di arrivare alla destinazione, prima della quale l’avevo fermata. 

Era dannatamente calda. Faceva schifo. Oltre che essere piena di vetri, era calda come il brodo. Avevo sognato il mio delitto per giorni e giorni, scordando il dettaglio decisivo. Avevo sognato e rubato per niente.

Il guzzone del bibitaro restò lì a osservare la scena e sembrava sorridere. Non era stato il primo furto di cui era stato testimone, probabilmente. 

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Ancora una volta era lì a sghignazzare, guardando un ragazzino stupido che scopriva che, almeno sotto il sole, il delitto di bibita non paga. 

Antonio Pintér – Copyright Boomerissinmo.it

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