Siamo sicuri che la scuola moderna, tutta sperimentazione e orizzontalità, sia il modo migliore di aiutare tutti, compreso chi ne ha più bisogno, e metterlo nella condizione migliore per affrontare la vita? A Londra una preside ha fatto una scoperta rivoluzionaria, recuperando un po’ di storia che forse abbiamo gettato via un po’ troppo in fretta,
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Decenni di riforme della scuola hanno avuto, almeno nelle loro migliori intenzioni, un obiettivo: facilitare l’apprendimento e mettere tutti, ma proprio tutti, nelle condizioni migliori per affrontare le sfide della vita.

Per questo si è studiato, per questo si è deciso di gettare a mare tutto un sistema che appariva troppo gerarchico e verticale. Mettendo l’insegnante in mezzo ai suoi scolari e studenti, creando gruppi e attività dal basso, rimescolando le discipline con ardite sperimentazioni, si è pensato di introdurre energia nei discenti, di renderli parte del processo e in definitiva di fare avanzare tutti insieme e meglio verso vere conoscenze e vere competenze, più ricche e complete del vecchio sistema nozionistico, Tante idee bellissime.
La “nuova scuola”: una barriera alla giustizia sociale
Ma siccome come insegnanti dovremmo essere seguaci del metodo scientifico, ed essere in grado di verificare e falsificare le teorie attraverso la misurazione dei loro risultati sul campo, forse è venuto il momento di dire che tutto questo approccio non funziona. Non funziona nella pratica, forse nemmeno nella teoria.

Non funziona l’idea forse nobile ma dai risultati devastanti di condividere il volante dell’insegnamento con tutti, e specialmente con i genitori, il cui coinvolgimento sempre più intenso nella gestione dell’insegnamento ha finito per produrre i risultati devastanti che chiunque lavori nella scuola conosce, e vorrebbe gridare al cielo, se il sistema non fosse fatto per schiacciare ed eliminare ogni autentica discussione sui principi e sui cardini di un vero e proprio dogma: quello del “progresso”, dello smantellamento dell’insegnamento tradizionale, frontale, dove esistono ruoli e funzioni, e valutazioni, vissuti in se stessi come il male.
Forse è venuto il momento di dire che trasformare le scuole in aziende che cercano clienti sul territorio è un ottimo sistema per produrre parchi a tema, non apprendimento.
Scuola e parchi a tema
Forse è venuto il momento di dire che a gran parte dei “clienti” che la scuola cerca, ovvero i genitori, non interessa assolutamente nulla del progresso nelle conoscenze dei loro figli. Interessa vivere in pace, non avere ragazzi che si lamentano dello studio (tantomeno aiutarli e condividere con loro momenti difficili) e dei compiti. Non vogliono ragazzi che protestano contro insegnanti cattivi che li fanno lavorare. A loro interessa che i figli stiano tranquilli, al sicuro (giustamente) si svaghino, non rompano, che gli insegnanti siano degli altri amici con cui giocare, e per il resto ci sono gli smartphone e i videogames. Agli insegnanti si dà del tu, se va bene un colloquiale “prof”.

Qualunque tentativo di introdurre obiettivi diversi che siano di apprendimento o di educazione e rispetto nei confronti di quella figura davanti alla quale ci si alzava e di pronunciava un formale “buongiorno”, si scontra con questo muro, che si ribella compatto. L’ imprudente insegnante si troverà presto in posizione di dover offrire scuse e pentimento all’autorità scolastica, per avere disturbato i suoi clienti, e ostacolato l’azienda-scuola che lo paga, nel raggiungimento dei suoi obiettivi: avere sempre più “consumatori” felici delle attività di svago prodotte dal parco a tema che si sono scelti, con meno disturbo possibile delle loro preziose ore a casa, destinate al selfie nel bagno o al video su tik tok o al giusto riposo di fronte all’Isola dei Famosi.
Le vittime di questo meccanismo sono due categorie: gli insegnanti che hanno l’ambizione di insegnare e i bambini e ragazzi che, come testimoniano ricerche e studi sempre più allarmanti, riescono a compiere cicli di studi anche superiori senza essersi liberati di un sostanziale analfabetismo.
Si arriva all’università, sempre più spesso, senza essere capaci di comprendere un testo scritto né tantomeno di articolare pensieri e con livelli di ignoranza devastanti anche nelle materie scientifiche. La scuola è scaduta da luogo destinato all’apprendimento ed alla formazione, a baby sitter. Il tempo pieno è una necessità per genitori che non sanno dove piazzare i virgulti. Quell’edificio dove sventola la bandiera non è più un luogo dove crescere né un luogo dove colmare differenze sociali e culturali, tantomeno un luogo capace di mettere tutti, o quantomeno chi ne ha voglia, sulla strada della vita, e magari del successo, indipendentemente dalla sua nascita.
La scuola “progressiva” a decenni dal suo trionfo si è dimostrata una macchina imbattibile nel perpetuare differenze sociali e per sigillare qualsiasi speranza che l’ascensore possa portare in alto tutti quelli che lo vogliono, grazie alle basi di conoscenza acquisite tra i banchi. Tanto c’è il TAR che promuove tutti.
La scuola “progressiva” e sperimentale ha forse soddisfatto i genitori dal loro bisogno di liberarsi il più possibile dall’onere di collaborare all’educazione dei figli, e lo ha fatto al prezzo di diventare una barriera formidabile verso la giustizia sociale.
La vera innovazione: la scoperta di una scuola di Londra
La scuola inglese è conosciuta per le sue eccellenze private e aristocratiche e il suo sistema è spesso stato accusato (con qualche ragione) di perpetuare ingiustizie e differenze. È dunque molto interessante guardare a un’esperienza del tutto diversa da questo quadro quasi caricaturale.
L’esperienza di successo di una scuola pubblica, immersa in quartiere difficile, povero, ad alto tasso di immigrazione. L’abbiamo letta con sollievo e con speranza (che come si sa è l’ultima a morire) sulle pagine del Corriere della Sera.
La Micaela Community School di Wembley
A reggere la Michaela Community School di Wembley è Katharine Birbaslingh, una donna coraggiosa e gentile con la fama di “preside più severa del Regno Unito”. Una donna e una professionista che sarebbe facile tacciare di sogni reazionari, se i risultati che la sua scuola sta conseguendo non dicessero esattamente il contrario: dal suo istituto escono ragazzi che a dispetto di una condizione spesso difficile e svantaggiata, hanno un livello di conoscenza e di competenza costantemente valutato tra i migliori del paese.
La sua scuola anno dopo anno funziona come riequilibratore e ascensore sociale, colma distacchi di nascita, mette tutti nelle condizioni di affrontare la vita con successo. La differenza di livello tra gli studenti che escono da lì e quelli che escono da scuole simili non è ideologica ma palpabile e misurabile nei fatti. La sua scuola fa quello che tutte le scuole dovrebbero ambire a fare, avendoci da tempo rinunciato, per inseguire il successo delle “vendite”.
Il suo segreto si riassume in “regole e disciplina di ferro”. Katharine Birbaslingh attraverso il recupero di metodi e sistemi “regressivi e antiquati come disciplina, compiti, voti e interrogazioni, sta ottenendo da anni il più grande successo progressista che la scuola possa ambire ad ottenere.
Non dispone i banchi in gruppi, non colloca l’insegnante in mezzo ai ragazzi per farne uno di loro. Lo mette “alla guida dell’autobus” e il suo compito progressivo è semmai quello di accertarsi che dall’autobus nessuno cada, o scenda.
L’insegnante parla, gli studenti ascoltano. Il suo ruolo è quello di accertarsi di essere seguito da tutta la classe, senza abbandonare nessuno, ma mantenendo saldamente la guida. La distanza c’è e deve esserci. L’insegnante insegna, l’allievo impara, senza confusione di ruoli. Un principio che anche la pedagogia più moderna riconosce come valido, ma ha fallito completamente nell’applicare, inseguendo sperimentazioni e commistioni che minano alla base la distinzione tra chi insegna (e deve impegnarsi a farlo nel modo migliore) e chi apprende (e deve impegnarsi a farlo nel modo migliore).
Birbaslingh è una esperta di mobilità sociale e ha scoperto la chiave per ottenerla nella disciplina, nell’efficienza senza perdite di tempo, nel valore del silenzio nei corridoi e nelle classi. Nella pressione e nel sostegno, quando è necessario, perché i compiti vengano fatti tutti e sempre, senza eccezioni. Se necessario fermandosi un’ora in più in compagnia dell’insegnante.
Se anche voi siete vittime della pigrizia mentale di chi considera tutto questo regressivo e oppressivo, Katharine Birbaslingh ha una risposta per voi.
“Vi dico io cos’è oppressivo: finire la scuola senza saper leggere bene, senza conoscere un minimo di matematica, senza cultura e senza aspettative».
–Katharine Birbaslingh preside della Michaela Community School
Forse è venuto il momento di ricordarsi che questo era l’obiettivo di una scuola autenticamente progressiva, nei fatti e non nelle chiacchiere da caffé.
Progresso dovrebbe essere avere il coraggio di guardare avanti, e migliorare. A volte per farlo è necessario guardare anche alla propria storia, e capire che cosa ci ha insegnato. E cosa abbiamo dimenticato.
Prof. DeBoomeris Pico – Copyright Boomerissimo.it


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