Un oggetto in disuso, ma che è stato per molti di noi boomer (e non solo) croce e delizia dei nostri giorni di scuola.
Ho la ventura di essere stata alunna e maestra. Non ho voluto usare le parole fortuna e sfortuna perché non mi è ancora chiaro, alla mia veneranda età, se aver vissuto la vita da entrambe le parti della cattedra sia stato o meno un privilegio.

Ma dopo i classici “quarant’anni di insegnamento, quarant’anni di duro lavoro” di Marenchiana memoria, una mia idea me la sono fatta.
Signora Maestra
Quando andavo a scuola io, nell’epoca dei dinosauri, la maestra non si chiamava per nome, chiamavi per nome i tuoi pari, gli adulti mai e men che meno la maestra. La mia in particolare era una suora, ma non solo. Per aggiungere autorità ad autorità era anche la Direttrice (notare la maiuscola, please). Entrare a far parte della sua classe era un privilegio concesso a pochi eletti. Per mia disgrazia io fui eletta.

Fu una questione genealogica, era stata la maestra di mia sorella. In realtà non eravamo né happy e tantomeno few. Per fare l’appello Suor Teresa ci metteva dieci minuti, eravamo quaranta. Maschi e femmine, posizionati per altezza, davanti, ahimè, i portatori di scarsi centimetri, dietro gli spilungoni. Al di là delle trite considerazioni sulle “classi pollaio”, la nostra era una classe ordinata, efficiente, silenziosa. In terza, noi bambini sapevamo benissimo in quale regione si trovava la nostra città, oltre a saperne anche le altre province. Sapevamo anche il numero delle regioni, come si chiamavano, sapevamo collocarle su una cartina geografica, ne conoscevamo i capoluoghi. In quinta, il Risorgimento non aveva segreti per noi. Non è un raffronto con l’oggi, è un racconto di ieri.
I quaderni
Passavamo molto tempo a scrivere. Da più piccini i maledetti “Pensierini”, una frase di senso compiuto, con un soggetto, un predicato ed un complemento. Noi happy few avevamo anche la consegna di non scrivere banalità, “io mangio un panino” non rispettava gli standard, ad esempio. Dovevi attingere ai tuoi “prerequisiti” e se non li avevi, farteli. Dalla terza in poi, ogni giorno che Dio mandava in terra c’era il tema. Non so dove trovasse la mia suora idee ogni volta diverse, ma credo di aver prodotto almeno un migliaio di componimenti letterari. Anche per storia, geografia e scienze scrivevamo pagine su pagine, perché a Suor Teresa, quello che era scritto nel sussidiario non andava bene. Va da sé che il consumo di quaderni era notevole. La cosa bella di essersi lambiccati il cervello per produrre opere letterarie era che, quando un quaderno finiva, potevi andare dal cartolaio a sceglierne uno nuovo. Passavi ore a scegliere la copertina, salvo poi scoprire che il genitore non te lo avrebbe mai comprato perché costava troppo. Io non ho conservato i miei quaderni, di nessun ordine di scuola, forse ho sbagliato, ma l’idea di liberarmi di un peso, mi imponeva di disfarmi di tutto ciò che quel peso mi rammentava. Per mia fortuna e per fortuna di tutti, c’è qualcuno che questi quaderni (non i miei) li ha amorevolmente collezionati e ha pensato di riunirli in uno spazio, un luogo che è sì di memoria, ma anche vivo: il museo dei quaderni di scuola a Milano.
Museo dei quaderni di scuola
Il Museo dei Quaderni di Scuola è un posto magico, in pieno centro a Milano. Qui sono raccolti quaderni di scuola, diari, lettere scritti da fanciulle e fanciulli nell’arco di tre secoli.

E’ impressionante notare l’accuratezza nella grafia di bambini anche di sola seconda elementare, non solo italiani, frutto sicuramente di lunghe ore di esercitazione, bambini di un po’ di tempo fa. Mi ricordano molto la calligrafia di mio nonno, nato nel 1899. Tra le altre cose che mi hanno colpito è la quasi totale assenza dello stampato maiuscolo. La comparsa ed anche l’abuso cominciano in tempi piuttosto recenti. Fantastica anche la concordanza dei tempi verbali, l’uso dei pronomi come “ella” e “egli”.

Straordinario è il mondo interiore di questi bimbi. Prendendo in mano questi quaderni, leggendo sugli schermi le riproduzioni dei loro temi si vive il loro mondo, si viene proiettati nel momento storico in cui sono vissuti, ma non in quello dei grandi eventi storici, bensì del giorno per giorno, quelle piccole cose di cui la vita è composta. E poi ci sono i “Bravissimo” e i semplici “visto”, quella “V” maiuscola che non ti ripagava dello sforzo prodotto, ti lasciava in bocca il sapore della delusione e della rabbia.

Oggi quei “visto” però sono ampiamente ripagati dall’ammirazione dei bambini di ritorno che visitano questo luogo incantato. Se volete rivivere la sensazione della penna in mano, l’odore dell’inchiostro, quella “strizza” nel non sapere se quello che avete scritto andrà bene alla maestra, se avete voglia di conoscere i bambini di ogni epoca visitate il museo dei quaderni dei bambini. Ricordate che però è un museo piccolo, dove si accede su prenotazione. Ai bambini di oggi piacerebbe? Non saprei dire, merita attenzione, merita riflessione, bisogna soffermarsi a leggere, prendersi del tempo, ma ai bimbi di una volta sicuramente sí.
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