Come passavano i lunghi pomeriggi dopo la scuola i bambini boomer? Facendo i compiti? Non esageriamo, non eravamo così bravi, giocando e leggendo, tanto.
I bambini boomer hanno avuto la fortuna che la scuola finisse per ora di pranzo.

Molti a scuola ci andavano e/o tornavano da soli, i più grandi accompagnavano i piccoli, le mamme raramente erano solerti nel compito, i padri ancora meno di frequente sapevano anche in che scuola andavano i figli.
Bambini
No, non andava bene così, ma erano momenti preziosi e divertenti. Incontravi gli amici, si faceva un pezzo di strada insieme, ci si raccontava segreti, piani per scherzi, ansie per la scuola (chi ne aveva).
In una cosa eravamo fortunati, il traffico non era come adesso e potevi camminare senza per forza dover schivare, dribblare e attraversare a tuo rischio e pericolo. C’è da aggiungere che avevamo gli occhi sulla strada e non sullo schermo di un cellulare. Eravamo stati allevati ad essere accorti, a pensare, guardarci intorno. I nostri genitori ci insegnavano a cavarcela da soli, nei limiti (a volte anche oltrepassandoli) della nostra età.
Al ritorno da scuola, avevi i compiti da fare, non era come adesso che i compiti a casa si danno solo il venerdì e pochi, mi raccomando. Noi i compiti li avevamo tutti giorni, quello che guadagnavamo in tempo con il turno antimeridiano lo perdevamo tra operazioni varie, capitali, fiumi e affluenti, letture, riassunti e temi ed altre gioie del genere. Però sapevamo scrivere e leggere in corsivo.
Esaurito il fuoco incrociato dei compiti, ci si poteva dedicare ai passatempi. Di solito era una sequenza alternata di andare a giocare fuori, ebbene sì, si giocava per strada (non io, mia madre era una specie di cerbero con l’eterna paura che il mondo esterno potesse fare del male, o più semplicemente, che correndo e sudando mi venisse la febbre), guardare quel poco di TV per ragazzi o leggere. Fumetti, “giornaletti” andavano per la maggiore. Che fossero nostri, prestati o racimolati nei modi più disparati, passavamo un sacco di tempo tra le pagine di un fumetto.
A casa mia entrava di tutto, Topolino, Provolino, i fumetti Marvel (prestati) e il preferito di mio padre, Braccio di Ferro o Popeye per essere puristi.
Popeye
Il marinaio mangia-spinaci, incline alla rissa e innamorato della sua Olivia, dal fisico molto simile ad indossatrici e/o influencer della nostra epoca, non è frutto esclusivo della fantasia di E. C. Segar. Il cartoonist aveva tratto spunto da una persona reale che viveva nel suo paese natale, Chester, Illinois.
L’uomo che ha fatto da modello per Popeye, the sailor man, è Frank “Rocky” Fiegel.

Rocky, nato non si sa bene se in Polonia o già negli Stati Uniti nel 1868, si stabilì con i genitori e la famiglia in Illinois. Non era un marinaio, bensì un operaio “a chiamata” diremmo oggi, uno che nella vita ha fatto qualsiasi tipo di lavoro, incluso il barista, con una forte tendenza ad attaccare briga. Passava molto del suo tempo in attesa di un lavoro, nei bar, ma non era una persona cattiva. Amava i bambini che difendeva a spada tratta ed ha vissuto sempre con sua madre. Fisicamente era davvero simile al cartoon. Mento prominente dovuto ai denti assenti e pipa di pannocchia perennemente in bocca.
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Fiegel non seppe mai di essere stato l’ispiratore del famoso personaggio. Quando morì nel 1947, fu seppellito in una fossa senza nome. Solo nel 1996 i fan deciso di erigere una lapide in suo ricordo per riconoscere il valore ed il ruolo di un personaggio che è rimasto nella mente di tanti bambini, cresciuti o meno.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it ®


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