Richard Avedon e la moda: un genio vero in un teatrino di maschere. A volte l’arte sboccia dove meno te la aspetti.
Chi segue Boomerissimo sa che lo scrivente è un pubblicitario. Nel mondo delle agenzie ho fatto la mia gavetta. Cosa ben più importante, nel mondo delle agenzie ho avuto i miei primi rudimenti di fotografia seria.

Avevo sempre amato fotografare, ma ci avevo sempre cavato poco. Da quelle parti reimparai a sviluppare e a stampare, comprai la mia prima Nikon (usata) e i miei primi obiettivi (usati) e trovai, almeno per un po’ la mia forma espressiva, autonoma, tutta mia. Qualcosa che mio padre forse riusciva a capire ma era totalmente imbranato a fare.
Pubblicità vs. Fashion
Tra pubblicitari e moda è sempre esistita una muraglia impenetrabile. O almeno tra il mio modo di pensare la pubblicità e quello di questi tizi, tutti convinti di essere grandi creativi, grandi artisti, i geni del nostro tempo. Noi cercavamo, un po’ per denaro e un po’ per restare à la page di mantenere il contatto con questi tipi e tipe che evidentemente ci schifavano. Noi eravamo pesanti, facevamo comunicazione, scrivevamo cose inutili sopra le loro opere d’arte. Talvolta per motivi misteriosi capitava di trovarsi su qualche campagna, ma era odio a prima vista. Sono relazioni che non sono mai durate. Gli stilisti non avevano bisogno dei pubblicitari. Bastavano loro, le loro camicette, sciarpette e borsette. L’unico mediatore culturale che desideravano era il mitico FOTOGRAFO DI MODA. Loro le campagne le facevano col fotografo, un altro genio come loro, mica con noi scribacchini delle agenzie.

Chiamavano il fotografo di moda e insieme vedevano mondi, li interpretavano, pensavano di fare delle gran Cappelle Sistine. A volte facevano enormi cappellate. Più spesso facevano la foto di una tizia imbronciata con addosso un vestituccio, in qualche posa demenziale, e passavano il resto della stagione a complimentarsi tra loro. Avevano creato. Che bravi. Arrivederci alla prossima stagione, con il prossimo genio. Una specie di associazione a delinquere di artistoni, che perlopiù (salvo eccezioni lodevoli) producevano robetta grottesca sia in campo sartoriale che in campo fotografico. Pomposi, pieni di sé, inutili. Ma ci facevano un botto di soldi, e buon per loro. Meglio non averci a che fare e occuparsi di biscotti, automobili e maionese. Cose molto volgari per i nostri nuovi Raffaelli della mutanda, ma vivaddio utili a qualcosa.
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Spero la lunga premessa abbia chiarito perché la fotografia di moda, così pomposa, fasulla e artificiale, non sia mai stata la mia fotografia. Mi assediava negli anni ‘80 dalle copertine di Photo italiano o francese, ma continuavo a farne serenamente a meno. Sarà stata pure “etonnant” come diceva ogni mese lo strillo in copertina, ma a me faceva abbastanza sorridere.
L’eccezionalità di Avedon
Per capire che il rapporto perverso tra moda e moneta fasulla non è nato ieri, non è stato una perversione degli anni ‘80, ma una tentazione costante, una maniera stanca che si crede eccezionale, bisogna conoscere, cosa che ho fatto liberandomi da numerosi (pre)giudizi, uno come Richard Avedon. Avedon è la dimostrazione che un uomo, da solo, è più forte di un gregge, di un partito, di un qualsiasi tipo di etnia, di una corrente artistica, o di un birignao alla moda. Alla fine degli anni ‘40 Richard Avedon arrivò in un mondo della moda che non era meno grottesco di quello che avrei conosciuto 40 anni dopo e, come si suo dire, lo rivoltò come un calzino.
Avedon l’ho sempre conosciuto, da che mi ricordo. Essendo un cordiale odiatore degli stilemi fashion, l’ho conosciuto prima come ritrattista, attraverso la immagini di un altro gigante solitario, Truman Capote. Capote e Avedon sono stati dai due lati dell’obiettivo per tutta la vita, si sono raccontati a vicenda. Avedon sosteneva che in un buon ritratto (per esempio i suoi) c’era il fotografo, non meno del soggetto. E così indubbiamente è, per chi osserva le teste di Capote, che sono anche delle sculture di Avedon. Sono immagini in cui ti illudi di arrivare al cuore più nascosto del soggetto, attraverso quel dettaglio quasi pazzesco di imperfezioni e di rughe, che lo scultore, pardon il fotografo ritrattista ha messo insieme, con la luce, con il vetro, con il formato, con la scelta del tempo dello scatto, con chissà quale astuzia teatrale per entrare in relazione con la sua creta.
Per conoscere l’Avedon della moda con un po’ di profondità e prospettiva noi di Boomerissimo siamo andati a vedere che cosa raccontava a noi, quell’uomo che raccontava se stesso illuminando gli altri. Siamo andati ad ammirare Relationships, la grande mostra che per più di due mesi (purtroppo da tempo conclusi, il lettore dovrà trovare altre via per la sua personale scoperta/riscoperta) ha tenuto banco a Palazzo Reale. Un posto da artisti, quale Avedon è stato.
I geni sono come le buone fotografie: sono soggetti che emergono dallo sfondo, pieni di forza, pieni di contrasto. Mentre il resto si schiaccia sullo sfondo. Sarebbe perfettamente inutile in realtà, ma diventa essenziale proprio per dare forza, con la sua debolezza, al soggetto centrale.
La moda degli anni ‘40 è quella cosa, che sta dietro, sfocatina, chiara, quasi bruciata, con poche ombra granulose, mentre al centro emerge una caviglia meravigliosa, che è anche un sorriso. Una scarpa aggraziata e finissima, ma anche leggerissimamente gualcita, vera, materica. Una cosa che puoi toccare, una leggerezza composta ma un po’ svagata, che fa scomparire là dietro cosucce come la Tour Eiffel.
Quella caviglia è Avedon, l’uomo che arrivò come un ciclone, ma leggero, sorridente, nel mondo di manichini umani e di figurini e che improvvisamente animò tutto con un soffio di vita.
Ha cambiato tutto, per sempre, Avedon? No, le rivoluzioni sono solo illusioni. Avedon è stato Avedon. Ha viaggiato fuori e dentro la moda per quarant’anni, o forse più. Ogni volta che l’ha toccata ha portato un tocco della sua vita, del suo acume, della sua leggerezza. Poi se n’è andato, e un giorno del 2004 se ne è andato per sempre, lasciandoci quell’enorme quantità di se stesso che le sue foto contengono.
La moda? Non ne capisco molto ma da quel poco che vedo non mi pare sia stata toccata in modo permanente del miracolo. Avedon se n’è andato, sono arrivati personaggi nuovi. Forse oggi diversi da quelli degli anni ‘80. L’impressione è che il teatrino sia in un momento particolarmente basso. Ci vorrebbe un altro Avedon. Ma arriverà. Basta avere pazienza.
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Il genio è un fenomeno ricorrente nell’umanità. Anche se meno frequente dell’imbecillità.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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