Una mostra che è un po’ un cold case. Un giallo nel mondo dell’arte non ancora risolto che aggiunge quel pizzico di mistero a qualcosa di mirabile.
C’è chi ama l’arte, chi la capisce e chi entrambe le cose.

Poi ci sono quelli come me, che vorrebbero capirne di più e che provano un trasporto primordiale per certe opere.
Per l’arte bisogna soffrire
Non sono mai stata una grande viaggiatrice. In questi casi si dice che sono mancati i mezzi economici, ma in verità non sono mai stata particolarmente avventurosa. L’idea di girare in mondo con il sacco a pelo mi ha sempre fatto un po’ senso. Dormire dove capita, alla ventura, all’avventura, alla sventura non ha mai fatto per me. Gli unici disagi che per me valevano la pena di essere sopportati erano quelli per vedere un concerto tanto agognato o un’opera d’arte a lungo ammirata sui libri.

Digressione personale: uno dei periodi della vita che ho amato di più è quello che ho trascorso lavorando in provincia di Siena. Ogni minuto libero lo impiegavo girellando per la città, prendendo la macchina alla ricerca di posti meno famosi, ma di devastante bellezza (e anche per cantine, il cui ingresso all’epoca era libero). Nei miei giri includevo anche dei viaggi a Firenze, dove andavo a rintanarmi agli Uffizi per sfuggire alle orde di turisti e allo sdegno dei fiorentini. In quegli anni il prezzo dell’ingresso era possibile, tanto che ci andavo quasi ogni settimana e non bisognava prenotare con giorni di anticipo. Le mie visite al museo dei musei terminavano tutte nel medesimo modo: crollata su una panchina/sedia con la schiena spezzata in più punti e i piedi gonfi come due zampogne.Le ultime opere del giro praticamente non riuscivo a vederle, tanta la stanchezza. Il mio unico desiderio a quel punto era di riuscire ad arrivare alla stazione per prendere il treno e morire sul sedile. Da allora ho imparato a dosare le mie forze e ad amare i musei piccoli.
Museo Poldi Pezzoli e il polittico agostiniano riunito
L’età porta consiglio e un paio di scarpe comode. Quando vado in giro per musei, la prima cosa che faccio è decidere cosa voglio vedere, scegliere le scarpe più comode che ho e prendermi tutto il tempo che mi serve. Il Museo Poldi Pezzoli lo conosco abbastanza bene, è uno dei miei preferiti. Piccolo, disposto su una superficie calpestabile senza dover ricorrere ad un fisioterapista il giorno dopo e con alcune delle opere che amo di più.

Anni fa ci andai per vedere le quattro dame dei Pollaiolo riunite. Il ritratto di giovane dama è il simbolo del Museo che campeggia con la sua silhouette ovunque. Quella mostra fu un evento che riunì sotto lo stesso tetto le quattro giovani dipinte di profilo. A dieci anni di distanza il Poldi Pezzoli è riuscito in un’altra operazione straordinaria, riunire tutti i frammenti del polittico agostiniano di Piero della Francesca in un unico allestimento a Milano. La mostra, aperta dal 20 marzo al 24 giugno presenta per la prima dopo quasi seicento anni dalla sua realizzazione uno dei capolavoro di Piero della Francesca. L’opera realizzata dall’artista per la chiesa di Sant’Agostino a Borgo San Sepolcro, fu smembrata già nel Seicento e da allora di molte sue parti si sono perse le tracce tra le pieghe della storia. Main partner dell’iniziativa è la Fondazione Bracco.

Ma questa operazione ciclopica e mai realizzata prima, che ha visto coinvolti la Frick Collection di New York, il Museu Nacional de Arte Antiga di Lisbona, la National Gallery di Londra e la National Gallery of Art di Washington si deve alla capacità della direttore del Poldi Pezzoli, Alessandra Quarto, di sfruttare un’occasione. La Frick Collection che ospita quattro tavole del polittico, è in procinto di trasferirsi nella sua sede storica in Fifth Avenue e questo ha comportato la chiusura del museo. Approfittando di questo momento, il direttore del Poldi Pezzoli ha chiesto ed ottenuto il prestito delle tavole non solo della Frick Collection, ma anche degli altri musei e le ha riunite con quella presente a casa, a Milano, il pingue e giocondo San Nicola.
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Le tavole raffigurano, per la parte centrale dell’opera, Sant’Agostino, San Michele Arcangelo, San Giovanni Evangelista e San Nicola da Tolentino, per la predella invece la Crocifissione, Santa Monica, San Leonardo e Santa Apollonia. Le opere sono state collocate in modo da rendere visivamente la loro posizione originale all’interno del polittico. Non è stato possibile farlo fisicamente perché le tavole sono state modificate nel tempo. Quello che a me ha colpito di questi dipinti è la vividezza dei colori e la cura maniacale nella rappresentazione dei dettagli degli abiti, ma forse la parte più affascinante di tutta l’opera è quel gran buco al centro, l’assenza della parte centrale. Cosa era raffigurato nella parte più importante del polittico? E soprattutto dove è andata a finire? Alla prima domanda si può rispondere con una supposizione ragionevole, dai frammenti di un mantello riccamente decorato ai piedi di San Michele e dai resti di ali d’angelo, si può ipotizzare che al centro dell’opera ci fosse un’incoronazione della Vergine, soggetto molto frequente in dipinti di questo genere. Meno semplice rispondere alla seconda domanda. La parte mancante dell’opera può essere stata distrutta, riutilizzata come base per altri dipinti o semplicemente dispersa da qualche parte, in mano a persone che non hanno idea del suo immenso valore. Una sorta di cold case, anzi frozen case, per la cui soluzione, anche noi di Boomerissimo, così appassionati di true crime non siamo attrezzati.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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