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Mario Giacomelli disordine cosmico

Mario Giacomelli: il richiamo del Disordine Cosmico

Il Disordine può diventare arte. Una grande fonte di ispirazione per i disordinati di tutto il mondo, che farebbero bene a scoprire o riscoprire la fotografia di Mario Giacomelli. 

Quand’ero ragazzo, il “disordine cosmico” era qualcosa che stava in camera mia. Di tanto in tanto mio padre ne spalancava la porte e col suo ditone cominciava ad indicare e a enumerare tutte le cose che non erano sistemate come avrebbero dovuto. 

Mario Giacomelli disordine cosmico
Mario Giacomelli (wikimedia Commons – elaborazione Boomerissimo) – Boomerissimo.it

Scarpe e ciabatte disallineate, rovesciate, calzini, libri dischi. Cose appoggiate momentaneamente in terra, che lì erano rimaste. Mio padre li indicava e contava, in quelle occasioni non urlava. Erano i numeri in sequenza che dovevano servire a umiliarmi, a mostrare in modo scienifico l’entità del mio disordine. 

A volte arrivò a farmi i complimenti, dicendo che se un team di scenografi avesse cercato di riprodurre per il cinema la scena di una stanza sottosopra, rovesciata all’improvviso da qualche calamità, non avrebbero potuto fare di meglio di quando avevo fatto con il mio talento naturale. E me ne faceva anche degli esempio che lo colpivano, come grafico e uomo della sintesi grafica fulminante, autore delle copertine più importanti che si trovassero a quel tempo nelle librerie. 

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Con quell’ottica, quella che accumulava ritagli e, appunto, fotografie (il tema di questo articolo) in raccoglitori che esemplificavano epoche, concetti, mondi, guardava alle stratificazioni di camera mia e credo fosse sinceramente ammirato del calzino che pendeva moscio, dal battente di un cassetto.

O da altri capolavori pop che ora non ricordo ma che lui notava con occhio d’aquila. Credo che in certi momenti la sua ammirazione fosse sincera, e fosse davvero più forte della rabbia. 

Mario Giacomelli, il fotografo e il poeta

Qui, nelle pagine di Boomerissimo, di grandi fotografi ne abbiamo raccontati tanti: Richard Avedon (forse di tutti quello che sento pià vicino), Mario De Biasi, l’occhio della mia Milano di bambino, Doisneau che raccontava una Parigi che vedevo nel commissario Maigret o Brassaï (aka Gyula Halasz) che ne raccontava un’altra completamente diversa e a suo modo anche lei dannatamente simenoniana.

Mario Giacomelli disordine cosmico
Ragazzo a Scanno (Mario Giacomelli – Public Domain)

Abbiamo raccontato il bello-orrido di Martin Parr, la furbizia geniale di Oliviero Toscani. E altri ne abbiamo nel retrobottega dei racconti da fare, dalla perversione fashion così anni ‘80 (per me) di Helmut Newton al mondo rarefatto ed elegantissiomo di George Hoyningen-Huene, da cui si respirano le atmosfere e l’estetica della Hollywood di fine anni ‘50, ovvero della perfezione assoluta, mai più eguagliata (e figuriamoci superata). 

Tutto questo e molto altro ribolle e rigira, non sempre con ordine, nel nostro immaginario. Giacomelli è in un certo senso, per me che divoravo Photo in un certo periodo della vita, l’opposto assoluto, geometrico, di Helmut Newton.

Lo abbiamo scoperto negli stessi anni, sulle stesse pagine. Era il fotografo delle stampe tutte “sbagliate” (quelle che Ansel Adams deprecava per la loro mancanza di toni medi). Bianco, nero, nulla in mezzo. Effetto gesso-carbone come se piovesse. Tutto quello che io cercavo di evitare nelle mie nottate all’ingranditore lui lo perseguiva impunemente, come un Franti.

Di Giacomelli tutti conoscono i pretini, una serie capolavoro in cui i seminaristi ridotti a silhoette danzanti diventano dervisci. Quando parli di Giacomelli, qualche pretino, giustamente, salta sempre fuori. E alla sua mostra di Milano: “Mario Giacomelli, il fotografo e il poeta” (che si può visitare a Palazzo reale a Milano) di pretini ce ne sono tanti, e sono ancora meglio di quello che ti aspetti. Si parlano, si interconnettono, ti rendi conto che sono stati scattati in un brevissimo periodo di tempo, e poi ristampati e reinterpretati all’infinito.

Una vita fotografica disordinata

La mia socia (nonché associata a delinquere) di Boomerissimo® sa che quello che mi attirava magneticamente verso la mostra di Giacomelli, era la curiosità di vedere le stampe, sulla carta dal vero.

Mario Giacomelli disordine cosmico
Il catalogo della mostra di Milano – Boomerissimo.it

Volevo vedere tutto quel lavoro accademicamente “sbagliato”, scoprire fino a quale punto aveva forzato la mano, fino a dove si era infischiato del bello e del giusto secondo la teoria e osservare quei pezzi di carta baritata esposta, torturata, schermata, ritagliata, rifotografata, quelle foto incasinate, disordinate, che pian piano diventano grafica e poster. Volevo toccare con mano il casino di Giacomelli, che avevo solo intravisto attraverso la stampa su carta patinata, che addomestica un po’ tutto.

Anche le copertine di mio padre, se le vedi dal vero, non sono come quelle stampate, sono incollate, spesso pezzi appiccicati, note, parti coperte con una pennellata che in mano vedi benissimo, ma scomparirà nella magia della stampa. 

Volevo vedere se le stampe di Giacomelli assomigliavano a quei “definitivi” appiccicati con la colla. Ma invece no. Sono perfette, anche se dal vivo capisci e senti, i pezzi ritagliati e poi rifotograti, intuisci le schermature, i pasticci le sbianchettate, forse, nel tentativo di rendere tutto semplice, estremo, pulito,

Vedi invece, e queste non me lo sarei aspettato, il disordine carsico che si immerge e riemerge e costruisce una vita fotografica senza quelle interruzioni e quei capitoli rassicuranti, che sono le tappe di tantin fotografi, il libro sulla guerra in Corea, il viaggio coast to coast, il progetto dei treni, quello del manicomio…

Quello di Giacomelli sembra tutto un manicomio

Ci sono idea che si rincorrono, che si affiancano. Io immagino cassetti pieni di foto, ognuna fatta per conto suo, che poi si riassestano e si ricomponono nel tampo, magari si modificano. 

Giacomelli, i paesaggi – Boomerissimo.it

Tutto modificava e riutilizzava, Giacomelli: persino i paesaggi. Li modificava fisicamente i paesaggi, chiedeva ai contadini di “arare i campi sempre con linee e segni diversi” cLo raccontava senza problemi: “Quelle volte che non sono riuscito a trovare il paesaggio che volevo lo ho creato da me” 

Le sue serie sono in mutazione continua, allo stesso modo, e lo vedi. Qualche tema di fondo si rincorre, come appunto i campi, la vecchiaia, l’ospedale psichiatrico, ma nulla è mai chiuso.

La mostra stordisce un po’ da questo punto di vista, angoscia perfino, per chi ha la coscienza di avere in casa cassetti ed armadi inesplorati, pieni di cose in parte preziose, in parte dimenticate, che rivedere fa quasi paura. Ecco, di Giacomelli ti immagini invece un uomo che si tuffa con entusiasmo tra i suoi ritagli, le sue mezze stampe, i negativi mal archiviati, ed è sempre entusiasta di farci qualcosa di nuovo, invece che buttare via tutto, come è più tipico dei comuni mortali. 

Al centro di questa girandola, per gerti versi ansiogena, un solo punto fermo, il suo macchinone fotografico: un oggetto poco fashion, piuttosto massiccio e ingombrante, che vedi diventare sempre più macilento negli anni.

Le due macchine di Giacomelli

Mario Giacomelli cominciò a scattare con una Bencini Comet S del 1953, con cui realizzò la sua prima fotografia famosa: “L’approdo”. Ma nel giro di due anni era già passato alla sua macchina definitiva: una Kobell Press con obiettivo Voigtlander Color-Heliar 1:3,5/105.

La Kobell Press di Mario Giacomelli, così come l’ha lasciata – Boomerissimo.it

Era tutt’altro che una macchina primitiva, progettata dal fotografo Luciano Giachetti e dall’artigiano milanese Boniforti per il fotoreportage, univa la pellicola medio formato alla possibilità di cambiare obiettivi. Giacomelli la trasformò però completamente: modificò l’obiettivo con un Eliar a diaframma tutto chiuso, cambiò il formato del negativo da 6×9 a 56×74 con rullino 6×6, ideale per il formato carta 30×40. Cambiare l’obiettivo lo scollegò dallo scatto dallo scatto. Giacomelli era costretto a fotografare unicamente con il cavetto, rendendo tutto il processo estramamente “macchinoso”, che forse era proprio quello che le sue modifiche cerecavano, agli antipodi della automazione e dell’immediatezza: una fotografia che era più scultura che pittura con luce. Un processo faticoso e mai finito.

Nel 2000, Giacomelli utilizzava ancora quella stessa macchina dopo 45 anni. Era, per usare le sue parole “foderata di nastro adesivo per tenerne insieme i pezzi e con un mirino da cui la realtà quasi non si vedeva più se non sottoforma di scure sagome lontane”.

Una macchina ostica, che il tempo aveva reso impossibile, un immaginario cangiante, una organizzazione improbabile, che si intuisce anche dai pannelli della mostra, che se non sono riciclati, riutilizzati, rimontati, riassemblati dopo essersi macchiati e accartocciati da qualche altra parte, riescono a sembrarlo in modo mirabile. 

E li sopra, in questa cornice a dir poco ideale, il disordine di Giacomelli prende senso e vita. Diventa logico, inevitabile, persino spiegabile.

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Tutto quello che a me non è mai riuscito fare con mio padre.

Antonio Pintér – Boomerissimo.it®

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