Dorothea Lange e il suo capolavoro: storia di una fotografia che raccontò la verità, senza essere vera. La Grande Depressione e il dramma dell’America tra arte, etica e censura.
Sono stato educato alle arti visive da un padre che ha sempre rifiutato l’arte come forma di espressione politica e di impegno. Quello che è importante, così mi è sembrato di apprendere durante i lunghi anni di apprendistato alla corte di Ferenc Pintér, non è mai il messaggio. È la forma, la forza con cui un artista traduce in immagine le sue idee, le sue speranze o i suoi incubi. Che poco contano, però, se l’immagine che ne risulta non è in grado di camminare da sola, di essere lei, nei suoi tratti, nelle sue soluzioni, nella sua composizione, nella forza delle sue pennellate un messaggio autonomo, che supera tutto.

Mio padre era capace di soluzioni e di inquadrature spettacolari, che sembravano tratte dal repertorio di un grande fotografo, ma non è mai stato in grado di combinare nulla con una macchina fotografica in mano. E questa è forse la ragione per cui alla fotografia mi sono appassionato io, contagiando infine, oggi che sono più un guardone che un autore di fotografie, la mia compagna di merende di Boomerissimo, con cui spesso mi accompagno nelle peregrinazioni fotografiche, di mostra in mostra. Sono viaggi che condividiamo e che mi appassionano, anche perché, con mio padre, Antonietta condivide lo scetticismo per l’importanza dell’impegno, delle buone intenzioni, della retorica. Da vera prussiana inside, quello che le importa è il risultato, l’impatto visivo, la capacità di raccontare e interpretare un momento. Ed è così, con questo programma non detto, che un giorno ci siamo inoltrati tra le 140 incredibili immagini della mostra di Dorothea Lange al Museo Diocesano. Non ce l’eravamo detto, ma entrambi volevamo sfuggire l’aspetto in fin dei conti più facile della fotografia “impegnata” di cui la Lange è stata pioniera. Nonostante le intenzioni, non è stato facile.
Dorothea Lange
Dorothea Lange nasce il 26 maggio 1895 a Hoboken, nel New Jersey, in una di quelle famiglie tormentate che spesso finiscono per fare da sfondo alle storie terribili che Boomerissimo racconta, immergendosi nell’oscurità del True Crime. A soli sette anni viene colpita dalla poliomielite, che la lascerà per sempre zoppa alla gamba destra. Quando ha dodici anni, il padre lascia la famiglia, un trauma terribile, che spinge Dorothea ad abbandonare il suo nome ed adottare quello della madre, appunto Lange.

Nel 1917 la fotografia è un’arte che sta appena nascendo ma in America ha già scuole e corsi accademici. La ragazza ha le idee molto chiare e si diploma presso la Clarence White School di New York, specializzandosi nelle tecniche del ritratto in grande formato. Si trasferisce quindi a San Francisco dove apre nel 1919 uno studio fotografico di successo. Nel 1920 sposa il pittore Maynard Dixon, da cui ha due figli. È una fotografa commerciale, e di successo. Ma la svolta che la proietterà nell’immortalità avviene grazie alla catastrofe economica e sociale che colpisce gli Stati Uniti in seguito al crack del 1929 e alle fallimentari politiche che inizialmente non fanno che aggravare la crisi, spingere milioni di americani nella miseria, trasformare le città e i loro parchi in baraccopoli di disperati. È un susseguirsi di catastrofi che come in un incubo biblico diventano anche naturali. E sono proprio queste ultime che nel 1932 la spingono al passo decisivo che trasformerà la sua carriera: abbandona la ritrattistica glamour per cominciare a dedicarsi per conto proprio alla fotografia sociale. Nel 1935 il suo lavoro, e quello di molti altri fotografi suoi contemporanei, attirano l’attenzione del governo americano, che nel frattempo ha cambiato di segno con l’elezione di F.D. Roosevelt, deciso a usare tutto il peso del governo federale per affrontrare la crisi che ormai da anni sta devastando gli Stati Uniti. La Lange inizia a collaborare con la Farm Security Administration (FSA), l’agenzia governativa creata dal presidente per documentare e sostenere la ripresa dalla Grande Depressione.
Dilemmi di un positivo fotografico: Migrant Mother
È un’impresa di straordinaria modernità politica: il governo spinge legioni di fotografi dentro la drammatica migrazione dei contadini-migranti in fuga dalla “Dust Bowl” travolta dalla siccità. Una migrazione drammatica, a piedi, con carretti, fatta di capanne e di baracche che crescono dovunque c’è ancora qualcosa da coltivare e da raccogliere, in cerca dei lavori più miserabili, di una tazza di zuppa per i propri figli. Una tragedia inimmagibile, che il governo vuole documentare e raccontare per accumulare il consenso necessario alle riforme, difficili da spiegare ad una società che con i suoi pregi e i suoi limiti è stata creata dall’individualismo, dalla convinzione che le capacità debbano primeggiare e diventare ricchezza, e che la miseria sia -forse più che una disgrazia che può colpire ciecamente- una colpa.

Il governo fa scattare oltre 40mila fotografie dentro la tragedia di questa migrazione interna e le fa distribuire ai giornali illustrati, perché tutti capiscano il dramma di quel pezzo di America rurale senza più nulla. È all’interno di questo progetto titanico che la Lange scatta quella che diventerà una delle fotografie più viste e più simboliche del XX secolo: “Migrant Mother”, ritratto di Florence Owens Thompson con i suoi figli. Una fotografia che la mostra racconta nella sua genesi, nei minuti che spingono la Lange a fermare la sua auto al bordo di un accampamento di straccioni disperati, che lei intende aiutare rendendoli famosi. Un’impresa meritoria che però pone anche (quantomeno a me) qualche dilemma etico, il primo che il visitatore della mostra si trova ad affrontare. La Lange punta la sua lente su quella famiglia ben oltre la soglia della fame e scatta, scatta. Cosa avrà detto? Come avrà spiegato a quella madre che non sa come salvare i suoi figli l’importanza di quel progetto fotografico? E, al di là dell’impegno artistico, ha sentito l’impulso di aiutare quella famiglia anche direttamente, personalmente, lasciando loro qualche dollaro del suo incarico governativo?

Non lo sappiamo, ma restiamo all’immagine che la Lange ricava che, come insegnano i miei maestri, è l’unica cosa importante. È durissima, si resta presi da un pugno allo stomaco. È un’immagine che contiene tutto in uno sguardo, e lo contiene in una forma superlativa, che resterà per sempre. Tuttavia, e qui arriva un secondo dilemma etico, questa volta squisitamente artistico, quell’immagine potentissima e celeberrima, quell’immagine che smuove l’anima, è anche un tradimento dei sacri canoni del fotogiornalismo, che la Lange è lì per celebrare. Lo scatto è almeno in parte “posato”: una messa in scena della fotografa, che dirige il suo soggetto alla ricerca dell’espressione giusta e successivamente ritocca perfino il negativo, per rimuovere il pollice della donna che disturba la composizione. Fotogiornalisticamente è un falso, secondo i canoni stabiliti per esempio da AP (e da loro stessi quasi sempre traditi, quando ci sono da comunicare “messaggi”, come sta facendo la Lange. Eppure il dramma che la foto racconta è vero. Non è un’impostura come quelli che talvolta riempiono la pagine dei media italiani e non solo, alla ricerca dell’emozione facile e compiacente, dell’inganno verso un’opinione pubblica che a sua volta non chiede altro che essere ingannata.
Il negativo e le sue grandi domande: l’internamento giapponese-americano
Il secondo aspetto politico del lavoro della Lange, rappresenta, in un certo senso, il “negativo” fotografico del primo. Allo scoppio della guerra, il governo di Roosevelt che aveva promosso le politiche sociali del New Deal, rinchiude i cittadini di origine giapponese in campi di prigionia, ponendoci di fronte ad altri dilemmi ancora più irrisolvibili.

Il 19 febbraio 1942, Roosevelt firma l’Ordine Esecutivo 9066, che autorizza l’internamento di oltre 120.000 cittadini americani di origine giapponese. La Lange viene incaricata dal governo di documentare fotograficamente questa “evacuazione” e “ricollocazione”, nonostante lei e il marito abbiano espresso pubblicamente il proprio dissenso. Le fotografie che scatta documentano l’assurdità di una legge razziale e discriminatoria, mostrano come viene stravolta improvvisamente la vita di migliaia di persone ben inserite nella società: impiegati, dirigenti, piccoli commercianti devono abbandonare le proprie case e le proprie attività. È un incubo che travolge una società democratica, e nello stesso tempo, una tragedia della guerra, che non ha soluzioni facili.
L’orrore della deportazione giapponese colpisce gente che col governo giapponese del tempo, probabilmente, non ha nulla a che vedere. Noi puntiamo il dito contro quell’orrore certi della nostra dirittura morale ma nello stesso tempo, se riusciamo a uscire dagli automatismi, ci rendiamo conto che quella scelta sicuramente pessima nasce in un momento in cui i figli americani muoiono al fronte, attaccati dell’Impero Giapponese senza nessuna ragione plausibile. Come il governo di sette anni prima ha sentito la necessità di parlare con l’opinione pubblica attraverso le fotografie, adesso ha bisogno di un altro scatto comunicativo che rassicuri l’America scombussolata dalla guerra e inquietata dall’idea di convivere con vicini, con negozianti che hanno fisicamente l’aspetto dei nemici. L’idea assurda di Roosevelt è che documentare i campi di detenzione dei cittadini giapponesi-americani serva a calmare l’ansia di un’America profonda scaraventata nella guerra scatenata dal Giappone. Questa seconda parte del lavoro della Lange ci lascia inquieti, senza risposte. E lo stesso deve essere successo al governo, visti i risultati di quella documentazione.
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L’orrore balza agli occhi, e la Lange non lo nasconde di sicuro. I comandanti militari che esaminano il lavoro si pentono rapidamente che sia stato commissionato: lo sequestrano, lo nascondono. Le fotografie impugnate dai censori federali vengono depositate silenziosamente negli Archivi Nazionali, dove rimarranno sostanzialmente (anche se non proprio totalmente, a volerle cercare) invisibili. Solo nel 2006, ben cinquant’anni dopo, vengono pubblicate in forma completa nel libro “Impounded: Dorothea Lange and the Censored Images of Japanese American Internment”. È una mostra importante, bellissima e impegnativa. Forse per permettere al visitatore di rifiatare, riprendersi, assorbire ciò che ha visto e lasciarlo sedimentare, all’esterno del Museo DIocesano è possibile godersi un piacevole (anche se non ricchissimo) aperitivo. Una soluzione molto milanese, in cui positivo e negativo, luce e ombra, falso e vero si possono buttare giù meglio con un bicchiere di Spritz (a patto di riuscire a far comprendere le vostre esigenze al servizio, entusiasta ma non proprio di inappuntabile competenza alberghiera). Noi ve lo consigliamo.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®
La mostra
Titolo: Dorothea Lange
Sede: Museo Diocesano Carlo Maria Martini – Chiostri di Sant’Eustorgio
Indirizzo: Piazza Sant’Eustorgio 3, Milanoarte+2
Date: Dal 15 maggio al 19 ottobre 2025vivimilano.corriere+2
Orari: Martedì-domenica 10:00-18:00 (ultimo ingresso ore 17:30), lunedì chiusochiostrisanteustorgio+2
Biglietti: Intero €9, ridotto €7, famiglia €23 (2 adulti + max 4 giovani 7-18 anni)itinerarinellarte+2
Telefono: +39 02 89420019arte+2
Sito web: www.chiostrisanteustorgio.it[5]itinerarinellarte+1
Curatori: Walter Guadagnini e Monica Poggiabbonamentomusei+2
Orario serale speciale:
Lunedì-domenica 17:30-22:30 con formula aperitivo (€12 comprensivo di prima consumazione e ingresso alla mostra)abbonamentomusei+1


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